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Dopo l’ultimo giro in solitaria attraverso la California, il Nevada, l’Arizona e lo Utah, avevo raggiunto la pace dei sensi. Avevo toccato con mano Norman ed ero entrato all’interno della magia del suo mondo. Avevo respirato l’aria del Pacifico, generatrice di tutto un filone musicale che ho sempre amato. Avevo sperimentato la differenza fra città e periferia degli US, fra camminare a notte fonda per le strade di LA e godermi il tramonto attraverso un canyon, in una riserva indiana. Mi ero appostato sotto il Cly Butte a guardare il cielo e sentire il grido dei rapaci. Avevo appurato che la gente “come quella dei film” esiste veramente. Mi ero goduto un po’ del clima da campagna elettorale, lo scontro fra Trump e Harris, che tanto mi affascinava. Ancora di più, avevo avuto conferma che non è necessario pianificare, organizzare, scendere per forza a forti compromessi. Mi ero un po’ immedesimato nella cultura della West Coast ed in cambio avevo ricevuto una forte sensazione di libertà. Ritorno subito alla vita di tutti i giorni, passano le settimane, arriva il 2025 e il maledetto pensiero dell’invio del piano ferie per l’intera annualità. Per uno come me è una vera violenza. Inizio a instaurare il classico colloquio di amorosa mediazione con la mia compagna. Quest’anno facciamo qualcosa? Quanto vogliamo spendere? Porca miseria, la porta di divisione per la cucina che, ovviamente, non ha misure standard e costa tre volte una normale … prima o poi dovremo comprarla. Ma poi quando potresti prendere le ferie? Ti faranno storie? Ecco che parte l’agitazione e le domande rimangono senza risposta. Arriviamo a febbraio inoltrato e invio la maledetta email all’ufficio personale. Vado un po’ a caso: 7 giorni a fine maggio per riprendermi dal logorio della vita moderna, 2 settimane a fine settembre e qualcosa a Natale. Un caro amico mi chiede di accompagnarlo in un negozio di Bologna perché interessato a una vecchia Mosrite anni ‘60. Prima ci fermiamo da un noto rivenditore di Gibson al quale ho già lasciato troppi soldi. Chiedo di provare una custom. Mi chiedono se avevo appuntamento, poi acconsentono perché non c’era ancora gente. Mi danno da indossare un bel grembiulino per cucinare, la parannanza sonica, altrimenti l’avrei graffiata con le zip del cappotto che mi ero già tolto. Capisco tutto, ma porca di quella troia. Inizia il tedio. Arriviamo al negozio per il quale avevamo affrontato 100 km di autostrada. Provo qualche strato jappo fine ‘80 venute molto male. Poi mi giro e vedo sul muro una special DC del ‘59. Faccio un giro e chiedo di poterla provare. Amo i bolognesi, sempre con la battuta pronta, sempre con la frasetta spiazzante, sempre a canzonare. Vivo di contraddittorio, da toscano ci sguazzo. Sono cresciuto con qualche calcio in culo e con il motto “meglio una battuta che un amico”. Mi piace prendere e farmi prendere in giro. Aspetto la battuta che non arriva. “Seee, oh ma lo sai quanto costa?” “O ma quella è roba vecchia che costa quanto una macchina” “Ma così per fare o ti interessa veramente??“. Nel frammento di secondo successivo mi passano per la mente i momenti vissuti nei negozi ‘mericani. L’istante dopo prende il sopravvento l’orgoglio, stupido, senza senso: cazzo sempre i soliti, mi ha veramente preso per un ragazzino e quella non è una burst, colpa mia che continuo con 'sta storia dei negozi italiani. Poi borbottando mi tira giù il brutto anatroccolo, come ampli un valvestate di merda, perché gli altri sono occupati, dice. Maremma laida. La provo senza il semivalvolare. È molto bella! La trovo viva, suonabile, bella connessione. Abbastanza maltrattata, quasi tutta originale e venduta ad un 40% in più rispetto alle sue quotazioni medie. Mi bastano 3 min e riconsegno la chitarra color “vomito di briaho” al bolognese. Come ritualmente faccio, non posso vivere senza, cerco di instaurare un bellissimo rapporto con il commerciante. Come una sorta di gioco delle parti, come una danza indiana fra venditore e acquirente, chiedo nuovamente il prezzo, rispondendo “no dai, sul serio ” per poi incalzare con “è davvero l’ultima offerta?”: “se vuoi ti offro 1 caffè ma solo a te, non al tuo amico, che ormai la chitarra l’ha già pagata. ”. Toh, finalmente una battutina. Mosrite presa, torniamo verso casa. Arriviamo a metà maggio e il mio umore è pessimo. Non avevamo deciso assolutamente niente ed ormai era andata. Un classico. Vabbeh, tanto avevo preso solo una settimana di ferie. Passano alcuni giorni e il mood è astio e rancore e, immancabilmente, partono le difficoltà notturne, dormo male. Sabato 17 mi sveglio con nausea, incazzatura e con in mente la DC del ‘59, il caffè offerto e il colore “vomito di briaho”. Tedio la mia compagna, le faccio fare ottocento chiamate, faccio le mie. Giovedì 22 maggio. Con solo i bagagli a mano, dopo esserci sorbiti già due voli, eccoci a Orlando in Florida. Ficata. Dovuta premessa. Non sono assolutamente un viaggiatore. A dirla tutta, non amo nemmeno viaggiare nell’accezione attuale del termine. Diciamo che è un effetto collaterale per raggiungere uno specifico obiettivo. In questo caso, in ordine, le chitarre, il rock, il blues e il jazz. Pur non avendo molta esperienza, mi piace molto cercare di cogliere i particolari. Appena arrivati notiamo la differenza nell’atteggiamento delle persone: più distese, meno impettite, più amichevoli. Eravamo già abbastanza cotti e mancava ancora un volo: Orlando - Nashville. Dopo 3 ore, fra attese e percorrenza, ci siamo. Finisce il tedio. Nashville è il nostro parco giochi! Si sente dire spesso. Ormai dai video su youtube si vede molto della città. Un’ idea già riusciamo a farcela. Fra tutte le opinioni inutili e non richieste voglio strametterci anche la mia. Sapere quali sono le differenze fra una strato ‘59 e una ‘60 vi rende orgogliosi, vero? Riuscire, dopo 83 giorni di sudore, a tirare fuori un suono appena accettabile da una Fractal vi fa sentire Steve Albini? Spiegare per ore le differenze fra delle 6L6 e delle EL34 al malcapitato amico appassionato di modernariato che ha fatto l’errore di vedere la vostra jmp super bass del ‘74 in salotto e chiedere se fosse una vecchia radio vi fa sentire un signore delle tenebre? Mi esprimo anche per voi, cavalli pazzi, con un netto SI! Tutte queste cose da un lato accrescono l’orgoglio, dall’altro, si tramutano in un unico grande pensiero che sorge sempre prima di coricarsi: tutto una gran ficata ma…non sono un nerdone…vero? Dopo solo la prima ora passata a Nashville posso finalmente darvi una risposta al quesito sopraesposto. Più che una risposta direi una pronuncia totalmente chiarificatrice, dirimente e, azzarderei, tombale: no, non siamo dei nerdoni, siamo dei fottutissimi SLASH in November Rain. Ecco, Nashville me lo conferma a ogni metro. Nashville è talmente tanto chitarrocentrica da passare la parte. Scendi dall’aereo e in aeroporto c’è il logo Gibson ovunque, una teca con all’interno una folk, musica country sparata dagli altoparlanti, foto di musicisti con chitarra a tracolla. Nashville ci fa sentire meglio in quanto chitarristi Percorriamo i corridoi per uscire dalla prima parte dell’aeroporto e veniamo invasi dalla musica, dalla chitarra e dal Tennessee. Pubblicità della Gibson, chitarre in vetrina in bella mostra, decorazioni raffiguranti musicisti. E’ un continuo di simboli legati alla musica! Mi guardo intorno e mi ripiglio dalle 20 ore di spostamenti. Scusate la dovutissima digressione, torniamo a noi. Anche in questo caso, mi ero lasciato prendere dai 5 minuti di follia e, stavolta, ero riuscito a convincere anche la mia compagna: facciamo un viaggio dal Tennessee alla Louisiana senza fissare niente, ci fermiamo dove e quando ci pare, andiamo in base all’umore e vediamo come va! Usciti dall’aeroporto andiamo verso la compagnia di noleggio auto. Anche a questo giro scelgo un suvvettone che diventerà, nell’arco di due settimane, un po’ la nostra casetta mobile. Dopo le migliaia di chilometri percorsi sette mesi prima, mi trovo immediatamente a mio agio. Fra la West coast e il Deep south vedo subito la differenza di paesaggio, di strade e di vibes. E’ un altro pianeta! Arriviamo all’hotel poco fuori il centro. E’ un bell’edificio imponente, con un parcheggio gigantesco. Ovviamente non è niente di lussuoso, una sorta di tre stelle gradevolissimo. Arrivati davanti alla hall ci accolgono megadecorazioni di chitarre e chitarristi con vetrine adornate da folk acustiche. Chitarre appese ovunque anche all’interno. Si, è la città della chitarra, ho un’ulteriore conferma. Cadiamo lessi a letto e ci prepariamo al giorno successivo. Downtown è un parco giochi con un corso principale fittissimo di locali sia grandi che più raccolti dove fin dalle 10.00 di mattina si suona. Forse non mi sono spiegato bene, quando scrivo certe cose dovrei metterci più enfasi perché il rischio è di farvi soprassedere, sorvolare oltre senza soffermarvi il tempo dovuto: DALLE FOTTUTE 10.00 DI MATTINA FINO ALLE FOTTUTE 2.00 DI NOTTE, IN OGNI FOTTUTO POSTO SULLA BROADWAY DI DOWNTOWN SI ALTERNANO, DANDOSI IL CAMBIO E SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA’, DELLE BAND CHE FANNO MUSICA DAL VIVO. Vai nel ristorante, bar, club di turno, ti prendi da bere o da mangiare e paghi la band o l’artista che si sta esibendo tramite una “tip”. Con le tips, il musicista medio ci campa. Considerazioni: non è più la Broadway di un tempo dove si esibivano solo i true che ci attizzano tanto (vero @Bananas del mio cuore cit.?), dove i locali erano gestiti da locals, dove si formavano i futuri Cash, dove si rodavano i mostri sacri che poi avrebbero suonato al Grand Ol Opry Ballroom o al Ryman. Oggi i posti sono degli investimenti di businnessmen o rock/pop star. Le band fanno tantissime cover ma sono comunque di alto livello. Si suona per il turista becero medio ‘mericano di qualche stato vicino che vuole sentire rockettino o pop/folk vestito da simil country. E’ abbastanza un mangificio con alti prezzi e qualità normale. Le ragazze, appena mettono piede a Nashville, si abbigliano esclusivamente con shorts di jeans, camicette, stivali e cappelli da cowgirl. Il Pedal Tavern è una follia da ragazzetti ciucchi marci … lo voglio anche da noi, subito! L’hot chicken è una ficata, Hattie B’s ancora di più, però, forse, e dico forse, è leggermente sopravvalutato? Detto questo, per “uno come noi” passeggiare sulla Broadway riamane comunque qualcosa di leggendario. Da qui ci sono passati tutti, la chitarra la fa da padrone (e vorrei ben vedere, tutti gli altri strumenti fanno cacare) e sentire suonare incessantemente centinaia di band per tutto il giorno fa riflettere. Peccato, come dicevo, che poi c’è anche tutto il resto che come uno tsunami travolge Downtown: i locali di Kid Rock e quello di Jon Bon Jovi, il museo di Johnny Cash e la Bud Light. Gibson Garage Arriviamo nel pomeriggio nei pressi dell’indirizzo impostato su Maps. Claudia inizia già a sentire la forza oscura crescere in me. Ci sono due tipi di persone: quelle che al cospetto dell’epicità si ammutoliscono e quelle che diventano un fiume di parole. Io non proferisco parola e ogni suo tentativo di volerne fare parte, con domande riguardo che tipo di negozio sia o che cosa abbia di particolare, cade nel vuoto. Da fuori è meno imponente rispetto a quanto allestito all’interno. Fa parte di un edificio dai tratti industriali ed è insieme ad altri negozi. E’ sempre in zona centrale ma defilata rispetto alla “strip”. Come abbiamo appreso dai moltissimi video e foto online, appena entrati colpisce l’allestimento. Sul soffitto, un nastro trasportatore fa scorrere costantemente una fitta fila di chitarre attaccate per la paletta. Si può trovare quasi tutta la produzione G. Il mio interesse ricade esclusivamente per le CS e, in particolare, per le edizioni speciali. I dipendenti sono abbastanza preparati ma l’aria che si respira non è certo quella di un luogo di culto. Tanto merchandise figo. Rispetto l’entrata, sulla sinistra c’è il reparto acustiche, a dritto, in fondo il reparto Epiphone e sulla destra la sala M2M e alcune edizioni limitate. Tutto il resto è standard, CS, normali e ML, alle quali è dedicato un angolo. Parto subito con la domanda più scomoda di tutte: dove è il vault? Posso andare da solo o mi dovete accompagnare? Con fare dispiaciuto mi viene risposto che è possibile visitare il caveau solo previo appuntamento. La visita può essere acquistata solo dai clienti del Four Season di Nashville come pacchetto accessorio aggiuntivo (circa 300 dollari). Che delusione… Tiro fuori il mio essere merdaccia e ribatto “si ma io vengo appositamente dall’Italia”. La gentilezza del Tennessee si scontra con la merditudine italiana e il ragazzo mi risponde “eh...mi dispiace ma sfortunatamente anche noi dipendenti non possiamo entrare..solo manager del brand o figure come Agnesi possono accedere liberamente” :-((( Che sconfitta... Scomodo uno dei ragazzi e chiedo di provare alcune cose: cerco la Greeny Hammet Collector’s Edition, la Explorer e la V sempre Collector’s e una LP con il Brazilian. Niente da fare per le prime tre, già vendute al lancio e presenti in store solo per un mesetto. Ok per la Braz alla quale aggiungo una 335 ‘58 ML e una Custom di Clapton. Nota stonata: gli ampli, tutti Mesa, sono attaccati a un Torpedo e vanno in cuffia...pessima scelta. Vado nella saletta M2M e specials e appesa c’è una bella fuoriserie: la Amos di Jbono. Edizione speciale di una delle sue V ‘58 e ‘59. Bella bella, rifinita bene, ultra heavy aged, leggerissima e con un suono da vera V, non LP, non SG, non Explorer ma una ulteriore interpretazione del suono Gibson con doppio HB. Una fra le reissue migliori che abbia mai provato. Sensazioni nette che ricordo ancora dopo alcuni mesi. Peccato che sia associata ad un artista e peccato per i 20k, a metà del prezzo ci avrei fatto un pensierino perché, per i miei gusti, veramente valida. Che dire? Negozio moderno e strafico, che calza a pennello con la città e sigilla il sodalizio con il brand che tutti noi amiamo. Nashville è Gibson e il Garage ne è la consacrazione. Forse leggermente turistico, forse più per l’appassionato medio che per quelli con decenni di chitarra alle spalle. Posto fantastico per chi vuole sperimentare differenze fra le varie fasce di prezzo e categorie. I ragazzi non fanno troppe storie nel farti provare strumenti dal prezzo importante anche se c’è attenzione e cura verso le chitarre. Tutti gentili e scambiano volentieri qualche chiacchiera. Trascorriamo la restante parte della giornata girellando per la città con BBQ annesso. Eccoci al giorno successivo, facciamo colazione avendo in sottofondo Townes Van Zandt. L’hotel è pieno di gente giovane, c’è un evento dedicato al gioco di carte Magic. Montiamo in macchina e imposto il navigatore. La destinazione si trova in una via sempre principale ma fuori rispetto a Downtown. Arriviamo in una zona abbastanza verde e più residenziale, parcheggiamo e mi prendo qualche secondo per guardare i disegni all’esterno dell’edificio. Ci siamo. Ci sono. Il luogo simbolo della chitarra. Gruhn Guitars Ricordo ancora adesso quando da ragazzino mi connettevo all’allora embrionale, ma così futuristico (si, al maschile), “internet” tramite il modem 56k di mio padre, da sempre appassionato di informatica. Passava tutto dalla linea telefonica, partiva la classica sequenza gracchiante di connessione, iniziava il senso di colpa dovuto al fare spendere i miei (si pagava a consumo) e al termine si spalancavano le porte del tutto. Ecco che potevo toccare con mano il sito di Gruhn, vedere qualche pixel di foto di qualche chitarra iconica che andava caricandosi. Il brivido di sentire vicine alcune rarità. Sapevo fosse in America ma non in quale luogo, tanto era troppo lontano anche solo da immaginare. L’atmosfera è quella che ci si aspetta e che traspare dai video. Non un luogo dove andare a fare shopping compulsivo, chiedere delle ultime innovazioni tecniche o provare il nuovo ampli della Peavey. George fu il primo a reperire, archiviare e commerciare chitarre vecchie e usate. Ha contribuito a identificare gli strumenti per le loro qualità. Ha avuto fra le mani ogni tipologia di chitarra. Se compriamo “riedizioni” è anche per merito suo. Solo voi potete capire l’emozione di essere in questo posto. Ha cambiato fondo alcune volte e si è trasferito dalla chiassosa Broadway all’attuale posizione. Passeggiando sulla “strip” la “Honky Tonk Highway”, sono riuscito a scovare il vecchio fondo e la sua insegna disegnata direttamente sull’edificio, foto alla quale sono molto legato e che ho piacere di condividere con voi. George Gruhn, dagli anni ‘70 in poi, portava le chitarre ai mostri sacri che dovevano suonare al Ryman auditorium. La sua attività, commerciale, informativa e divulgativa, ha determinato uno spartiacque generazionale. Fu il primo ad avere l’intuizione di utilizzare liste di strumenti che aveva a disposizione da inviare via fax così da poter velocemente comunicare, anche e soprattutto a livello internazionale, comprare e vendere. Il Dobro che Duane utilizzò per “Little Martha” fu acquistato da George. Ha creato un’attenzione, prima inesistente, verso le chitarre acustiche ed elettriche e ha posto l’accento sulle differenze ontologiche fra uno strumento solo vecchio e uno di pregio. Su questo punto potremmo aprire una discussione su quello che potrebbe essere il futuro della categoria di beni di cui siamo appassionati. Nello specifico, mi riferisco alla classificazione di alcuni strumenti musicali ai fini di proteggerne il valore, culturale e storico, che portano con loro. Personalmente, da qualche tempo, incrociando professione e passione, ho iniziato ad approfondire lo studio della tematica dal punto di vista normativo e, nel corso di questo anno, spero di poter trarne alcune conclusioni. Il “negozio” è molto più sobrio degli altri presenti in città e si percepisce subito di essere in un posto dove potersi informare, scambiare qualche chiacchiera con musicisti reali e acquistare in modo oculato. Quanto detto per Norman’s Rare Guitars vale ancor più per Gruhn: se cerchi qualcosa di particolare è probabile che riescano a trovartela. Ad accoglierci c’è una gentilissima signora in servizio alla cassa. Poco dopo arriva un signore, sulla sessantina, molto simile a George, di nome Micheal. Percepisce la mia commozione, mi stringe la mano e iniziamo a parlare. Come ritualmente accade, chiede la nostra provenienza e appena sente dire “Italy” partono gli aneddoti: “ho un caro amico che mi racconta di quanto sia meraviglioso un posto vicino alla Toscana dove si svolge un festival di chitarra acustica alla quale è stato invitato. Mi sembra si chiami Sarzana”. Il mio cuoricino viene colpito nuovamente. “Ma certo, Sarzana acoustic festival! È incredibile che ti ricordi proprio di questo evento...ma chi è il tuo amico? Magari lo conosco...” “È abbastanza conosciuto dai chitarristi acustici, è australiano e si chiama Tommy Emmanuel, lo conosci?” Finta umiltà? Metodo per fidelizzare i clienti? Non lo voglio sapere, mi piace solo pensare che le conversazioni abituali in negozio siano così. Mi chiede se cercassi qualcosa in particolare, quanto staremo in città e mi conferma che per un vero servizio è necessario prendere appuntamento richiedendo gli strumenti di cui avevo bisogno. Le domande sono specifiche, le risposte ancor di più. Anno, colore, stato, prezzo. Chi cerca veramente una strato del ’59 sunburst non ne vuole una del ‘62 in custom color olympic white. Chi vuole una 335 del 60’ mint non è interessato ad una 345 del solito anno. Dal pochissimo che sono riuscito a percepire, il livello è questo. L’amara conclusione potrebbe essere che è un posto nato per tutti ma divenuto per pochissimi. Ricchi, privilegiati e annoiati? Un po’ è così e un po’ no. È un posto anche e soprattutto per appassionati. Durante la chiacchierata, dico di aver visto i vari video sul canale di Tom Bukovac insieme a George e gli altri ragazzi e di essere stato colpito dal loro amore anche per strumenti meno blasonati, come la puntata sulle Dean. Il volto gli si illumina e mi porta alcune Cadillac del video da provare. Mi chiede se avessi qualcosa del marchio (l’umiltà, non dare sempre per scontato di trovarsi davanti a persone senza esperienza, loro che potrebbero, fa molto pensare...). Inizia a evidenziare quelli che per lui sono le caratteristiche, le peculiarità del modello e perché hanno una loro dignità. Arrivano altri clienti/amici e mi lascia un po’ a provare quello che voglio. Tiro giù alcune cose ma, sinceramente, ho scelto questa meta più per la sacralità del luogo che per gli strumenti. A disposizione della clientela non hanno tanto quanto altri posti più commerciali, molte più acustiche e mandolini che elettriche. Nel frattempo passa il mitico Greg Voros, liutaio dello store. Dopo alcuni giri, in estasi, mi congratulo, saluto tutti e mi incammino al successivo negozio. Uscito, ne seguirà un momento di nostalgia. Ero li grazie alla mia prima elettrica, quella Epi nera a forma di diavoletto da due lire, pessima, dai tasti taglienti e la liuteria assurda, con la vernice sciupacchiata con il sudore del braccio durante le torride estati, ma che amavo e con la quale ho trascorso una valanga di nottate. Rumble Seat Music Le vecchie volpi del Radiochitarra conosceranno bene anche questo negozio. Per tutti gli altri, una breve introduzione. Il motore è Eliot Micheal, un fottutissimo rocker, duro e puro, che, suonando a giro, a una certa, si è reso conto che le chitarre vecchie erano di suo gusto tanto da diventare un riferimento per il vintage USA. Partito da Ithaca, New York, le cose ingranarono così da potergli permettere di aprire altri negozi: Brooklin, Albuquerque, Santa Fe, Carmel by the sea. Nel 2016 decide di chiudere tutti i punti vendita e aprirne uno, concentrando tutta la roba accumulata, a Nashville. È il posto dove mi piacerebbe passare i pomeriggi chitarristici. Pieno zeppo di cimeli, tutto incentrato su design e stile americano anni ‘60 e ‘70. Insegne, loghi, oggettistica varia degli anni d’oro del rock. Arriviamo e parcheggiamo proprio davanti alla vetrina. Ad accoglierci, in questo caso, sono due tizi dai quali, se fossero loro a proportela, compreresti anche una Strato AM Pro II del 2025. Sono i classici tipi ‘mericani che ne sanno un botto e che danno l’idea di averne viste di cotte e di crude. Anche loro massima gentilezza, ti invitano a guardare e provare tutto quello che hanno tranne la roba in vetrina. Moquette ovunque e odore di ampli vecchi. Lo sapete che odore ha un ampli vecchio, vero? Vero? Ecco, quel profumo li, in ogni punto. Anche le poltrone e i divanetti sono vintage. Tutto è una figata. Dopo un po’ si apre la porta di ingresso del negozio e un cagnolino meraviglioso ci viene a salutare saltandoci addosso e facendoci le feste. Subito dopo, entra il padrone: Eliot. È come si percepisce dalle pagine online. Un rocker vero, che non molla, che non perde un colpo. È un duro, come quelli che vedevi nei film in tv. Per spiegarmi meglio: non è uno di quelli che, comprando una Harley e un gilet di pelle, si sentono dei dritti e vanno per strada pensando di essere dei ganzini. Diverse chitarre di quelle giuste e discreta attenzione anche a modelli del tutto particolari come alcuni brutti anatroccoli anni ‘60 americani. È un negozio dove si possono trovare anche robe “umane”, diciamo dagli anni ‘90 in giù. Ci sono strumenti sia dal grande valore economico che quelli più abbordabili e dalle svariate condizioni come refin e modifiche varie. Posto che frequenterei più che volentieri per cercare chitarre che possono piacere veramente, suonabili tutti i giorni e non solo dal grande valore. Bello bello. Carter Vintage Guitars Arriviamo a Carter. Posto in una zona più frequentata e più vicina al centro di Nashville. Non credo abbia bisogno di presentazioni: se state leggendo queste righe, avrete sicuramente visto molti dei video pubblicati sul canale youtube del negozio. Si entra e veniamo accolti da una giovane ragazza alla cassa, posizionata nella zona merchandise e sommersa da magliette, felpe e roba varia. Varcata la zona di ingresso, è subito presente il passaggio per l’ala principale, quella delle chitarre “normali”. Una valanga di roba, posto enorme con un sacco di chitarre appoggiate a terra e appese sui muri. Si può trovare di tutto riguardo al nuovo e qualcosa per il vintage. Tantissima gente a provare strumenti e clima molto positivo. C’è anche diverso personale a lavorare con un laboratorio di liuteria, per riparazioni e manutenzione. Colpo d’occhio notevole. Parte acustica suggestiva perché è dove registrano i video i mostri sacri della chitarra. Giro fra le corsie intento a guardare come sono disposti i vari marchi. A un certo punto, sulla sinistra, scorgo un’ulteriore area. Mi avvicino e capisco, passo dopo passo, di essere nella direzione giusta. È la Vintage Area. Entro e mi si para davanti TUTTO! Sulle pareti sono appesi i pezzi più rari mentre sugli stand a terra si possono trovare le vintage meno costose. Sapevo che l’inventario era pazzesco ma non pensavo fosse così accessibile. Tranne una Burst, una Strato del ’54 e poco altro sotto vetrina il resto era tutto sui reggi chitarra, senza protezione. Parte l’agitazione e nel marasma più assoluto mi dirigo verso le ES. Ci sono tutte: 335 ‘58, ‘59, ‘60, ‘61, ‘63, ‘65; 345 ‘60 ‘63; 355 diverse ma non ricordo gli anni. Con l’ansietta crescente, avvicino il commesso – controllore e chiedo, di grazia, se ci fosse l’opportunità di poter provare una 335: “certo, quale vuoi e con quale amp?” “Ma, senti, che posso provare la ‘59 sunburst?” Mi stacca l’opera d’arte, me la porge, mi indica un ampli oppure, mi dice, avrei potuto provarla in saletta. Se ne va. Inspiegabilmente. Lascia l’area e sono solo. Provo la bestia con commozione e mi assicuro di non tenerla troppo per non infastidire. Infastidire chi??????? Il commesso era andato via e non c’era nessun altro del negozio nell’ala. Guardo Claudia, faccio finta di aver avuto un suo cenno di approvazione, rimetto a posto la ‘59 e piglio la ‘61. Poi la ‘63, poi una 345. A quel punto ero diventato nuovamente una iena, assetata di sangue, in preda ad un’euforia ancestrale. Mi stavo ricongiungendo con la terra e stavo ottenendo quello che, nella mia testolina, mi è sempre spettato come per diritto di natura. “Ma che sei pazzo, sul cartellino c’è scritto 130.000,00 dollari, se succede qualcosa siamo rovinati, mettila via”. Troppo tardi. Avevo in mano una LP Custom del ‘59, variante 3 pickups, poi un'altra, sempre '59, sempre 3 PUs…poi TUTTO Una sfilza di Goldtop ‘54 ‘55 ‘ 56, SG’62 standard e Custom, Specials, Firebirds. Poi vado a Fender dove mi ripasso cronologicamente molti degli anni migliori della strato, partendo dal ‘56 e della tele, partendo dal ‘57. Che vi devo dire, tutto nella più totale libertà, senza nessuno a farmi pressione, con immensa gioia e con il terrore negli occhi della mia compagna. Ho passato un’ora e mezza in compagnia degli oggetti sui quali avevo più fantasticato negli ultimi vent’anni. Ma i tasti di una ‘58 sono veramente più scomodi di una ‘59? Ma una slab del ‘60 suona più palissandrosa di una ‘63 laminated? Come varia di sfumatura il sunburst dopo 70 anni? Ma quanto è suonabile una Custom ‘59 con i suoi tasti originali? Ecc. Adesso, potevo dare una risposta a ogni dubbio. Ho perso il conto di tutti gli strumenti provati. A un certo punto mi giro e in un angolo trovo alcune poltroncine dove potersi riposarsi dallo sforzo e sedere in mezzo a un Dumble e un TrainWreck. Non so se avviene sempre così, che il commesso ti lasci totalmente libero di provare qualsiasi cosa oppure è stata una casualità. Sinceramente non saprei cosa dirvi sul negozio tranne assolute banalità. Si tratta di un parco giochi per il vintage con uno fra gli inventari più forniti al mondo e quasi completamente disponibile alla prova. Prezzi leggermente alti ma giustificati dalla possibilità di avere tantissimi strumenti fra i quali scegliere. Alcune chitarre, per i miei gusti, veramente commoventi, come le due 335 del ‘59 e del ‘60, una tele del ‘66 (incredibile ma vero), e una strato ‘57. La ‘66 è già stata venduta ma mi è rimasta in mente per molto tempo, anche perché l’unica leggerissimamente più abbordabile come prezzo. Guthrie Trapp, JD Simo, Marcus King, Little Berrie, Kirk Fletcher sono solo alcuni degli ultimi nomi che mi vengono in mente quando penso a Carter. Luogo dove si viene più a comprare che a scambiare opinioni. Sensazione del tutto personale: la minor sacralità del posto è compensata da quella degli strumenti proposti. Guitar Center Nashville Su questo GC posso dirvi veramente poco. Solito negozione dove acquistare i prodotti commerciali. Mi aspettavo qualcosa di molto migliore e più vicino a quello di Hollywood. FINE parte 3 Per chiunque fosse riuscito ad arrivare a questo punto, GRAZIE! In attesa del Chapter 4 vi auguro un buon 2026!!!!17 points
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Ho installato un set di Lollar Gold Foil su una Squier che ho preso a 50€ e ho verniciato alla nitro e cambiato il ponte con uno piu massiccio, é uscita una signor strato con un sound particolare che mi piace molto! Ebbene i pickups costavano 4 volte di quello che ho pagato la chitarra.. Sempre piu convinto che su una chitarra con il feel giusto (il manico verniciato alla nitro é una favola) e buoni pickup la "qualitá" dei legni non fanno grande differenza.. Cioé le differenza di prezzo per legni di una Custom Shop e di questa squier non é giustificata! avete esperienza con i Gold Foil? devo dire che mi piaciono taaaanto!! piccolo assaggio ho usato un delay Donner White Tape stereo da 40€ che simula un tape delay, bello perche puoi impostare 2 delay indipendenti in stereo!13 points
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Preso da poco qui sul forum, più per curiosità che altro: i vari kloni penso di averli avuti o provati più o meno tutti e questo mi mancava. Dico la verità: bello. Non so se vale i soldi a cui va adesso ma indubbiamente è un gran bel pedale. La cosa strana è che solitamente i kloni li preferisco a gain basso, questo invece mi spinge ad alzare, più alzo e più lo trovo godurioso. Sarà merito dei diodi magici di cui Finnegan si è sempre vantato? Razionalmente ne dubito ma mi piace crederlo[emoji16]10 points
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Carissimi Radiochitarristi, condivido con voi un test che ho effettuato qualche mese fa. Durante le mie tediose elucubrazioni su quale fosse la stratocaster più vicina alla mia indole, se veramente il mio cuoricino fosse affetto da monogamia da palissandro, se l'acero fosse bono solo per le ritmiche, mi son detto: "facciamo alcuni video". Radius, uscite pickups, tasti, strati del battipenna, legno del corpo, tagli di quarto, hardware ecc. influiscono sul suono? Sono tutte cazzatine per vendere questi ciocchi al @Bananas e al @Uilliman Coscine Terzo? Brutte sono brutte...meglio dei taglieri con annesso posacenere...ma sono sempre abbastanza inguardabili. Ma davvero suonano bene o è tutta un'impressione dettata dal fatto che le abbiamo sempre viste al collo di alcuni mostri sacri? Fu così che tirai fuori microfoni, ampli, cazzi e mazzi e dopo qualche imprecazione iniziai la comparazione fra alcune riedizioni che ho quotidianamente sottomano: 1 - Fender Masterbuilt John Cruz '54 50th Ann. 2004 2 - Fender CS TeamBuilt '56 Tomatillo Limited Heavy Relic 3 - Fender CS TeamBuilt '61 Heavy Relic 4 - Vinetto Artifact DC '60 - Braz Soft Relic Si ma è tutto molto lento. Anche noi, radiochitarristi, non siamo esenti dalla tiktoktudine. Anche noi abbiamo bisogno di velocità, di incisività, di un riscontro diretto. Chi sono io per negarvi i riassuntini del cazzo? SOLOOOOOOO CLEEEEAAAANNNNNNN SOLOOOOOOOOOOO OVERDRIVEEEEEEEEEEEEEEE Per registrare ho usato due mic (nastro e dinamico) miscelati. Già per questo, nell'era dei modellini, visto il casino che comporta, dovreste creare e dedicarmi un micro busto in marmo di Carrara da tenere fisso sulle vostre testate. Il tutto a microfonare il Deluxe con dentro un Prince of Tone in mod OD. Molto semplice direi. Per le specs delle chitarre...dai raghi, non ci prendiamo in giro...vi offenderei, proprio a voi...bastano 3/4 lettere dei nomi che avete già fatto la radiografia con in mente ogni voce dei certificati. Cosa ne penso delle quattro strato? Ci rifletto un po' poi vi dico... Nel frattempo, ringrazio già chiunque avesse voglia di dedicare qualche minuto ai video e riportare una propria impressione sulle differenze o similitudini fra strumenti tanto simili ma anche tanto caratteristici.10 points
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Mi sono preso la briga di guardare un paio di video che hai postato, coi sottotitoli in inglese (anche se a parlarlo sono un po' arrugginito, lo leggo bene come l'Italiano). Allora... da un punto di vista tecnico, tutto quello che dice ha senso e sono cose che già sapevo e avevo misurato anch'io: - i cavi, sia quelli esterni che usiamo per connetterci all'ampli o alla pedaliera, sia quelli interni dell'harness della chitarra, hanno la capacità di modificare il suono perché - a seconda della lunghezza e della loro qualità (capacità\metro) - agiscono come dei condensatori, modificando il contenuto in frequenza (maggiore è la capacità, maggiore è il taglio delle alte) e il picco in frequenza; - alcuni cavi, specialmente quelli degli harness vintage-style con isolamento cloth (Gibson e Fender CS), non hanno una capacità stabile, ma sono suscettibili all'umidità: più è alta l'umidità, più aumenta la capacità dei suddetti cavi; - alcuni tipi di cover metalliche sono meno "trasparenti" di altre sul suono: posto che tutte modificano un po' il suono del pickup perché alterano più o meno il campo magnetico, alcune più magnetiche o più conduttive hanno la proprietà di modificare maggiormente la risonanza del pickup e la risposta in frequenza. Qui però mi fermo, perché tutto quanto detto finora riguarda quello che c'è "dopo" la chitarra in senso stretto: se a una chitarra che suona di merda a livello di legni cambio la cavetteria, quella chitarra suonerà comunque di merda... e suonerà di merda anche se gli cambio i pickup, l'elettronica, l'hardware ecc. Il che non va in contrasto con l'analisi tecnica sopra, è semplicemente che quello che c'è prima non viene proprio preso in considerazione nell'analisi, come se fosse irrilevante... mentre invece è fondamentale. E capisco anche il perché: ci sono talmente tante variabili e difficoltà nel misurare uno strumento a livello di legni, che in confronto le misure tecniche su pickup, elettronica, cavi ecc sono bazzecole. Aggiungo anche un'altra cosa, perché dopo aver fatto anni fa le stesse misure su cavi ecc, mi sono preso la briga di cambiare ad alcuni pickup Gibson di serie sia le cover che i braided wires con altri riconosciuti come "migliori" per vedere cosa succedeva (me li aveva consigliati Dave Stephens che ci aveva fatto un discreto studio per le sue repliche PAF). E... cosa succedeva? Che il suono cambiava, sì, diventava leggermente più brillante, con alti più definiti ecc... esattamente come cambiare da un cavo coiled a un cavo a bassa capacità tra chitarra e ampli. Ma i limiti del pickup restavano quelli, non era un miglioramento sostanziale del suono: l'effetto era simile a una specie di piccolo buffer messo dopo un pickup mediocre. Ora per capirci, io sono arrivato a costruirmi un de-buffer a inizio pedalboard anni fa, per simulare la capacità di cavi diversi ed eliminare l'effetto di buffer troppo aggressivi, e sono maniaco a tal punto da usare lunghezze diverse per ogni cavo che faccio in funzione della capacità... e dulcis in fundo, pure a segnare il verso dei cavi (sì, anche i cavi normali!) perché da un verso suonano comunque più aperti rispetto all'altro: provare per credere, con un ampli serio si sente quasi sempre la differenza con quasi tutti i cavi. Diciamo che in quanto a esperimenti fuori di testa non ho molti rivali, e probabilmente se avessi usato lo stesso tempo per suonare di più sarei un musicista migliore Quello che dico è che cambiare il wiring interno della chitarra e usare un cavo esterno a bassa capacità non significa far suonare un 57 Classic o un Custombucker come un PAF buono (eh sì, ci sono pure PAF meno buoni, anche se per fortuna sono pochissimi nella mia esperienza). E risalendo a monte, lo stesso ragionamento si può estendere a quando si parla può di cambiare pickup, cavetteria, valori dei pots a una chitarra che di legni non suona bene... queste modifiche ci porteranno ad avere una brutta chitarra più brillante ecc, non ad avere una bella chitarra. Discorso diverso invece se parliamo di una buona chitarra a livello di legni, che però è "castrata" da elettronica, pickup ecc non all'altezza: ecco, in quel caso, modificare questi elementi con altri "migliori" libera tutto il potenziale di uno strumento che è già potenzialmente buono nell'unica parte che non si può sostituire senza interventi importanti, ovvero i legni.9 points
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Secondo me c'è un leggero cortocircuito... si stanno mescolando cose diverse: dove sta scritto che legni di una chitarra economica non siano buoni legni? Ci sono chitarre economiche che hanno legni buoni e altre che li beccano mediocri, sulle chitarre entry level è così, va a culo, perché per ragioni di costo i legni non sono selezionati e quello che capita capita... poi salendo via via di prezzo, si trovano sempre più raramente legnacci e con probabilità crescente sempre più legni buoni. Ma da lì a dire che il legno non influisce sul suono, significa non aver fatto prove a sufficienza. Prendete due LP che suonano palesemente diverse da spente: una bella, aperta, risonante ecc, e una brutta, coi bassi gonfi e gommosi ecc... Ecco, adesso scambiate tra le 2 tutto il resto: hardware, pickup elettronica, tutto. Io l'ho fatto, non una volta, ma svariate volte, con parecchie chitarre diverse... e non è mai successo che il suono di quella brutta diventasse migliore di quella bona, neanche una volta.7 points
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Dopo lunghi tentativi e prove alla fine da anni ho deciso che mi tengo stretto il mio ts808 vintage…6 points
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Ciao a tutti, scrivo questo dopo aver fatto un upgrade importante alla mia Epiphone 335 Dot. E' un po' di tempo che è lì ferma per vari motivi, principalmente perché tra R8 e Special sono a posto attualmente e a casa suono prevalentemente l'acustica. Complice però un paio di coincidenze mi è tornata la voglia di rimetterci su le mani anche perché con su i Seth Lover non suona proprio male anzi, però la sostituzione dei soli pickup mi è parsa sempre un'opera incompiuta. Ritorno alle coincidenze, la prima è stata la visione sul canale YouTube The Guitaristas della serie di video di upgrade alla Dot ed il secondo è l'articolo recente delle 335 povere di @A wild Manni. Quindi che è successo?! in testa mi è sempre ronzata l'idea che il prossimo step era il cambio ponte con magari una conversion ad ABR1, ingolosito da @evoldopo 2 scambi di messaggi è partito l'ordine per un kit Royal Mount + ponte Faber che aveva a disposizione. Tempo qualche giorno e un quarto d'ora facendo le cose con estrema calma boccole e ponte erano sostituiti, già che c'ero ho perso un po' di tempo a rifare un setup degno di tal nome, secondo le mie attuali preferenze. L'Epiphone è una made in China del 2005 tra i suoi lati positivi ha delle buone meccaniche marchiate Grover la possibilità tirare qualsiasi setup, no ha una nota morta o un buzz, il relief al settimo ottavo tasto è meno di una carta di credito, giusto si muove la corda, e sui cantini riesco a tirare 1.5mm di action in tutta tranquillità, andando oltre devo dargli mollare il truss di un quarto di giro ma siamo al limite, a me basta stare su questa misura e 1.8mm lato bassi con delle 10-46. Tornando alla conversion, avrei dovuto fare un video del suono unplugged prima e dopo avrebbe reso di più l'idea, la differenza è importante, già il Faber l'ho testato sulla R8 e so quanto può cambiare il suono, ma qui è molto più evidente, per capirci la chitarra prima suonava metallica vuota, ora ha un suono molto più solido a fuoco e giustamente Evol mi ha fatto notare di valutare la differenza di sustain, da questo punto di vista l'ho comparata alla Special e ne ha di più sarà anche la componente semiacustica non so ma è evidente la differenza. Il tono soprattutto è quello che è cambiato, alternando R8 Special e Dot la sensazione è quella che a livello sonoro hanno tutte una base comune, che fan parte della stessa famiglia, interessante questo. Ora mi tocca pensare a stoptail elettronica meccaniche e capotasto!!! Allego qualche foto e ovviamente ringrazio Evol!5 points
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5 points
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Io ho sempre cercato di imparare sempre la struttura del brano e i punti salienti che lo caratterizzano. Ho imparato a memorizzare il tema, la struttura armonica e per quanto riguarda i soli ho cercato sempre di fare a modo mio, tenendo salde però le note delle melodie che li caratterizzano. Sto imparando a suonare tra gli accordi e non sugli accordi, focalizzando sempre le note in comune. E poi ho sempre cercato di capirne l'intenzione, tocco, dinamica, vibrato e suono. This is!4 points
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Sì anch’io sto lavorando sulla pulizia, ho appena finito di lavare i pavimenti in tutta la casa, mi manca solo la mansarda, solo che non asciugherà mai, troppa umidità fuori (sul serio, ormai tendo a fare meno note ma cerco di far capire cosa suono o almeno l’intenzione è quella)4 points
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Odio studiare Ho mollato tutti i gruppi Improvviso su basi in solitaria Sono felice4 points
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Anche a me non esalta. Da comodiniano se proprio lo dovessi usare con gli humbucker gli preferisco un Boss SD14 points
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4 points
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E finalmente al dumboliano Extra Special e al muffoso Colossus sono riuscito ad affiancare il Rook che finalmente sono riuscito a trovare nella vecchia grafica, che dalla foto non si vede ma è parzialmente a rilievo e metallizzata (dettagli importanti in un pedale ). È un overdrive con uno switch a tre posizioni: stile tubescreamer, clean boost, more gain. Ora devo acchiappare un fuzz.3 points
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versione inverno 25/26: tolto il multieffetto yamaha e messo pedali singoli per mod e delay, sostituito ts9 con Jam Dreamer e Crunch Box con DLS, integrato footswitch ampli: rivista completamente anche pedalierina da asporto alimentata a batteria: molto simili concettualmente (soprattuto la sezione drive), quella grande sarebbe destinata a rimanere fissa in sala prove (non fosse che siamo praticamente fermi da un paio d'anni...), la piccola a casa.3 points
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L'od3 però non appartiene alla famiglia tubescreamer. È piuttosto un blues driver migliorato, meno scavato e meno fuzzoso ad alti livelli di gain.3 points
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Ho 2 TS808 analogman mod uno Silver mod e uno Brown mod. Sono entrambi molto belli però alla fine torno sempre al duellist. Sarò da croficifiggere pure io ma preferisco il duellist nel lato BB anche al KOT. Ecco una cosa su cui a mio avviso il KOT è insostituibile è per spingere fuori il fuzz. Nel mio classificatore mentale metto anche il jan Ray nel territorio TS ma forse sono deviato.3 points
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Quando si parla domandandosi "qual'è il miglior...etc etc" rispetto a un prodotto di riferimento (anche storico) io non sono mai d'accordo con nessuno... ma per un motivo semplice... citando questo esempio.. il TS9..se ti piace il TS9 è quello li, uno solo, Ibanez, con i suoi pregi e difetti. Se già cerco qualcosa che migliora li e lima un po' la.. va beh la risposta è già nella ricerca: l'originale non mi piace. Diverso è se cerco cloni che facciano al meglio possibile qualcosa che è irreperibile o ha prezzo insensato (Klon, per citarne uno), allora ok, cerco il Klon più Klon che ci sia. Personalmente ho un TS9 Mod Analogman (By Dado) e un TS 808 RI per quel che vale fanno il loro lavoro come ti aspetti Ora Crocifiggetemi pure. (Cit.)3 points
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L'unico circuito TS che un minimo mi manca è quello del KingTone Duellist. Anche SRV, tra i migliori suoni strato mai sentiti e che usava giusto un TS, quando lo attaccava me lo faceva ammosciare. Crocifiggetemi pure.3 points
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Sono d'accordo con tutto tranne che: In cameretta sul pulito rende il pulito magico. Gli dona vita. Il mio in particolare ha bisogno di limare un pochino i bassi.3 points
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Ecco, qua mi assurgi a novello Fantozzi che si scaglia contro l’insopportabile pallosità della Corazzata Potëmkin: qualcuno doveva dirlo ma nessuno ha mai avuto il coraggio. Grazie [emoji120]3 points
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Il buon Andy Latimer, già chitarrista dei Camel, una carriera di tutto rispetto e un chitarrista che meriterebbe gli onori riservati ai grandissimi, tira fuori un album che è attualmente disponibile sulla sua pagina bandcamp. Suona tutti gli strumenti tranne qui e lì qualche ospitata o recupero di parti registrate in precedenza (dal compianto Guy Le Blanc) e come prevedibile è un album estremamente personale, intimo e intenso. Nessuna innovazione, niente fuochi d'artificio, soltanto un album, dei soliti album che creano paesaggi musicali, quelli che vanno ascoltati dall'inizio alla fine perchè è l'unico modo per ascoltarli. C'è parecchia chitarra ma non è un album per chitarristi https://andrewlatimer.bandcamp.com/track/war-stories Metto anche una bella recensione che condivido. https://tempiduri.eu/andrew-latimer-war-stories/3 points
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Scusate se intervengo, non so qual era la discussione precedente quindi potrei non aver capito bene... Il controllo di tono è un filtro passa-basso variabile. La progressività del controllo di tono non dipende dal condensatore montato, ma dal taper del potenziometro: il valore del condensatore dà la frequenza di taglio, il potenziometro (che nel tono è collegato come resistenza variabile) decide la quantità del taglio. Sostituire il tipo di condensatore (a parità di valore, ad es. diciamo 22nF nel caso di una Les Paul) incide sul suono, sulla "vocalità", ma non cambia il taper del potenziometro... e di conseguenza non incide sulla progressività del controllo di tono.3 points
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È proprio questo che intendevo col punto 1, tu Gianca l'hai espresso in modo giustamente più compiuto: preferiamo strumenti tradizionali perché al nostro orecchio suonano più "giusti". E suonano più giusti perché non si può prescindere dalla nostra storia, il gusto dei chitarristi si è formato su quella, siamo abituati a quelle caratteristiche sonore lì e ci piacciono quelle... se facciamo una chitarra tutta di marmo - al netto dei problemi di scoliosi - probabilmente le corde avranno un sustain mostruoso e i pickup avranno una variazione di campo magnetico maggiore, più output, sulla carta un sistema più efficiente... ma il suono ci piacerà? Quella "sottrazione" che il legno opera per noi è musicale, gradevole, e quando la togliamo dall'equazione spesso rimaniamo delusi dal risultato. A me personalmente è successo con alcune Trussart, con una Noah in alluminio, con la Andreas Shark... progetti interessanti eh, ma non userei una di queste come strumento principale.3 points
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Sono due suoni diversi. Sicuramente sei vuoi fare un'analisi di fino devi considerare: - la massa totale che è maggiore nella LP Standard per via del top in acero - il sistema stopbar/wraparound che trasferisce le vibrazioni in modo diverso - ovviamente la mancanza del cablaggio switch per la considerazione di cui sopra - come ultimo la mancanza del pickup del manico Il top in acero aumenta la massa generale e modifica il comportamento della chitarra. Più massa significa suono più "a fuoco" che può essere un bene o un male a seconda dei gusti. Per dire che a me junior e special piacciono anche per il suono più "sbragato" di solo mogano. L'acero tende secondo la mia opinione a mettere tutto più in riga e dare una dinamica differente. Se vuoi proprio sentire la differenza A-B del top in acero puoi confrontare una LP Special e una LP Standard 54 (tutto identico tranne il top). Lo stopbar/Wraparound pesca la vibrazione in soli due punti dal top. L'attacco rispetto al sistema ABR-1/stopbar è più diretto e meno grosso in basso (non so come spiegarlo altrimenti). In gioco ci sono anche 2 soli materiale contro 3 (alluminio e acciaio contro alluminio, acciaio e ottone). Riguardo la mancanza del PU manico lo abbiamo già detto in passato che le corde senza quel secondo campo magnetico tendono a comportarsi in modo diverso (e più libero se vogliamo).3 points
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A me serve molto, anzi spesso ho scelto chitarre provandole più da spente che da accese. Non parlo delle vintage, perché su quelle ovviamente non si cambia roba (a meno che non siano già state rifatte saldature ecc). Ma sulle moderne so già che metterò almeno pickup ed elettronica migliori di quelli di serie, quindi in fase di scelta la cosa che mi interessa di più è come suonano i legni in sé, che la chitarra abbia schiocco, dinamica, risonanza giusta, non abbia punti morti sulla tastiera ecc... tutte cose che sento meglio da spenta, senza il filtro dell'elettronica. Provandola da accesa, valuto più che altro se va in feedback controllato con l'ampli, che è un altro aspetto della risonanza che mi interessa.3 points
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Una volta William si è messo un paio di paf sul pupparuolo Gli suonava come una les Paul del 573 points
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concordo, il feeling che si ha con lo strumento, a prescindere da legni, vibrazione e verniciature, per me e' fondamentale, e'il motivo principale per cui non prendo mai una chitarra senza provarla preventivamente3 points
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Io vorrei porre anche un'altra questione. Un conto è parlare di suono esclusivamente mentre altra cosa è valutare il feeling che ti restituisce lo strumento oltre al suono (e questo influenza tantissimo il modo di suonare del chitarrista). Se parliamo di suono entrano in ballo un sacco di fattori diversi, come già detto da qualcuno, che vanno dal plettro ai coni passando per corde, microfoni, cavi, ecc.ecc. ma quello che più fa dello strumento il TUO strumento è la responsività dello stesso al tuo modo di suonare, l'intonazione, il feedback, quanto è vibrante, le frequenze che esalta, ecc. ecc. Quando ho acquistato le mie les paul, ad esempio, se mi fossi basato solo sulla differenza di suono rispetto al prezzo richiesto probabilmente non le avrei prese.3 points
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Gran suono, complimenti! Sul discorso dei legni, per esperienza diretta, però non concordo. Ho avuto contemporaneamente qualche anno fa, due strato custom shop '64 relic ,stesso anno di produzione, identiche specs, compreso i pickup,stesso setup. Addirittura il peso era molto simile , variava di pochi grammi. Cambiava solo il colore: una White Aged , l'altra sunburst. Ebbene, suonavano diverse: una più ciccia e blues, l'altra con un attacco più pronunciato ed aggressivo. Ho provato a scambiare il pickguard tra di loro ma il risultato rimaneva sostanzialmente invariato. Il legno secondo me, su chitarre tradizionali , incide..questo però non esclude che una chitarra economica non possa suonare bene tanto quanto una più costosa. Ci sono troppe variabili in gioco..3 points
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Verissimo, tanto che la mia vecchia messicana era tutta legni: hardware economico, puppi Tex-Mex de plastica, vernice de plastica. L'avevo relicata io per far respirare un po' i legni ed era uscita anche carina esteticamente. L'avevo anche assettata benino. Suonava meglio di tutte le americane che avevo in quel periodo e dava filo da torcere anche alla castomscioppa, leggerissima con un gran feeling nel suonaggio. Vibrava nello stomaco proprio. Anche se poi l'ho venduta bene, sono ancora pentitissimo. Suonava già bella e super vibrosa da spenta. La conclusione che ne avevo tratto, era che per culo era venuta fuori da un'accoppiata di legni boni belli risonanti. Probabilmente avrei dovuto upgradare hardware, wiring e puppi ma allora avevo la scimmia e giravo millemila chitarre per provarle tutte in cerca di non so bene nemmeno io cosa. Quando poi ho capito che la cosa migliore era imparare a suonare, mi sono messo quieto e ho praticamente anche smesso di suonare.3 points
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14 anni fa quando avevo roba bella registrai questo soprattutto, c’era ancora Jimi.3 points
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e se molto semplicemente non si dovesse parlare di vibrazioni "restituite" alla corda dai vari tipi di legno del body, cosa in effetti improbabile perchè la corda è la fonte, ma si parlasse di come i diversi legni assorbono (portano via "dalla corda"/ponte etc) alcune frequenze lasciando quindi al sistema corda/pickup) diverse frequeze da riprodurre a seconda del legno del body? la cosa ha molto più senso anche dal punto di vista fisico. Vi faccio un esempio del cacchio. Il mio bassista s'è comprato un di quelle chitarre in plexiglass che aveva il manico svergolo. L'ha portata dal Liutaio che l' ha deriso all'infinito (chitarra demmerda... non suonerà una fava e via così ...), ma poi gli ha fatto il manico nuovo...e quando l'ha provata per le verifiche del caso ha telefonato con la mascella a terra per come suonava calda e con sustain infinito. Materiale duro e con peso specifico alto... si sente che non assorbe quasi nulla delle vibrazioni della corda che restano tutte a disposizione del pickup....2 points
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grazie Gian Mi piacerebbe il parere di Malvasia, perché conosco il suo modo di suonare che è più incline al mio, anche per capire in quale contesto lo utilizza2 points
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Non può considerarsi defintiva finché non riempi quello spazio vuoto, su dai!!! Per adesso tanti complimenti Inviato dal mio SM-A536B utilizzando Tapatalk2 points
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Interessante ma non è legale scambiarsi IR commerciali, tantomeno in pubblico. Direi però che si possono nominare gli impulsi che preferiamo, questo qui con questo microfono a questa distanza... Ecc.2 points
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difficile non lovvare il bananas.. abbiamo tutti momenti deboli, comunque si é aperta una bella discussione a riguardo! Resta pero il pensiero che non bisogna buttarsi sulle CS per avere delle chitarre ben suonanti, alla fine l'una CS che ho é la R8 dell 2005 il resto é roba vintage e gear proletario dove posso sperimentarci senza pensare al valore di rivendita. Il resto é curiositá.2 points
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Zio Marc, ma chi te lo fare di infoiarti col proffe crucco? Magari non è nemmeno buono di suonare la musica e allora giustamente si trastulla con le equazioni di psicoacustica che saranno sicuramente giustissime e santissime per carità. Ti farei notare tuttavia le seguenti cose: Quando posi le tue manine su una chitarra e la butti dentro un amp, esce sempre il tuo suono che è quello e ti contraddistingue indipendentemente dalle varie sfumature spippolative di gear. E da sentire è piuttosto piacevole anche per noi altri che lo ascoltiamo. Hai un boudoir bohemienne super creativo stilosissimo disordinatamente ordinatissimo che ogni cosa è proprio dove deve stare, rappresentando l'archetipo di come lo vorrebbe ogni radiochitarrista di talento. Secondo me perfino guitarGlory un pochino te lo invidia e ho detto tutto. Sei anche un bel ragazzo e immagino che col tuo fascino artistoide ne stendi parecchie coi tuoi concerti. Magari invece ne hai solo una che ti vuole bene e anche tu a lei, ancora meglio allora. Ma che cazzo ti frega dei pipponi del bravissimo proffe crucco quando puoi riverniciare a nitro una Squier di recupero, cambiargli il ponte e i puppi, godere come un riccio in connessione col tutto mentre operi, per poi buttare il risultato nel tuo Dumble Special per farci godere un po' anche a noi? Capisci bene che nel tuo boudoir della felicità, giù dalla ruotina del cricetino e fuori dalla relativa gabbietta, se i legni contano o no, se sono i puppi o l'amp, non sembrano questioni poi così vitali, di sicuro restano invece le tue manine e le emozioni che i tuoi suonelli muovono nell'etere a chi arrivano.2 points
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Io ormai con chi sostiene cose del genere non ci perdo neanche tempo. Ne discuto volentieri solo qua, perché so che è un parlarne tra amici, ci si conosce da anni e di solito escono discussioni costruttive... normalmente fuori da qua taglio corto e lascio chi è convinto nel suo brodo, senza sprecare nemmeno un minuto2 points
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Ah be', sì certo c'è differenza tra upgradare e fare danni Se lo fai con chitarre diverse però entrano in gioco altri fattori. Non si parla più solo di legni, se hai scala diversa, costruzione diversa, hardware diverso... scientificamente i legni diversi li senti quando confronti strumenti il più possibile simili, in cui l'unica variabile è appunto la qualità dei legni. Il tuo esempio in compenso è utile a confutare un altro assunto (completamente errato e - guarda caso - sostenuto da chi faceva pickup e dai relativi fan-boys) che andava di moda qualche anno fa: e cioè che il suono di uno strumento elettrico lo facessero quasi solo i pickup... mai sentito una cazzata più grossa, sostenere una cosa simile significa non avere le orecchie per quanto mi riguarda2 points
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Per la mia esperienza i legni influenzano sempre il suono su strumenti "tradizionali": Les Paul, SG, Strato, Tele, 335 ecc. Anche senza fare esperimenti come ho suggerito prima, basta andare in un negozio ben fornito tipo Tomassone, Centro Chitarre ecc, dove sono possono provare diverse chitarre della stessa tipologia... a meno di botte di culo clamorose, da spente suonano tutte diverse, hanno risonanze diverse, sustain diversi ecc... pur avendo le stesse vernici, lo stesso hardware ecc. Tralasciando tutte quelle su cui metto mano di continuo, io solo negli scorsi 10gg ho avuto qui quattro Murphy Lab, due 59, una 58 e una 57: ecco una delle due 59 era clamorosamente superiore a tutte le altre, sia da spenta che da accesa, e non solo alle orecchie mie, ma di tutti quelli che le hanno provate, perché la differenza era talmente evidente che era impossibile non accorgersene. E a parità di hardware e vernici, cos'è che fa quella differenza? Invece i legni influiscono meno (non zero eh, ma cmq un po' meno) in caso di hardware o elettronica molto "dominanti"... per fare un esempio, su una ESP con Floyd + locking nut e pickup EMG attivi... oppure su alcune headless.2 points
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Sinceramente non saprei perché non ho mai avuto modo di fare a/b testing. L’h9 l’ho dato dentro come permuta parziale per l’h90 Ti direi che sicuramente qualcosa al livello di qualità sonora degli algoritmi in comune è migliorata visto che i convertitori sono di qualità superiore. Inoltre l’h90 ha a disposizione degli algoritmi nuovi con preset annessi e come dicevo prima la gestione è diventata molto più semplice, sia on board che nell’app.2 points
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Se ci dai dentro un calcio per sbaglio mentre suoni live conviene iniziare a smontare2 points
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Ho un pò rivisto la pedaliera alla luce di qualche test fatto e ho sostituito ed eliminato qualcosa. Il castledine non c'era in lista e ho messo il funky che ha piu o meno le stesse dimensioni .Certo rimane bella congestionata, ma a parte il vibe e il flanger che terrei sullo stesso loop e lo attivo e disattivo in base al brano che devo fare, tutto il resto viene gestito dal looper quindi conto di pigiare poco nulla i pedali, giusto il duellist ma lo piazzo comodo al centro. Alla fine ho rimandato indietro il gigrig a 8 loop e ho preso one control agamidae che ne ha 6 ma mi permette di programmare i bank, inizialmente avevo snobbato questa funzione ma in realtà è molto comoda.2 points
