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Il tema, che adoro, non è mio; l'ho rubato a David Pieralisi. Mi sono divertito col mio J20 ed il suo tremolo. Tele '66. L'audio è un mix tra un Rode NT2-A (dry) e Ox in stereo con abbondanza di reverbero e delay.24 points
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Provo a mettere in ordine sparso delle conclusioni a cui sono giunto - e non da ora - sul mio rapporto con lo strumento. Probabilmente la quarantena, anzi, per me la quarantina a fronte dei kg ripresi, favorisce questa sorta di processo catartico volto a riconoscere come reali e ineluttabili dei pensieri latenti, a volte già sfiorati da una considerazione di natura sia cerebrale che emotiva, ma mai affrontati con la consapevolezza di diventarne davvero consapevoli (apparentemente sembra un gioco di parole, ma non lo è). Può capitare che nella vita un frangente anche insignificante o un episodio episodico (come sopra) fungano da catalizzatori e facciano emergere prepotentemente la realtà ("all'apparir del vero" scrisse un poeta). Sono un chitarraio. Ieri stavo strimpellando come se non ci fosse un domani (che sarebbe stato oggi, per la cronaca), quando in prima battuta ho pensato "ammazza che chitarra di merda". In diverse parti della tastiera frustate e ronzii come di vespe incazzate, corde durissime, cigolii, bending che a volume spento più che riprodurre note sembravano imitare il rollio e i rumori tipici di un galeone spagnolo. E qui la prima folgorazione sulla via di Damasco: la chitarra non è di merda, sono le mie mani a essere forgiate di tale sostanza, dalla quale, in questo caso non nascono nemmeno i fiori. Lo sapevo già, ma ne ho preso atto: non sono assolutamente capace di settare lo strumento. Solo la prospettiva del cambio delle corde, che eseguo anche a intervalli di anni (l'ultima volta è andata bene, solo dieci mesi), turba la serenità dei miei sonni. Tornando, tuttavia, allo strumento, devo altresì ammettere che non sia così speciale, se non fosse che è l'unico. Nell'arco della mia poco onorabile carriera di impostore della seicorde non ho avuto tante elettriche e mai più di due allo stesso tempo; tuttavia, tra le mie mani indegne mi sono capitati anche degli strumenti di buona fattura che, in un turbinio di scelte improvvide, ho via via abbandonato per poi ritrovarmi con l'attuale manico di scopa, rimettendoci anche, tra l'altro. E qui la seconda folgorazione: la mia gestione tecno-economica del gear (ah, il gear!) è stata quanto meno scellerata. A parte il discorso su chitarre e ampli, intorno ai quali, tutto sommato, non ho girato troppo, mi sono perso nel labirintico e compulsivo mondo delle scatolette, cambiandole più spesso che le mutande, e anche in questo caso, in un delirio di corsi e ricorsi, di miseria e nobiltà, perdendo soldi che avrei investito o sperperato meglio in altre cose. Gas, hype, mode, promesse di terre promesse, che suono, ah il distorsore liquido, il delay organico, maronna che pasta questo riverbero, senti che dinamica (ma che minchia è, alla fine?!), chi più ne ha più ne metta: il tutto per ritrovarmi a costruire parvenze di suoni che voglio credere di alta qualità e di bellezza eterea, ma che, anche qui all'apparir del vero, si rivelano per ciò che sono davvero, cioè simulacri di qualcosa di non raggiungibile senza mani, chitarra e ampli adeguato. Suoni di merda, in sintesi. Non solo. Mi sono anche reso conto che, anche nel momento in cui l'allora gruppo girava bene e lasciava presagire sviluppi interessanti, non compravo pedali per suonare, ma suonavo per comprarli, convicendomi anche di migliorare nell'esecuzione. E qui siamo alla terza e più importante folgorazione: non so suonare. Non so suonare. Da ragazzino ho preso qualche lezione di chitarra folk (allora si diceva così) da un tizio poi, ahimè, andato in esaurimento nervoso, per ritrovarmi ad accompagnare le celebrazioni di monsignore (perdonami, Ale, se ho mutuato una tua creazione); poi, ho comprato la prima chitarra elettrica ed è cominciata la farsa. Mai fatto un esercizio, mai provato una scala, mai il metronomo, mai curato l'impostazione del plettro, mai badato alla costruzione di accordi, mai sforzato di educarmi al timing, niente di niente. Forse per pietà, più probabilmente per incompetenza, la gente mi diceva che sarei diventato molto bravo. E io ho continuato imperterrito nella mia attitudine di fancazzista, ascoltando magari i grandi dello strumento (e nemmeno tanto, perché molti chitarristi famosi non li conoscevo o non li cagavo) e cercando di imitarli alla carlona, senza applicazione né dedizione. Ad un certo punto, per giustificare la mia imperizia con lo strumento, ho abbracciato il credo fasullo che si basa sul dogma altrettanto fasullo che sono meglio poche note suonate con trasporto che tante eseguite senza anima. Dentro di me, invece, rosicavo perché non ero in grado di suonare riff o lick veloci e soprattutto precisi. Ecco, la precisione: probabilmente non sono mai stato in grado di suonare esattamente la stessa cosa per due volte. A volte, anzi, quasi sempre, non so né come né perché riesca a suonare certi passaggi. Non parliamo, poi, della mia (in)capacità ritmica! Sono uno di quelli che si è buttato nelle produzioni originali, perché, a fronte della sua scarsa padronanza dello strumento, non sarebbe stato in grado di cimentarsi con le cover. Sì, mi è capitato spesso di suonarle, ma raramente sono riuscito ad avvicinarmici realmente o, addirittura, ho cambiato arrangiamento a mio uso e consumo. Mi riconosco un po' di orecchio e una buona capacità di analisi delle altrui performances (aver lavorato per molti anni con un service professionale mi ha aiutato o viceversa), ma le mie competenze si esauriscono qui. Il paradosso è che ho suonato spesso in giro, anche di fronte a un pubblico importante, e ho registrato album ed EP: la grande truffa del rock 'n roll... Nel tempo sicuramente ho imparato a fare nuove cose, ma parallelamente ho perso la capacità di farne altre, proprio per il mio deficit di preparazione tecnica e teorica e, why not, perché di fatto per me la chitarra non è fonte di vita come per molti e spesso giace a prendere polvere nel buio prima che mi decida a prenderla in mano: l'indolenza applicata alla musica. Da anni scrivo e a volte pontifico nei forum, ma chi sono io di fronte a gente che davvero sa suonare, che ha studiato, che sa come trattare uno strumento? Se ci fate caso, ho sempre scritto quasi esclusivamente nella sezione dei pedali, perché altrimenti avrei poco o nulla da dire o da dare (tralascio le mie fasi complottiste, le prese di posizione e le insensate diatribe per le quali ancora provo vergogna e di cui mi devo scusare con diversi tra voi). In verità, anche se apprezzo gli strumenti di pregio e mi piace ascoltare i bei suoni su circa il 99% delle questioni che vengono trattare qui dentro non ci capisco una mazza! Anche se potrei andare avanti, mi fermo qui. Vi chiederete quale possa essere il motore primo alla base di quanto ho appena scritto: desiderio di essere compatito o di sentirsi dire che non è vero? No, piuttosto vorrei candidarmi autorevolmente al 3d demmerda nell'anno del Signore 2020, andando ad arricchire il mio palmares... In realtà avevo bisogno di una sorta di sfogo e di togliermi anche una curiosità: citando un verso di Waters, "does anybody else in here feel the way I do?"22 points
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Dopo l’ultimo giro in solitaria attraverso la California, il Nevada, l’Arizona e lo Utah, avevo raggiunto la pace dei sensi. Avevo toccato con mano Norman ed ero entrato all’interno della magia del suo mondo. Avevo respirato l’aria del Pacifico, generatrice di tutto un filone musicale che ho sempre amato. Avevo sperimentato la differenza fra città e periferia degli US, fra camminare a notte fonda per le strade di LA e godermi il tramonto attraverso un canyon, in una riserva indiana. Mi ero appostato sotto il Cly Butte a guardare il cielo e sentire il grido dei rapaci. Avevo appurato che la gente “come quella dei film” esiste veramente. Mi ero goduto un po’ del clima da campagna elettorale, lo scontro fra Trump e Harris, che tanto mi affascinava. Ancora di più, avevo avuto conferma che non è necessario pianificare, organizzare, scendere per forza a forti compromessi. Mi ero un po’ immedesimato nella cultura della West Coast ed in cambio avevo ricevuto una forte sensazione di libertà. Ritorno subito alla vita di tutti i giorni, passano le settimane, arriva il 2025 e il maledetto pensiero dell’invio del piano ferie per l’intera annualità. Per uno come me è una vera violenza. Inizio a instaurare il classico colloquio di amorosa mediazione con la mia compagna. Quest’anno facciamo qualcosa? Quanto vogliamo spendere? Porca miseria, la porta di divisione per la cucina che, ovviamente, non ha misure standard e costa tre volte una normale … prima o poi dovremo comprarla. Ma poi quando potresti prendere le ferie? Ti faranno storie? Ecco che parte l’agitazione e le domande rimangono senza risposta. Arriviamo a febbraio inoltrato e invio la maledetta email all’ufficio personale. Vado un po’ a caso: 7 giorni a fine maggio per riprendermi dal logorio della vita moderna, 2 settimane a fine settembre e qualcosa a Natale. Un caro amico mi chiede di accompagnarlo in un negozio di Bologna perché interessato a una vecchia Mosrite anni ‘60. Prima ci fermiamo da un noto rivenditore di Gibson al quale ho già lasciato troppi soldi. Chiedo di provare una custom. Mi chiedono se avevo appuntamento, poi acconsentono perché non c’era ancora gente. Mi danno da indossare un bel grembiulino per cucinare, la parannanza sonica, altrimenti l’avrei graffiata con le zip del cappotto che mi ero già tolto. Capisco tutto, ma porca di quella troia. Inizia il tedio. Arriviamo al negozio per il quale avevamo affrontato 100 km di autostrada. Provo qualche strato jappo fine ‘80 venute molto male. Poi mi giro e vedo sul muro una special DC del ‘59. Faccio un giro e chiedo di poterla provare. Amo i bolognesi, sempre con la battuta pronta, sempre con la frasetta spiazzante, sempre a canzonare. Vivo di contraddittorio, da toscano ci sguazzo. Sono cresciuto con qualche calcio in culo e con il motto “meglio una battuta che un amico”. Mi piace prendere e farmi prendere in giro. Aspetto la battuta che non arriva. “Seee, oh ma lo sai quanto costa?” “O ma quella è roba vecchia che costa quanto una macchina” “Ma così per fare o ti interessa veramente??“. Nel frammento di secondo successivo mi passano per la mente i momenti vissuti nei negozi ‘mericani. L’istante dopo prende il sopravvento l’orgoglio, stupido, senza senso: cazzo sempre i soliti, mi ha veramente preso per un ragazzino e quella non è una burst, colpa mia che continuo con 'sta storia dei negozi italiani. Poi borbottando mi tira giù il brutto anatroccolo, come ampli un valvestate di merda, perché gli altri sono occupati, dice. Maremma laida. La provo senza il semivalvolare. È molto bella! La trovo viva, suonabile, bella connessione. Abbastanza maltrattata, quasi tutta originale e venduta ad un 40% in più rispetto alle sue quotazioni medie. Mi bastano 3 min e riconsegno la chitarra color “vomito di briaho” al bolognese. Come ritualmente faccio, non posso vivere senza, cerco di instaurare un bellissimo rapporto con il commerciante. Come una sorta di gioco delle parti, come una danza indiana fra venditore e acquirente, chiedo nuovamente il prezzo, rispondendo “no dai, sul serio ” per poi incalzare con “è davvero l’ultima offerta?”: “se vuoi ti offro 1 caffè ma solo a te, non al tuo amico, che ormai la chitarra l’ha già pagata. ”. Toh, finalmente una battutina. Mosrite presa, torniamo verso casa. Arriviamo a metà maggio e il mio umore è pessimo. Non avevamo deciso assolutamente niente ed ormai era andata. Un classico. Vabbeh, tanto avevo preso solo una settimana di ferie. Passano alcuni giorni e il mood è astio e rancore e, immancabilmente, partono le difficoltà notturne, dormo male. Sabato 17 mi sveglio con nausea, incazzatura e con in mente la DC del ‘59, il caffè offerto e il colore “vomito di briaho”. Tedio la mia compagna, le faccio fare ottocento chiamate, faccio le mie. Giovedì 22 maggio. Con solo i bagagli a mano, dopo esserci sorbiti già due voli, eccoci a Orlando in Florida. Ficata. Dovuta premessa. Non sono assolutamente un viaggiatore. A dirla tutta, non amo nemmeno viaggiare nell’accezione attuale del termine. Diciamo che è un effetto collaterale per raggiungere uno specifico obiettivo. In questo caso, in ordine, le chitarre, il rock, il blues e il jazz. Pur non avendo molta esperienza, mi piace molto cercare di cogliere i particolari. Appena arrivati notiamo la differenza nell’atteggiamento delle persone: più distese, meno impettite, più amichevoli. Eravamo già abbastanza cotti e mancava ancora un volo: Orlando - Nashville. Dopo 3 ore, fra attese e percorrenza, ci siamo. Finisce il tedio. Nashville è il nostro parco giochi! Si sente dire spesso. Ormai dai video su youtube si vede molto della città. Un’ idea già riusciamo a farcela. Fra tutte le opinioni inutili e non richieste voglio strametterci anche la mia. Sapere quali sono le differenze fra una strato ‘59 e una ‘60 vi rende orgogliosi, vero? Riuscire, dopo 83 giorni di sudore, a tirare fuori un suono appena accettabile da una Fractal vi fa sentire Steve Albini? Spiegare per ore le differenze fra delle 6L6 e delle EL34 al malcapitato amico appassionato di modernariato che ha fatto l’errore di vedere la vostra jmp super bass del ‘74 in salotto e chiedere se fosse una vecchia radio vi fa sentire un signore delle tenebre? Mi esprimo anche per voi, cavalli pazzi, con un netto SI! Tutte queste cose da un lato accrescono l’orgoglio, dall’altro, si tramutano in un unico grande pensiero che sorge sempre prima di coricarsi: tutto una gran ficata ma…non sono un nerdone…vero? Dopo solo la prima ora passata a Nashville posso finalmente darvi una risposta al quesito sopraesposto. Più che una risposta direi una pronuncia totalmente chiarificatrice, dirimente e, azzarderei, tombale: no, non siamo dei nerdoni, siamo dei fottutissimi SLASH in November Rain. Ecco, Nashville me lo conferma a ogni metro. Nashville è talmente tanto chitarrocentrica da passare la parte. Scendi dall’aereo e in aeroporto c’è il logo Gibson ovunque, una teca con all’interno una folk, musica country sparata dagli altoparlanti, foto di musicisti con chitarra a tracolla. Nashville ci fa sentire meglio in quanto chitarristi Percorriamo i corridoi per uscire dalla prima parte dell’aeroporto e veniamo invasi dalla musica, dalla chitarra e dal Tennessee. Pubblicità della Gibson, chitarre in vetrina in bella mostra, decorazioni raffiguranti musicisti. E’ un continuo di simboli legati alla musica! Mi guardo intorno e mi ripiglio dalle 20 ore di spostamenti. Scusate la dovutissima digressione, torniamo a noi. Anche in questo caso, mi ero lasciato prendere dai 5 minuti di follia e, stavolta, ero riuscito a convincere anche la mia compagna: facciamo un viaggio dal Tennessee alla Louisiana senza fissare niente, ci fermiamo dove e quando ci pare, andiamo in base all’umore e vediamo come va! Usciti dall’aeroporto andiamo verso la compagnia di noleggio auto. Anche a questo giro scelgo un suvvettone che diventerà, nell’arco di due settimane, un po’ la nostra casetta mobile. Dopo le migliaia di chilometri percorsi sette mesi prima, mi trovo immediatamente a mio agio. Fra la West coast e il Deep south vedo subito la differenza di paesaggio, di strade e di vibes. E’ un altro pianeta! Arriviamo all’hotel poco fuori il centro. E’ un bell’edificio imponente, con un parcheggio gigantesco. Ovviamente non è niente di lussuoso, una sorta di tre stelle gradevolissimo. Arrivati davanti alla hall ci accolgono megadecorazioni di chitarre e chitarristi con vetrine adornate da folk acustiche. Chitarre appese ovunque anche all’interno. Si, è la città della chitarra, ho un’ulteriore conferma. Cadiamo lessi a letto e ci prepariamo al giorno successivo. Downtown è un parco giochi con un corso principale fittissimo di locali sia grandi che più raccolti dove fin dalle 10.00 di mattina si suona. Forse non mi sono spiegato bene, quando scrivo certe cose dovrei metterci più enfasi perché il rischio è di farvi soprassedere, sorvolare oltre senza soffermarvi il tempo dovuto: DALLE FOTTUTE 10.00 DI MATTINA FINO ALLE FOTTUTE 2.00 DI NOTTE, IN OGNI FOTTUTO POSTO SULLA BROADWAY DI DOWNTOWN SI ALTERNANO, DANDOSI IL CAMBIO E SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA’, DELLE BAND CHE FANNO MUSICA DAL VIVO. Vai nel ristorante, bar, club di turno, ti prendi da bere o da mangiare e paghi la band o l’artista che si sta esibendo tramite una “tip”. Con le tips, il musicista medio ci campa. Considerazioni: non è più la Broadway di un tempo dove si esibivano solo i true che ci attizzano tanto (vero @Bananas del mio cuore cit.?), dove i locali erano gestiti da locals, dove si formavano i futuri Cash, dove si rodavano i mostri sacri che poi avrebbero suonato al Grand Ol Opry Ballroom o al Ryman. Oggi i posti sono degli investimenti di businnessmen o rock/pop star. Le band fanno tantissime cover ma sono comunque di alto livello. Si suona per il turista becero medio ‘mericano di qualche stato vicino che vuole sentire rockettino o pop/folk vestito da simil country. E’ abbastanza un mangificio con alti prezzi e qualità normale. Le ragazze, appena mettono piede a Nashville, si abbigliano esclusivamente con shorts di jeans, camicette, stivali e cappelli da cowgirl. Il Pedal Tavern è una follia da ragazzetti ciucchi marci … lo voglio anche da noi, subito! L’hot chicken è una ficata, Hattie B’s ancora di più, però, forse, e dico forse, è leggermente sopravvalutato? Detto questo, per “uno come noi” passeggiare sulla Broadway riamane comunque qualcosa di leggendario. Da qui ci sono passati tutti, la chitarra la fa da padrone (e vorrei ben vedere, tutti gli altri strumenti fanno cacare) e sentire suonare incessantemente centinaia di band per tutto il giorno fa riflettere. Peccato, come dicevo, che poi c’è anche tutto il resto che come uno tsunami travolge Downtown: i locali di Kid Rock e quello di Jon Bon Jovi, il museo di Johnny Cash e la Bud Light. Gibson Garage Arriviamo nel pomeriggio nei pressi dell’indirizzo impostato su Maps. Claudia inizia già a sentire la forza oscura crescere in me. Ci sono due tipi di persone: quelle che al cospetto dell’epicità si ammutoliscono e quelle che diventano un fiume di parole. Io non proferisco parola e ogni suo tentativo di volerne fare parte, con domande riguardo che tipo di negozio sia o che cosa abbia di particolare, cade nel vuoto. Da fuori è meno imponente rispetto a quanto allestito all’interno. Fa parte di un edificio dai tratti industriali ed è insieme ad altri negozi. E’ sempre in zona centrale ma defilata rispetto alla “strip”. Come abbiamo appreso dai moltissimi video e foto online, appena entrati colpisce l’allestimento. Sul soffitto, un nastro trasportatore fa scorrere costantemente una fitta fila di chitarre attaccate per la paletta. Si può trovare quasi tutta la produzione G. Il mio interesse ricade esclusivamente per le CS e, in particolare, per le edizioni speciali. I dipendenti sono abbastanza preparati ma l’aria che si respira non è certo quella di un luogo di culto. Tanto merchandise figo. Rispetto l’entrata, sulla sinistra c’è il reparto acustiche, a dritto, in fondo il reparto Epiphone e sulla destra la sala M2M e alcune edizioni limitate. Tutto il resto è standard, CS, normali e ML, alle quali è dedicato un angolo. Parto subito con la domanda più scomoda di tutte: dove è il vault? Posso andare da solo o mi dovete accompagnare? Con fare dispiaciuto mi viene risposto che è possibile visitare il caveau solo previo appuntamento. La visita può essere acquistata solo dai clienti del Four Season di Nashville come pacchetto accessorio aggiuntivo (circa 300 dollari). Che delusione… Tiro fuori il mio essere merdaccia e ribatto “si ma io vengo appositamente dall’Italia”. La gentilezza del Tennessee si scontra con la merditudine italiana e il ragazzo mi risponde “eh...mi dispiace ma sfortunatamente anche noi dipendenti non possiamo entrare..solo manager del brand o figure come Agnesi possono accedere liberamente” :-((( Che sconfitta... Scomodo uno dei ragazzi e chiedo di provare alcune cose: cerco la Greeny Hammet Collector’s Edition, la Explorer e la V sempre Collector’s e una LP con il Brazilian. Niente da fare per le prime tre, già vendute al lancio e presenti in store solo per un mesetto. Ok per la Braz alla quale aggiungo una 335 ‘58 ML e una Custom di Clapton. Nota stonata: gli ampli, tutti Mesa, sono attaccati a un Torpedo e vanno in cuffia...pessima scelta. Vado nella saletta M2M e specials e appesa c’è una bella fuoriserie: la Amos di Jbono. Edizione speciale di una delle sue V ‘58 e ‘59. Bella bella, rifinita bene, ultra heavy aged, leggerissima e con un suono da vera V, non LP, non SG, non Explorer ma una ulteriore interpretazione del suono Gibson con doppio HB. Una fra le reissue migliori che abbia mai provato. Sensazioni nette che ricordo ancora dopo alcuni mesi. Peccato che sia associata ad un artista e peccato per i 20k, a metà del prezzo ci avrei fatto un pensierino perché, per i miei gusti, veramente valida. Che dire? Negozio moderno e strafico, che calza a pennello con la città e sigilla il sodalizio con il brand che tutti noi amiamo. Nashville è Gibson e il Garage ne è la consacrazione. Forse leggermente turistico, forse più per l’appassionato medio che per quelli con decenni di chitarra alle spalle. Posto fantastico per chi vuole sperimentare differenze fra le varie fasce di prezzo e categorie. I ragazzi non fanno troppe storie nel farti provare strumenti dal prezzo importante anche se c’è attenzione e cura verso le chitarre. Tutti gentili e scambiano volentieri qualche chiacchiera. Trascorriamo la restante parte della giornata girellando per la città con BBQ annesso. Eccoci al giorno successivo, facciamo colazione avendo in sottofondo Townes Van Zandt. L’hotel è pieno di gente giovane, c’è un evento dedicato al gioco di carte Magic. Montiamo in macchina e imposto il navigatore. La destinazione si trova in una via sempre principale ma fuori rispetto a Downtown. Arriviamo in una zona abbastanza verde e più residenziale, parcheggiamo e mi prendo qualche secondo per guardare i disegni all’esterno dell’edificio. Ci siamo. Ci sono. Il luogo simbolo della chitarra. Gruhn Guitars Ricordo ancora adesso quando da ragazzino mi connettevo all’allora embrionale, ma così futuristico (si, al maschile), “internet” tramite il modem 56k di mio padre, da sempre appassionato di informatica. Passava tutto dalla linea telefonica, partiva la classica sequenza gracchiante di connessione, iniziava il senso di colpa dovuto al fare spendere i miei (si pagava a consumo) e al termine si spalancavano le porte del tutto. Ecco che potevo toccare con mano il sito di Gruhn, vedere qualche pixel di foto di qualche chitarra iconica che andava caricandosi. Il brivido di sentire vicine alcune rarità. Sapevo fosse in America ma non in quale luogo, tanto era troppo lontano anche solo da immaginare. L’atmosfera è quella che ci si aspetta e che traspare dai video. Non un luogo dove andare a fare shopping compulsivo, chiedere delle ultime innovazioni tecniche o provare il nuovo ampli della Peavey. George fu il primo a reperire, archiviare e commerciare chitarre vecchie e usate. Ha contribuito a identificare gli strumenti per le loro qualità. Ha avuto fra le mani ogni tipologia di chitarra. Se compriamo “riedizioni” è anche per merito suo. Solo voi potete capire l’emozione di essere in questo posto. Ha cambiato fondo alcune volte e si è trasferito dalla chiassosa Broadway all’attuale posizione. Passeggiando sulla “strip” la “Honky Tonk Highway”, sono riuscito a scovare il vecchio fondo e la sua insegna disegnata direttamente sull’edificio, foto alla quale sono molto legato e che ho piacere di condividere con voi. George Gruhn, dagli anni ‘70 in poi, portava le chitarre ai mostri sacri che dovevano suonare al Ryman auditorium. La sua attività, commerciale, informativa e divulgativa, ha determinato uno spartiacque generazionale. Fu il primo ad avere l’intuizione di utilizzare liste di strumenti che aveva a disposizione da inviare via fax così da poter velocemente comunicare, anche e soprattutto a livello internazionale, comprare e vendere. Il Dobro che Duane utilizzò per “Little Martha” fu acquistato da George. Ha creato un’attenzione, prima inesistente, verso le chitarre acustiche ed elettriche e ha posto l’accento sulle differenze ontologiche fra uno strumento solo vecchio e uno di pregio. Su questo punto potremmo aprire una discussione su quello che potrebbe essere il futuro della categoria di beni di cui siamo appassionati. Nello specifico, mi riferisco alla classificazione di alcuni strumenti musicali ai fini di proteggerne il valore, culturale e storico, che portano con loro. Personalmente, da qualche tempo, incrociando professione e passione, ho iniziato ad approfondire lo studio della tematica dal punto di vista normativo e, nel corso di questo anno, spero di poter trarne alcune conclusioni. Il “negozio” è molto più sobrio degli altri presenti in città e si percepisce subito di essere in un posto dove potersi informare, scambiare qualche chiacchiera con musicisti reali e acquistare in modo oculato. Quanto detto per Norman’s Rare Guitars vale ancor più per Gruhn: se cerchi qualcosa di particolare è probabile che riescano a trovartela. Ad accoglierci c’è una gentilissima signora in servizio alla cassa. Poco dopo arriva un signore, sulla sessantina, molto simile a George, di nome Micheal. Percepisce la mia commozione, mi stringe la mano e iniziamo a parlare. Come ritualmente accade, chiede la nostra provenienza e appena sente dire “Italy” partono gli aneddoti: “ho un caro amico che mi racconta di quanto sia meraviglioso un posto vicino alla Toscana dove si svolge un festival di chitarra acustica alla quale è stato invitato. Mi sembra si chiami Sarzana”. Il mio cuoricino viene colpito nuovamente. “Ma certo, Sarzana acoustic festival! È incredibile che ti ricordi proprio di questo evento...ma chi è il tuo amico? Magari lo conosco...” “È abbastanza conosciuto dai chitarristi acustici, è australiano e si chiama Tommy Emmanuel, lo conosci?” Finta umiltà? Metodo per fidelizzare i clienti? Non lo voglio sapere, mi piace solo pensare che le conversazioni abituali in negozio siano così. Mi chiede se cercassi qualcosa in particolare, quanto staremo in città e mi conferma che per un vero servizio è necessario prendere appuntamento richiedendo gli strumenti di cui avevo bisogno. Le domande sono specifiche, le risposte ancor di più. Anno, colore, stato, prezzo. Chi cerca veramente una strato del ’59 sunburst non ne vuole una del ‘62 in custom color olympic white. Chi vuole una 335 del 60’ mint non è interessato ad una 345 del solito anno. Dal pochissimo che sono riuscito a percepire, il livello è questo. L’amara conclusione potrebbe essere che è un posto nato per tutti ma divenuto per pochissimi. Ricchi, privilegiati e annoiati? Un po’ è così e un po’ no. È un posto anche e soprattutto per appassionati. Durante la chiacchierata, dico di aver visto i vari video sul canale di Tom Bukovac insieme a George e gli altri ragazzi e di essere stato colpito dal loro amore anche per strumenti meno blasonati, come la puntata sulle Dean. Il volto gli si illumina e mi porta alcune Cadillac del video da provare. Mi chiede se avessi qualcosa del marchio (l’umiltà, non dare sempre per scontato di trovarsi davanti a persone senza esperienza, loro che potrebbero, fa molto pensare...). Inizia a evidenziare quelli che per lui sono le caratteristiche, le peculiarità del modello e perché hanno una loro dignità. Arrivano altri clienti/amici e mi lascia un po’ a provare quello che voglio. Tiro giù alcune cose ma, sinceramente, ho scelto questa meta più per la sacralità del luogo che per gli strumenti. A disposizione della clientela non hanno tanto quanto altri posti più commerciali, molte più acustiche e mandolini che elettriche. Nel frattempo passa il mitico Greg Voros, liutaio dello store. Dopo alcuni giri, in estasi, mi congratulo, saluto tutti e mi incammino al successivo negozio. Uscito, ne seguirà un momento di nostalgia. Ero li grazie alla mia prima elettrica, quella Epi nera a forma di diavoletto da due lire, pessima, dai tasti taglienti e la liuteria assurda, con la vernice sciupacchiata con il sudore del braccio durante le torride estati, ma che amavo e con la quale ho trascorso una valanga di nottate. Rumble Seat Music Le vecchie volpi del Radiochitarra conosceranno bene anche questo negozio. Per tutti gli altri, una breve introduzione. Il motore è Eliot Michaels, un fottutissimo rocker, duro e puro, che, suonando a giro, a una certa, si è reso conto che le chitarre vecchie erano di suo gusto tanto da diventare un riferimento per il vintage USA. Partito da Ithaca, New York, le cose ingranarono così da potergli permettere di aprire altri negozi: Brooklin, Albuquerque, Santa Fe, Carmel by the sea. Nel 2016 decide di chiudere tutti i punti vendita e aprirne uno, concentrando tutta la roba accumulata, a Nashville. È il posto dove mi piacerebbe passare i pomeriggi chitarristici. Pieno zeppo di cimeli, tutto incentrato su design e stile americano anni ‘60 e ‘70. Insegne, loghi, oggettistica varia degli anni d’oro del rock. Arriviamo e parcheggiamo proprio davanti alla vetrina. Ad accoglierci, in questo caso, sono due tizi dai quali, se fossero loro a proportela, compreresti anche una Strato AM Pro II del 2025. Sono i classici tipi ‘mericani che ne sanno un botto e che danno l’idea di averne viste di cotte e di crude. Anche loro massima gentilezza, ti invitano a guardare e provare tutto quello che hanno tranne la roba in vetrina. Moquette ovunque e odore di ampli vecchi. Lo sapete che odore ha un ampli vecchio, vero? Vero? Ecco, quel profumo li, in ogni punto. Anche le poltrone e i divanetti sono vintage. Tutto è una figata. Dopo un po’ si apre la porta di ingresso del negozio e un cagnolino meraviglioso ci viene a salutare saltandoci addosso e facendoci le feste. Subito dopo, entra il padrone: Eliot. È come si percepisce dalle pagine online. Un rocker vero, che non molla, che non perde un colpo. È un duro, come quelli che vedevi nei film in tv. Per spiegarmi meglio: non è uno di quelli che, comprando una Harley e un gilet di pelle, si sentono dei dritti e vanno per strada pensando di essere dei ganzini. Diverse chitarre di quelle giuste e discreta attenzione anche a modelli del tutto particolari come alcuni brutti anatroccoli anni ‘60 americani. È un negozio dove si possono trovare anche robe “umane”, diciamo dagli anni ‘90 in giù. Ci sono strumenti sia dal grande valore economico che quelli più abbordabili e dalle svariate condizioni come refin e modifiche varie. Posto che frequenterei più che volentieri per cercare chitarre che possono piacere veramente, suonabili tutti i giorni e non solo dal grande valore. Bello bello. Carter Vintage Guitars Arriviamo a Carter. Posto in una zona più frequentata e più vicina al centro di Nashville. Non credo abbia bisogno di presentazioni: se state leggendo queste righe, avrete sicuramente visto molti dei video pubblicati sul canale youtube del negozio. Si entra e veniamo accolti da una giovane ragazza alla cassa, posizionata nella zona merchandise e sommersa da magliette, felpe e roba varia. Varcata la zona di ingresso, è subito presente il passaggio per l’ala principale, quella delle chitarre “normali”. Una valanga di roba, posto enorme con un sacco di chitarre appoggiate a terra e appese sui muri. Si può trovare di tutto riguardo al nuovo e qualcosa per il vintage. Tantissima gente a provare strumenti e clima molto positivo. C’è anche diverso personale a lavorare con un laboratorio di liuteria, per riparazioni e manutenzione. Colpo d’occhio notevole. Parte acustica suggestiva perché è dove registrano i video i mostri sacri della chitarra. Giro fra le corsie intento a guardare come sono disposti i vari marchi. A un certo punto, sulla sinistra, scorgo un’ulteriore area. Mi avvicino e capisco, passo dopo passo, di essere nella direzione giusta. È la Vintage Area. Entro e mi si para davanti TUTTO! Sulle pareti sono appesi i pezzi più rari mentre sugli stand a terra si possono trovare le vintage meno costose. Sapevo che l’inventario era pazzesco ma non pensavo fosse così accessibile. Tranne una Burst, una Strato del ’54 e poco altro sotto vetrina il resto era tutto sui reggi chitarra, senza protezione. Parte l’agitazione e nel marasma più assoluto mi dirigo verso le ES. Ci sono tutte: 335 ‘58, ‘59, ‘60, ‘61, ‘63, ‘65; 345 ‘60 ‘63; 355 diverse ma non ricordo gli anni. Con l’ansietta crescente, avvicino il commesso – controllore e chiedo, di grazia, se ci fosse l’opportunità di poter provare una 335: “certo, quale vuoi e con quale amp?” “Ma, senti, che posso provare la ‘59 sunburst?” Mi stacca l’opera d’arte, me la porge, mi indica un ampli oppure, mi dice, avrei potuto provarla in saletta. Se ne va. Inspiegabilmente. Lascia l’area e sono solo. Provo la bestia con commozione e mi assicuro di non tenerla troppo per non infastidire. Infastidire chi??????? Il commesso era andato via e non c’era nessun altro del negozio nell’ala. Guardo Claudia, faccio finta di aver avuto un suo cenno di approvazione, rimetto a posto la ‘59 e piglio la ‘61. Poi la ‘63, poi una 345. A quel punto ero diventato nuovamente una iena, assetata di sangue, in preda ad un’euforia ancestrale. Mi stavo ricongiungendo con la terra e stavo ottenendo quello che, nella mia testolina, mi è sempre spettato come per diritto di natura. “Ma che sei pazzo, sul cartellino c’è scritto 130.000,00 dollari, se succede qualcosa siamo rovinati, mettila via”. Troppo tardi. Avevo in mano una LP Custom del ‘59, variante 3 pickups, poi un'altra, sempre '59, sempre 3 PUs…poi TUTTO Una sfilza di Goldtop ‘54 ‘55 ‘ 56, SG’62 standard e Custom, Specials, Firebirds. Poi vado a Fender dove mi ripasso cronologicamente molti degli anni migliori della strato, partendo dal ‘56 e della tele, partendo dal ‘57. Che vi devo dire, tutto nella più totale libertà, senza nessuno a farmi pressione, con immensa gioia e con il terrore negli occhi della mia compagna. Ho passato un’ora e mezza in compagnia degli oggetti sui quali avevo più fantasticato negli ultimi vent’anni. Ma i tasti di una ‘58 sono veramente più scomodi di una ‘59? Ma una slab del ‘60 suona più palissandrosa di una ‘63 laminated? Come varia di sfumatura il sunburst dopo 70 anni? Ma quanto è suonabile una Custom ‘59 con i suoi tasti originali? Ecc. Adesso, potevo dare una risposta a ogni dubbio. Ho perso il conto di tutti gli strumenti provati. A un certo punto mi giro e in un angolo trovo alcune poltroncine dove potersi riposare dallo sforzo e sedere in mezzo a un Dumble e un TrainWreck. Non so se avviene sempre così, che il commesso ti lasci totalmente libero di provare qualsiasi cosa oppure è stata una casualità. Sinceramente non saprei cosa dirvi sul negozio tranne assolute banalità. Si tratta di un parco giochi per il vintage con uno fra gli inventari più forniti al mondo e quasi completamente disponibile alla prova. Prezzi leggermente alti ma giustificati dalla possibilità di avere tantissimi strumenti fra i quali scegliere. Alcune chitarre, per i miei gusti, veramente commoventi, come le due 335 del ‘59 e del ‘60, una tele del ‘66 (incredibile ma vero), e una strato ‘57. La ‘66 è già stata venduta ma mi è rimasta in mente per molto tempo, anche perché l’unica leggerissimamente più abbordabile come prezzo. Guthrie Trapp, JD Simo, Marcus King, Little Berrie, Kirk Fletcher sono solo alcuni degli ultimi nomi che mi vengono in mente quando penso a Carter. Luogo dove si viene più a comprare che a scambiare opinioni. Sensazione del tutto personale: la minor sacralità del posto è compensata da quella degli strumenti proposti. Guitar Center Nashville Su questo GC posso dirvi veramente poco. Solito negozione dove acquistare i prodotti commerciali. Mi aspettavo qualcosa di molto migliore e più vicino a quello di Hollywood. FINE parte 3 Per chiunque fosse riuscito ad arrivare a questo punto, GRAZIE! In attesa del Chapter 4 vi auguro un buon 2026!!!!20 points
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Ciao ragazzi vi posto un paio di lavoretti fatti con alcuni amici per ingannare il tempo in quarantena. Purtroppo posso capire che il jazz abboffa un po' la minchia ma comunque questo passa il convento per ora. Un salutazzo a tutti.20 points
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ECCOLO IL REGALO DI NATALE IN EXTREMIS!!!! Il famoso video di Don Bread menzionato da Cash!!! Recuperato dagli archivi del web in tutto il suo splendore!!!! Buona visione e buon ascolto !!!!19 points
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Vi presento la ultima di casa, Blackbeard guitar 034 “La Cavrèta” nasce tutto da una richiesta di Info al Bravo Paolo Lardera,3 chiamate per spiegare e capire la mia idea di chitarra grezza..worn,schietta e senza fronzoli,direi proprio come una capra..animale che adoro. Paolo mi manda 4 foto di relmente e visto che ci siamo capiti subito il legno ed il manico sono già scelti. prima del suono e feel volevo però proprio fare un plauso proprio a Paolo per comunicatività e per la sua filosofia e il carattere che danno le sue creazioni corpo in un vecchio Abete ed un frassino olivastro che è una gioia per gli occhi,manico reverse con una sezione di manico generosa e piena unita al radius di 9.5 danno subito la sensazione di chitarra già usata e il feel nasce spontaneo. esteticamente per me è è stupenda,la capra che avevo mandato come immagine per la incisione è perfetta e il battipenna non copre il body eccessivamente. la forma del battipenna è perfetta per me. Per quanto riguarda l’elettronica abbiamo un volume con treble bleed,che poi Paolo ha deciso ascoltandola in primis di dotare di un secondo treble bleed per attenuare leggermente le alte che potrebbero essere eccessive ..ma. Il pickup è in neodimio ed è stato proposto da Paolo a me e siccome la curiosità era tanta ho accettato,idea splendida perché a livello di suono si ha una maggiore uscita ma non si cade nella pastosità del sovraavvolgimento. il suono quindi che nasce è… una sberla,veloce apertissimo e schioccante,molto molto presente la dinamica e molto presenti le armoniche sulle alte..per certi versi richiama lo scampanellio delle vecchie rickenbacker ma con le palle. Si con le palle perché la chitarra sulle frequenze basse è piena ma molto veloce e asciutta,le alte sono super armoniche e molto presenti ma la vera sorpresa sono le medie ,medio basse quasi da territorio paf style. percussive,piene ma non troppo oltre. dinamicamente mi sta davvero piacendo questo sottile equilibrio che si crea dosando il volume di questo strumento..che come noto passa da funk a fuzz rock,pure qualche puntata di stoner non gli manca Posso solo dire,grazie Paolo,sono contento…probabilmente proverò a ragionare per un altra chitarra sempre fatta da lui più avanti,magari ancora con qualche idea stramba!17 points
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Buonasera a tutti, non sapevo bene dove postarlo perché si parla di chitarre, musica, aneddoti di vita vissuta e tanto altro, quindi lo metto qui un po' a caso È un nuovo format di video podcast, ideato insieme ad alcuni amici e "ospitato" dal negozio Not Just Guitars è dallo studio di registrazione Lignum Lab Recordings. Questa prima puntata è incentrata su 2 elementi principali: 1. Claudio Bazzari, turnista con un curriculum mostruoso, nonché persona simpaticissima e alla mano, che si è prestato insieme al figlio Milo a essere bombardato dalle nostre domande. 2. Quattro Les Paul vintage, tutte GoldTop, suonate e registrate a turno in studio e raccontate... dal sottoscritto, (spero in modo non esageratamente palloso ), con una band di cui fa parte anche Luca Visigalli (bassista tra gli altri di Fiorella Mannoia e della trasmissione Io Canto), e di un bravissimo batterista blues che si chiama Federico Patarnello. Buona visione e... se avete domande o curiosità, chiedete pure senza problemi, che appena posso rispondo volentieri16 points
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Una bella straterella sotto l'albero E anche il fuzz Behringer, arrivato giusto giusto alla vigilia.16 points
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povero tentativo con tanto coraggio.... oops link non funzionava..ecco16 points
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Buondì Radiochitarrai! Dopo averla sentita più e più volte, gasato come una scimmia soprattutto dalle varie demo del buon Gianca (che sa farlo parecchio bene quando non si sdraia sui binari), ho rotto le scatole a Lorenzo per farmi fare sto ampli spettacolare. Ce l'ho da quasi una settimanella e ancora lo sto scoprendo, non gli rendo minimamente giustizia ma non me ne frega assolutamente niente, mi ci diverto un botto. Si tratta di quella che possiamo definire la V2 della Bitch di Lory, si dice addio al pannello nero, io l'ho chiesta il più possibile plexi style e Lorenzo mi ha accontentato, non so se poi anche le prossime avranno la stessa identica livrea. Sicuramente il buon Lory sarà ben più prodigo di chicche tecniche, posso dirvi che si tratta di una Bitch con selettore della rettifica (valvole - solid state), controllo di negative feedback, controllo thump (simile ma diverso rispetto a un depth), pull sul volume per il comando smooth, consueto switch xXx a tre posizioni, loop effetti, eq a 3 bande, presence, master e gain. Infine una chicca spettacolare, il selettore structure... trasforma l'ampli, lo ripulisce e rende capace sta ragazza di puliti ancora più belli e godibili (e già prima non si vergognava), ti porta in territori quasi JTM, veramente spettacolare. Pompando il gain anche con lo structure inserito si arriva a saturazioni importanti, in modalità normale conoscete già la bestiola. Avevo fatto una demo da condividere coi soliti ignoti su uozzapp, tuttavia Lory mi ha autorizzato a diffonderla, par che esecuzione pessima a parte non suoni male (la testata)! Nel video spiego un po' che ho combinato, comunque sono con un greenback nella grossmann, microfonato con dinamico e nastro. Aggiungo da daw un po' di reverb e delay per ambiente, che mi piace sempre avere quando sbrodolo note a caso. Il video è lungo, però diviso a capitoli, quindi quando vi annoiate o volete provare a "sentire" determinate cose potete andare avanti... Sto amplino meriterebbe ben altre mani e altra ispirazione, ma io me lo godo e forse è la volta buona che mi decida a riprendere a studiare. Ultima nota di colore sul case... nel senso che o era avorio o era avorio... abbiamo avuto fortuna che lory avesse in casa questo prototipo di dimensioni insolite, altrimenti toccava industriarsi e farsene fare uno su misura perché sennò non mi entrava nello scaffale. Probabilmente sarei andato sui soliti elephant blue o scarlett red, ma alla fine me ne sono innamorato e secondo me la rende elegantissima... Bando alle ciance, se vu avete i coragg' (come dighen a prade guell ghe ci stann da diciottonoveanni), a voi l'ascolto!16 points
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Buona Pasquetta a tutti È un po' di tempo che scrivo poco, anche se leggo quasi sempre... tra lavoro e impegni familiari, DAD, videolezioni, il tempo è sempre più scarso purtroppo. Nell'ultimo anno, come già sapranno tutti quelli con cui mi sento tramite whapp, facebook ecc, ho fatto un po' di cambiamenti al parco chitarre... "un po' " è un leggerissimo eufemismo, visto che in pratica ne ho vendute un buon 60%, sacrificate sul dispendioso altare del vintage Oggi ve ne presento una, l'ultima arrivata: è una Les Paul goldtop del 1952, tutta originale custodia compresa, in condizioni praticamente mint sia esterne che interne... non c'è neanche una saldatura rifatta. Il ponte montato adesso (e visibile nelle foto) è un Mojoaxe, ideale per donare una suonabilità "moderna" a queste prime Les Paul che avevano un angolo di 1⁰ per il manico, ed è anche compensato per un'intonazione perfetta lungo tutta la tastiera; il suo bridge originale è conservato in custodia ed in qualunque momento può essere rimontato (anche se onestamente non trovo nessun motivo valido per farlo), perché il mojoaxe si installa senza nessuna modifica alla chitarra. Quando è arrivata aveva i anche i suoi tasti originali, ormai agli sgoccioli, così ho preferito refrettarla con un classico tasto Jescar 45100, la misura classica montata nelle '59. Per finire... un piccolo video, nato come sempre per essere condiviso tra pochi amici, ma che penso possa essere interessante per tutti, anche solo per far vedere come una chitarra di questo periodo - a volte poco considerata negli anni passati per via di una suonabilità un po' più laboriosa - possa diventare uno strumento mostruoso con pochi semplici accorgimenti. Il setup utilizzato nel video è: Chitarra: Les Paul 1952 Ampli: GloryLuxe Overdrive: Kingtone Duellist e BluesPower Fuzz: Spaceman Titan II Delay: HX stomp Nel video specifico via via cosa sto usando di volta in volta Enjoy!16 points
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Il 2020 è stato un anno terribile (e anche questo 2021 diciamo che per ora non è che sia una favola) ma posso dire che sono incappato in un progetto di restauro che mi ha entusiasmato e mi ha fatto dimenticare in quei momenti le cose peggiori di lockdown, zone rosse, ecc... Prima di tutto volevo ringraziare per il supporto "morale e spirituale" @mosquito3 e @guitarGlory (Mosquito anche per avermi venduto una bella coppia di pickups!) ma soprattutto Simone Assunto della Liuteria Cocopelli perché senza di lui davvero non ce l'avrei fatta... La scorsa estate ho trovato su mercatino musicale una Gibson Les Paul Custom "project". Una chitarra riverniciata e con pochissime parti originali. Dopo l'acquisto la mia intenzione era quella di riportarla al colore originale (nero che si intravedeva in alcune cavità dello strumento) e ripristinare quasi la totalità dei pezzi originali. La chitarra era stata riverniciata totalmente bianca (anche il fronte paletta!) con qualcosa che credo si usi nei mobilifici per laccare le ante dei mobili. Una finitura così spessa e dura che per sverniciarla senza fare troppi danni ci ho perso giornate intere (e credo di aver acquisito la cittadinanza onoraria veneta per le bestemmie che ho tirato). Dopo averla presa l'ho suonata un pochino così com'era. Purtroppo dopo le prime fasi di sverniciatura mi sono accorto di un problema alla barra trussrod. Un bel problema che mi ha tenuto bloccato mesi. Avevo valutato diverse opzioni: il kit di stewmac oppure la sostituzione dell'intera barra. Alla fine ha vinto la seconda opzione anche se molto più impegnativa e il lavoro è stato magistralmente eseguito da Simone. Durante le operazioni di scollaggio tastiera si è accorto che la barra era già stata sostituita (malamente) da uno dei precedenti proprietari. La striscia di acero era stata sostituita con una di mogano ed era stata inserita una toppa di mogano sotto la tastiera (roba da matti!). Anche il binding del manico non era originale ed era stato sostituito con uno composto da più strati (ma tutti bianchi). Ah dimenticavo le foto della "toppa" e della ricostruzione della sede del trussrod. Sopra invece, nella penultima foto, vedete la tastiera con il nuovo binding (in attesa dei dots) appoggiata al manico prima di essere incollata con la hot hide glue. A questo punto ho potuto finire il lavoro di sverniciatura stando bene attento a non rovinare il binding originale del fronte/retro body e quello della paletta (ricordate le bestemmie?) Proseguiamo poi con le operazioni di preparazione alla verniciatura: Ecco, la parte frontale della paletta è stata anche stuccata propriamente nelle zone "nere" che si presentavano carenti di materiale: Visto che c'eravamo Simone mi ha fatto un bel capotasto in osso così che da verniciata lo strato di trasparente ingiallito si potesse vedere anche sui lati del manico: Adesso il vero e proprio lavorone: la verniciatura a nitro. Ho scelto di farla con le vernici Nitorlack di Valresa perché secondo me sono quelle attualmente più simili alla nitro "vecchia scuola". Come esperimento ho preso anche la loro nitro trasparente che "fa da sola il checking". Su questa chitarra l'effetto è risultato molto realistico (checking diffuso con un pattern molto casuale come le custom degli anni'50). Dovessi farlo per una standard sicuramente non la userei perché non si ha il controllo di come partono le crepe. Però sono molto soddisfatto del risultato! Applicazione del fondo turapori: Prime mano di colore: Una volta data l'ultima mano di nero Simone ha ripulito binding e madreperla per l'applicazione della nitro trasparente: Un test del giallo su un pezzo di binding: E via! Prima della lucidatura finale la vernice si era già piacevolmente crepata: Qui lucidata pronta per le parti! E qui le fasi finali: Delle parti originali praticamente c'erano solo il wiring harness coi potenziometri e i condensatori, lo stoptail coi perni, il battipenna e le plastiche copri vano posteriori (le meccaniche che mi sembravano originali erano invece una riproduzione Japan). Tutto il resto è vintage (a parte le rings dei pickups) e l'ho reperito fra il mio stock personale di parti (vedi reflectors che sono davvero vintage), Ebay, Reverb e il buon Mosquito3. Ah, il trussrod è davvero NOS del periodo. Ne ho recuperato un "mazzetto" fra strandard size e 3/4 tutti da un mio amico collezionista che aveva svuotato i magazzini di Monzino/Mogar una ventina di anni fa. La chitarra secondo me è venuta molto bene. Certo che se avessi avuto qualche soldo in più da dedicarle l'avrei refrettata perché i precedenti proprietari avevano fatto un lavoro un pochino da pressapochisti "chippando" tanto la tastiera, crepando degli inlays e montando dei tasti jumbo. Per ora ho fatto solo una rettifica d'obbligo per renderla suonabile. E devo dire che suona davvero bene! Lo rifarei? Forse sì ora che so che posso contare su gente davvero in gamba.16 points
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...e niente @Mirko riappare e parla di tele, io invece di Les Paul pur non amandole molto, il mondo sta cambiando. Ho aperto una nuova rubrica che si chiama "Le chitarre che vorrei" sul mio canale youtube se vi piace questo primo video mettete pure like e commentate, abbiate pazienza se non è tutto corretto quello che dico perchè su certe cose ho dovuto documentarmi parecchio, in fondo ho sempre amato molto di più suonarle che parlarne. Il comodino in questione comunque è abbastanza fotonico!16 points
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Non so a chi possa interessare ma, spinto dal mitico @Bananas, vi riporto qualche impressione da alcuni dei miei giri in USA. Pur riconoscendo ogni suo limite e follia, è un Paese che adoro. L'idea era quella di incentrare ogni viaggio sulla musica che più amo e sulla chitarra, in ogni loro sfaccettatura. Ogni mia frequentazione su YouTube era, lo è tutt'oggi, focalizzata sul mondo statunitense. Con le piattaforme social, i mostri sacri della musica sono diventati quasi degli amici dei quali viviamo la quotidianità, possiamo esaminare i top delle burst in quasi ogni loro minima sfumatura, possiamo sentire suonare una V del '59 quasi come fossimo a due metri di distanza. L'esaltazione era tantissima ma c'era sempre quel "quasi" che mi creava insoddisfazione. Superato il terrore del volo, eccomi sopra l'oceano in direzione Stati Uniti d’America. Dopo gli aerei il mio secondo arcinemico è la programmazione. Fisso sempre il minimo indispensabile altrimenti mi prende l’ansia. Voglio essere totalmente libero. Solitamente seleziono i posti dove mi piacerebbe andare e, se ci sono le condizioni, nel momento in cui mi assale l’ispirazione, faccio in modo di ritrovarmici. Primo viaggio: New York City. Come molti di voi avranno sperimentato, è la città del tutto. Ripreso dallo splendore, mangiato qualche panino con il pastrami, eccomi per strada in preda a quella sensazione di essere nel posto dove avvengono le cose, quelle fiche. Mi piglia troppo bene e come prima tappa c’è Soho, quartiere situato nella lower Manhattan, pieno zeppo di robe per ricchi, gallerie d’arte moderna, negozi più fashion rispetto ad altri quartieri e ristorazione di classe. Un’altra mia fissa, appunto, è il cibo ma, visto che già un panino normale costa 27 dolla’, scelgo di evitare di spararmi una T-bone in qualche posto sciccoso a caso e risparmiare qualcosa per il guitar safari. Vado da Rudy’s Music. Che ficata di negozio, finiture in legno ovunque, poltrone in pelle, vetrine, tappeti e amplificatori disposti in più punti. Appena entrati, sulla destra, c’è il reparto semihollow. Tante ES nuove e vecchie ma, soprattutto, tante Collings. Non mi aspettavo una presenza così massiccia del marchio boutique più in voga in questo momento. Mi accoglie un commesso gentilissimo con il quale scambio qualche battuta. Dietro di lui c’è Rudy Pensa a chiaccherare con un altro cliente. Questa è la prima botta di adrenalina chitarristica che provo nell’esperienza USA. E’ veramente lui. L’ho sempre visto in foto accanto a idoli assurdi, prima sulle riviste cartacee e da parecchi anni online. Faccio finta di niente e chiedo timorosamente di provare una delle suddette Collings (era il momento nel quale la fissa per le 335 hi-end si faceva sentire pesante). “Sure” e mi fanno accomodare su una delle poltrone centrali. Tirano giù circa una decina di chitarre, me le mettono a disposizione e mi lasciano libero dicendo di fare come voglio per gli ampli e per i volumi. Siamo su una media di strumenti venduti a 7 - 8K e questi non battono ciglio. Sono abituato malissimo ai nostri negozietti di merda dove per provare una Ibanez da 500 euro devi fare una assicurazione. Alcune belle, alcune bellissime altre un po’ meno ma sempre fiche. Problema: manici sempre troppo spessi simil ‘58 e ‘59. Volevo qualcosa di leggermente più slim. Ecco che mi tirano fuori delle 335 reissue ‘61 e dopo qualche minuto arrivano due o 3 vecchie 345 e 355 di cui una in noce. Non sono pregiatissime pre ‘65 ma roba fine sessanta e settanta. Una in particolare mi piace parecchio parecchio. Vado sulle solid, SG e tele, provo alcuni fender brown e black, mi fanno provare una valanga di roba. A una certa arriva Pensa, mi chiede da dove vengo e se avessi mai provato una delle sue chitarre. Fa prendere una, appunto, Pensa MK 2 e me la porge. Non so cosa cavolo sto provando, sono completamente in banana. Mi piglio una pausa, giro per il fantastico shop. In fondo al negozio c’è l’area acoustic, separata dal resto e di una bellezza sconvolgente. Esco dal mio primo negozio mitologico felice. Mi sento nel pieno agone della battaglia e me la godo a pieno. Passo da Kat’s delicatessen e mi ripiglio. Le prime serate le ho passate, cronologicamente, in questi posti: Birdland, BlueNote e il The Bitter End. Abbiamo speso un capitale ma porca troia che ficata. Ulteriore considerazione: le band fanno tre spettacoli a serata e sono praticamente sempre sold out. Si, tanto turismo, ma anche gli autoctoni fruiscono di questa roba, c’è voglia di divertirsi e di spendere…giustamente direi. Seconda tappa, vicino a Union Square, nel centro di Manhattan, il mio primo Guitar Center. Negozione bello, con una valanga di roba nuova di ogni marchio. Si punta a prodotti normali con alcune eccezioni che possono saltare fuori nell’usato. E’ il posto dove prendere le mute di corde o una Fender messicana/americana. Strafornito di ogni accessorio. Non rimane nel cuore ma non è nemmeno una merda. Mi rifaccio la sera al Village Vanguard, che ve lo dico a fare. In questi locali sono nati gli artisti che più amo. Non ci hanno solo suonato, al loro interno hanno creato un nuovo modo di vedere armonie e melodie, innovativi punti di vista. Hanno scoperto colori e sfumature influenzando la futura concezione dell’arte. Hanno vissuto forti legami e combattuto alcune guerre. Sicuramente hanno cambiato il mio modo di intendere la vita. Sono completamente innamorato della città. Chiedo consiglio a Tom, appassionato come me di guitars e conosciuto casualmente su Instagram. Ha vissuto molti anni a Manhattan e da qualche tempo si è spostato fuori, a ovest. Si gode la pensione. Poco tempo e mi risponde: “sento un mio amico super in fissa che abita in centro e ti dico”. Passano due ore e arriva la nuova notifica: breve elenco di posti a Brooklin “e digli pure che ti manda il mio amico, si chiama Jeff McErlain”. Non ci credo e penso che Tom sia un megalomane, poi faccio alcune ricerche e mi convinco: andavano alle superiori insieme. Il nerd che è in me prende il sopravvento e gasato inizio a tediare per qualche ora la mia compagna “...cioè ma ti rendi conto, il tizio è McErlain cazzo…”. Arrivo da TR Crandall. Inizialmente pensavo di aver sbagliato indirizzo. Il negozio è al quinto piano di un palazzo raggiungibile tramite ascensore. Si aprono le porte e si è già dentro. Sono specializzati in vintage e usato, molte elettriche e tantissime acustiche. Il fondatore e liutaio è Tom Crandall. Mi accoglie un ragazzo e mi chiede se poteva essermi di aiuto. Rispondo che, se possibile, avrei voluto dare un’occhiata allo shop e che ero interessato a una semihollow Gibson o altro ma che non avevo un’idea in particolare e che mi volevo lasciare ispirare: “certo nessun problema vedi se c’è qualcosa di tuo interesse”. Mi giro sulla sinistra e mi si para davanti una sfilza di chitarre, tendenzialmente vecchie, poggiate a terra tramite stand e altre appese al muro. In fondo al locale un’apposita sala insonorizzata per provare a qualsiasi volume. Ogni chitarra ha il suo cartellino con tipologia, anno e prezzo. Chiedo di tirarmi giù dal muro una 345 fine ‘60 e una Heritage. Prezzi non malaccio. Il ragazzo mi guarda un po’ stupito e mi dice che, certamente, avrei potuto prenderle in autonomia e che avrei potuto usare tutti gli ampli in esposizione. Rimango un po’ basito e parto con la 345 che non mi piace assolutamente ma si tratta pur sempre di una chitarra veramente vintage. Passo alla Heritage che invece è molto bellina. Ci piglio gusto e stacco una tele masterbuilt reissue slab. Passano i minuti e mi ritrovo da solo con la mia compagna. Inizio a sentire un certo sudorino sulla schiena. Guardo in basso e vedo alcune tele e strato. Non sono relic, sono vere. Prendo la prima, ‘54 completamente originale. Mi piglia male. La devo attaccare. Giro lo sguardo e vedo alcuni blackface, un Princeton, un Deluxe e un Super. Li conosco bene perchè il “mio” suono è quella roba li. Poi, accanto, c’è lui: il Vibroverb. Mi piglia ancora più male. Mai presa in mano una tele anni d’oro e mai visto dal vivo “quel” blackface del ‘64. Standby e intanto me la godo da spenta. A voi posso confidarlo, parte un po’ di lacrimuccia. Ma che ne so come suonava…so dirvi soltanto che era la cosa più bella sulla quale avessi fatto una penta. Dopo 2 minuti switcho il ‘64. :))))))))))))))))))))))))))))))))))))) Sono in totale frenesia e attacco e stacco tutto quello che mi capita a tiro tra cui tele ‘53 e ‘55, sg ‘63, es 330 ‘60, strato palettone, V e explorer heritage anni ‘80. Poi arriva il commesso che mi chiede come mi stessi trovando e mi dice di aspettare. Torna con una goldtop del ‘56, una firebird III e una 335 reissue ‘59 Murphy Lab usata. Non vi commento la ‘56 :::)))))), bella la Bird. Poi arriva la 335: è la mia!!! Nera, spettacolare, una chitarra da sogno, quella che cercavo in tutto tranne che per il manico, sempre troppo grosso ma ci poteva stare. Sono riccamente con belle basse belle sbrodolone, medie a fuoco e alte levigate, con il twang caratteristico e il tanto amato “click” che deve avere quando si và su alcune frequenze. Mi riprometto di pensarci a bocce ferme, ringrazio per le due ore più belle della mia vita (fino a quel momento) ed esco. Mi commuovo veramente. Mi ritaglio alcuni minuti per riprendermi. L’esperienza chitarristica più significativa mai avuta in totale tranquillità e cordialità. Il negozio più bello del viaggio dove, avendone la disponibilità, comprerei una chitarra vintage a New York city. Si può provare tutto senza alcuna pressione. Si è incoraggiati a imbracciare strumenti da 50k in un’atmosfera familiare. Altre tappe sempre a Brooklyn: Southside Guitars e Retrofret Vintage. Bellissimo anche quest’ultimo ma ero ancora talmente sconvolto da TR Crandall che non sono riuscito a godermelo pienamente. La sera ci avrebbe atteso Stephan Wrembel al Le Poisson Rouge, show spettacolare con presentazione del nuovo album. Il giorno dopo ci dirigiamo da Ivan Ramen, ristorante al quale è stata dedicata una puntata della serie Chef’s Tablet di Netflix, poi a giro per la città e la sera torniamo sopra Times Square. Che ficata passeggiare per Broadway, anche se è pacchiano, commerciale, costoso, patinato. Gli occhi vanno sempre verso l’alto dei grattacieli e ci perdiamo un po’ in direzione Central park fino a quando passiamo davanti a un ristorante. Di fronte, vedo una figura familiare e stravagante, appoggiata ad un palo, a parlare con una bella donna. Sono quelle immagini che ti catturano al volo, al primo sguardo distratto. Mi giro per guardare meglio. Mi fermo e mi rigiro. Non ci credo. Non è possibile che fra milioni di persone, milioni di possibilità, milioni di… In caso mi fossi sbagliato avrei fatto una figura di merda colossale. Ragazzi era LUI. E pensare che qualche settimana prima mi ero visto il suo speciale su rai 5. Nile Rodgers, vestito da Nile Rodgers che si stava rilassando con la sua ex fuori da un ristorante. Come un bimbominkia chiedo una foto, gli dico che è uno dei miei idoli, che non posso crederci e, nell'agitazione del momento, mi esce “oh…che poi sono un chitarrista anch’io”... Bellissimo e pieno di ricordi l’Hotel Chelsea nell’omonimo quartiere. Le ultime sere le passiamo al The Barbes e all’Iridium. Ho già detto che è stata una ficata?15 points
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Scrivo due righe e qualche riflessione, un po’ per rendervi partecipi di ciò che sta accadendo nel mondo dell’elettronica in modo sempre più dilagante e un po’ perché voglio utilizzare il Forum come sfogo/terapia visto che tra un po’ mi sa che devo andare dall’analista . Chi mi conosce un pelino più in profondità sa che sono un pignoletto rompicoglioni e che, per quanto riguarda il Suono, sono sempre molto esigente. Dal 1980 sono entrato nel mondo della musica cominciando a suonare la chitarra classica, poi la folk e dal 1985 l’elettrica con pedalini, amplificatori e multieffetti, quindi un pelino di esperienza sul suono penso di averla acquisita nel corso degli anni. Ora produco pedali, ampli e parallelamente faccio riparazioni su strumenti musicali vecchi e nuovi. Per quanto riguarda le priparazioni di strumenti di nuova generazione e parlo di ampli da chitarra, pedalini, multieffetti ma anche casse monitor, preamplificatori da studio e qualsiasi cosa che suoni, trovo sempre più elettroniche progettate al risparmio. Intendo assemblaggi in smd con componentistica spesso sottodimensionata, amplificatori in classe D, costruzioni che abbattono tutte le barriere e i concetti di musicalità sviluppati in anni e anni di progettazzione e anche tra i marchi più importanti si va verso questo limite. Oltre al fatto che le riparazioni di questo genere diventano sempre più difficili se non impossibili e spesso, invece del singolo componente guasto, si è costretti a buttare la scheda intera e la si sostituisce con quella nuova. Dal punto di vista sonoro si va sempre più in una direzione che proprio non mi piace, tagli di frequenze assurde, frequenze medie assenti, spettro sonoro senza le armoniche principali, dinamiche non rispettate, rumori digitali ad alta frequenza, rumori di clock ed altre amenità varie. Il prezzo di tutte le apparecchiature elettroniche è diventato molto più alla portata del cliente medio e tutti ne stiamo beneficiando è verissimo, non ci stiamo accorgendo però del continuo degrado sonoro che stiamo subendo e che va a discapito sempre più della MUSICA. Quando prendo in mano un’elettronica datata o una nuova ma progettata con criteri vintage, sento immediatamente la differenza…io tornerei indietro molto volentieri, questo è il mio pensiero.15 points
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Buongiorno a tutti! Dopo anni passati a giocare principalmente con le Gibson, ultimamente, per "colpa" di alcuni amici che mi portano da provare chitarre clamorose di ogni tipo, e di galeotte chat whatsappiane con @electric swan e @pino , mi è tornata prepotente la GAS da Strato... e si sa che quando la GAS colpisce, poi fa danni grossi In questo caso, il danno prende la forma di 3 nuove Strato, che si vanno ad aggiungere alle 3 che già avevo, il che segna anche il clamoroso sorpasso delle Strato sulle Les Paul a casa gLory... 6 - 5 e palla al centro E una di queste strato, seppur nella versione da semi-povery (body refin, che è l'unico motivo per cui sono riuscito a permettermela), è un bel pezzo di storia: una slab board pre-CBS, data gennaio 1962, con il body refin in Candy Apple Red (probabilmente a fine anni '60), che potete vedere qui sotto: Le altre due nuove arrivate sono queste: la White over Burgundy, presa da Lucio con Pino a fare da tramite... ... e una vecchia conoscenza del forum, ovvero la replica MJT della Cruz Pin-Up (o se vogliamo della "Mother", la strato di Philip Sayce a cui anche Cruz si era ispirato per creare le pin-up), meglio conosciuta come "La Pina"... questa è una chitarra con un look davvero spettacolare, l'ho presa da @Vintage Specs, ma qui dentro l'hanno avuta in diversi: E infine qualche foto di gruppo, mentre tutte e 6 si godono l'ombra dell'ultimo sole estivo in giardino Prima di passare ai video, premetto che inizialmente non c'era l'intenzione di postarli o di scrivere un thread, li avevo fatti principalmente per me; infatti quello "di presentazione", che qui trovate come primo, in realtà è stato realizzato per ultimo, quando mi è venuto in mente che una comparativa di questo tipo, con chitarre diverse dello stesso tipo, tra cui una slab board vera, avrebbe potuto essere interessante anche per altri che magari si trovano in fase di scelta Spero mi perdonerete quindi il playing parecchio approssimativo, mentre registravo quelli amplificati non contavo di farli vedere a nessuno, se non agli amici più stretti. Per lo stesso motivo, non ho accordato standard la Mary Kaye... sta accordata mezzo tono sotto praticamente da quando la presi (ero ancora giovane ) e non avendo nessuna velleità di fare una prova "scientifica", ve la beccate così com'è Per completezza di informazione, riporto qui anche le caratteristiche salienti di ciascuna strato, ovvero le combinazione di legni e i pickups che montano: 1- 1962 slab board, CAR refin - pickups Black Bottom pre-CBS originali (alder\rosewood) 2- 2017 NAMM LTD, Fiesta Red heavy relic - pickups Fender Texas Handwound (alder\rosewood) 3- 2013 Vintage White over Burgundy, heavy relic - pickups King Tone "Blue Bird" (alder\rosewood) 4- 1973 sunburst - pickups Grey Bottom (alder\rosewood) 5- MJT replica of Philip Sayce "Mother" - pickups Sliders NOS wire (swamp ash\rosewood) 6- Cunetto "Mary Kaye" prototype - stock Fender pickups (swamp ash\maple) E adesso, spazio ai video! Tutte le chitarre sono state utilizzate con gli stessi ampli\pedali e con gli stessi identici settings. Come sempre, il tutto è registrato alla buona col cell... e con un delizioso sottofondo di condizionatore rompiballe, ma necessario alla sopravvivenza del sottoscritto INTRO E SUONI ACUSTICI SUONI CLEAN SUONI CRUNCH PLEXI STYLE SUONI CRUNCH BLACKFACE\SRV STYLE15 points
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Sabato per la Gioia dei parrocchiani sono andato in sacrestia da @evol nel suo laboratorio..avevamo programmato una evoluzione! ci siamo sentiti gli scorsi mesi per decidere cosa montare oltre il suo kit Royal Mount che mi aveva veramente soddisfatto e quindi da qui.. -Royal Mount paf 58 in alnico 4 -Faber abr1 vecchio -Stud e stop tail faber -circuitazione con pot Bourns e caps di quelli boni. E qui si parte… Prime impressioni: Estetiche: il relic sulle cover dei pick-up è molto meglio delle fotografie,stessa cosa per il kit faber degli stud e stoptail che Vincenzo ha invecchiato . È stato montato quindi abr1 ,kit stud e stoptail faber,il kit Royal Mount composto da rondelle e posts è stato montato da me precedentemente. Impressione a chitarra spenta è di maggiore apertura e ariosita sulle alte che scampanellano più “acustiche”. Cambia molto anche la risonanza del legno,vibra in zone diverse che prima rimanevano ferme. Ho avvertito un cambio dell’attacco della nota che risulta decisamente implementato. Le basse sono più a fuoco e meno slabbrate. E secondo me qui arriva il lato veramente difficile da capire a parole: proprio le basse ci sono e sono piene ma si avvertono ancor di più nella parte di attacco della nota ma nello sviluppo di essa avviene una sorta di compressione e limiting ,diventano più precise per assurdo e armoniche . Goderecci i momenti dove il plettro e il suo click risaltano amplificati. I pick-up: Montati due Royal Mount fatti sempre da Vincenzo in Alnico IV.(a quanto pare saranno anche gli ultimi) Arrivo da anni di Wizz con magnete vecchio e belli marci(non li sto denigrando assolutamente) ma secondo me questo sono più veloci nella risposta e hanno quella sensazione di vibrazione delle armoniche,tolgono il leggerissimo effetto medie rounded e oscillano molto di più I primi minuti ero spaesato..grande dinamica e grande la definizione anche durante un accordo distorto . Tiro fuori ancora una volta la storia delle “medie che girano” e si si si girano molto. Nell’amp in saturazione è ancora più marcato questo “riverbero” di armonici che arriva. Io sono felice che qui ci si arrivi in tutte le posizioni e che quell’effetto di “oomph” che secondo me è dettato davvero sia dai materiali diversi fra ponte stud e perni vari sia davvero stato cambiato. Davvero diversa la risposta. Molto più precisa la risposta alla palettata ma con quelle medie da disco vecchio. Fa sorridere che nel dare una ulteriore evoluzione vintage alla stinger in realtà si va a creare anche una bestia da riff… La circuitazione è rifatta con i bourns e i caps belli ,risponde alla grande e da un senso di lenzuolo levato. Davvero soddisfatto dell’ultima evoluzione..e forse l’ultima? Bravo davvero Vincenzo!14 points
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mi ha sempre affascinato questo strumento ma non homai fatto il passo.. settimana scorsa la GAS mi ha colpito e non ci ho resistito a un ottima offerta per u a fender champ del 1956 in ottimo stato completa del suo lovely tweed case (solo a vedere quello vale la spesa) e il suo pickup originale (anche solo. questo vale la spesa..) che é quelle delle musicmaster ma in fondo un pickup stratocaster! frassino uguale a quelle delle strat e tele del periodo, bellissima finitura desert sand.. a farla suonare come si deve bisogna studiare pero ci si puo divertire.. prima jammata14 points
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Giusto per ravvivare.. 7w due coni da 8 “ ignorantissimo e con un tremolo che psichedelia portami via @Lurch ne capisce bene ! 2019 ‘58 antique white heavy relic ..14 points
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Vi lascio un videino di un mio progetto in cui suono il basso. A sto giro visto che si suonava live ci siamo fatti fare un bel video e magari più in là spunterà pure qualcosa dei nostri brani inediti.14 points
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Il mercato delle valvole è praticamente bloccato e io cosa faccio? mi costruisco un super ampli a valvole...bravo pirla! Era da tempo che volevo cimentarmi in questo progetto visto che negli anni mi sono passati tra le mani diversi Fender Super Reverb ed ho sempre goduto come un riccio grazie al loro suono superbo. Il primo e glorioso Fender Super Reverb Blackface viene prodotto dal 1963 al 1967, è un combo 4x10" con valvola rettificatrice e due 6L6 finali che erogano una potenza di 40W circa. Dopo il 1967 il S.R. ha cambiato fisionomia fino ad arrivare alla versione Silverface da 70W, sempre 4x10" ma con rettificatrice a stato solido, con Master Volume pre phase inverter e anche la sonorità è cambiata non poco, niente da fare il modello a cui mi sono ispirato è decisamente il primo! Dall'originale ho deciso di togliere completamente il secondo canale compreso dei suoi effetti tremolo e riverbero (per altro bellissimi ma che si possono aggiungere in un secondo momento) replicando il solo primo canale perchè notoriamente più morbido e dinamico del secondo. Quindi ho lasciato i due ingressi con sensibilità diversa, lo switch Bright, ho aggiunto il controllo dei medi (che il primo canale non ha) ed ho inserito un Master Volume post phase inverter in modo che si possa "tirare" l'ampli alla Stevie Ray Vaughan, mantenendo il corretto percorso di gain tra le due valvole di preamplificazione senza però buttare giù i muri. Componentistica di assoluto valore per il progetto in questione: valvole Tung-Sol, Sovtek e TAD, condensatori Sozo Blue e Jupiter che sono il rifacimento con specifiche dell'epoca di quelli presenti in ampli anni '60, costano un rene ma la differenza con altre marche è notevole. Il tutto su uno chassis piccolo che si può infilare in una headshell (testata) oppure in un combo di piccole dimensione 1x12" tipo Princeton magari con un bel cono tipo WGS G12 C/S. Quindi una versione antica e moderna allo stesso tempo di un amplificatore storico in un formato light ma senza compromessi sonori. Dopo prove, componenti di marche diverse e un paio di piccole modifiche circuitali/tuning che sono doverose ho finalmente la versione definitiva. Ho deciso di ordinare una headshell e farlo in versione testata, mancano ancora le mascherine fronte e retro, ora lo vedete abbastanza nudo però non ho resistito e ve lo faccio vedere lo stesso. Inutile dire che suona in modo spaventoso sia facendolo crunchare che utilizzandolo pulito con i pedali, è morbido e cremoso ma sa essere incisivo quando si alza il bright senza mai essere fastidioso, per i sample ci vorrà ancora un pò... 20220307_113743 by Davide Borra, su Flickr 20220307_113925 by Davide Borra, su Flickr 20220307_194709 sfoca by Davide Borra, su Flickr 20220307_194722 by Davide Borra, su Flickr 20220307_194729 sfoca by Davide Borra, su Flickr14 points
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In ricordo di un fantastico raduno all'Elfo, in seguito al quale mi sono portato a casuccia questo gioiello di 61 anni. Lo metto anche come buon augurio, in attesa di poterci rivedere tutti per un raduno... speriamo non tra 2 anni14 points
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Metto questa robina qui su Radio Elettra perché voglio buttare giù due parole su questo ampli rimesso a posto dal mio amico B. Risale forse al 1946, ed è stato restaurato e reso "chitarristico" cercando di salvarne l'originalità il più possibile (soprattutto trasformatori e valvole di pre, che purtroppo non ho potuto fotografare ma sono tutte in metallo). Monta due 6L6 ed è super spartano, i due canali possono essere messi in parallelo o in cascata, così da dare due voci diverse all'ampli. Io l'ho usato in parallelo, con la mia 339 e un box of rock autocostruito e mi è piaciuto tantissimo. Ha un pulito stratosferico, è silenziosissimo e prende i pedali che è un piacere, sotto le dita lo senti ruggire o sussurrare. So che per molti di voi è pane quotidiano, ma a me suonare un ampli del '46 ha messo in moto un mucchio di emozioni. Abbiamo suonato un due orette e abbiamo registrato la prova, tutta improvvisata. Vi metto un pezzettino di nascosto, perché il mio amico B. (che è il batterista) ha dimenticato di accendere i microfoni della batteria e quindi l'ha registrata solo dai panoramici e dice che la registrazione non è buona. Secondo me si sente molto bene, pure troppo (che si capisce che suono da minchione) però il suono di chitarra mi sembra molto vicino a come lo sentivo in sala, magari piace anche a voi. Metto il link di Dropbox e lo lascio per qualche giorno, non vorrei che poi si arrabbiasse e non me lo facesse più suonare! https://www.dropbox.com/s/58lww4lnqvtztov/2020-10-14 Agostino-Davide-Biula - Idea2.mp3?dl=014 points
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Dì la verità, hai puntato il 6° Boss DD20 sul mercatino. Auro son passioni, ognuno le vive come può e alle volte anche come vuole. Non te ne far croce, l'importante è che rimanga fisso in noi e ben presente il vero scopo della vita: morire ammazzati a pompini.14 points
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fresca fresca di assemblaggio del buon Davide/BurnFx!! talmente fresca che devo ancora andare a prenderla [emoji28] Inviato dal mio iPhone utilizzando Tapatalk14 points
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Intro. Ecco un “postino” per chi avesse voglia di leggere, l’avevo già pubblicato su un altro forum ma lo schiaffo pure qua, se vi desse noia lo piallate e mi bannate a vita, concernente una delle collezioni Fender (ma anche Gibson e altra robetta) più importanti e complete del globo terracqueo, che, vedi un po’, è in Italia. Nelle mani di un privato. Caso mai qualcuno, leggendo più avanti, capisse di chi si tratta, lo prego vivamente di NON fare il nome del personaggio in questione per ovvi motivi. Siamo comunque su un forum pubblico e la privacy è anche un obbligo di Legge. Conobbi questo personaggio per puro caso al matrimonio di un mio caro amico squattrinato come me, che ebbe la brillantissima idea di sposarne la figlia. Una vera ingiustizia insomma, visto che il mio amico non suona e delle chitarre non gliene può fregar di meno. Com'è, come non è, finisco a parlare di chitarre col personaggio in questione. Il quale è stato anche musicista per davvero nei Sixties. Molto appassionato, nonché amico personale, di questo signore qui con la Strato rossa e gli occhiali: E infatti mi invita nel suo vero e proprio museo, di fianco allo studio di registrazione che ha in “casa” per giocare. Bene, buttata lì su una poltrona c'è una Strato '59 di fianco ad un AC30 col suo bel Binson appoggiato sopra. Ingenuamente gli dico: “Capperi! Sembra il setup di Hank Marvin...” E lui ridendo: “No, è il setup di Hank Marvin. Quello con cui è stata registrata Apache in pratica.” Non ho saputo trattenermi ed ho esclamato: “'Ma porka paiella impestata di your sister!” A momenti collasso: tutte le Gibson storiche possibili e immaginabili, senza contare le Gretsch. Ma essendo io prevalentemente un fenderista, mi fiondo diretto verso una “Broadcaster” in condizioni eccellenti nonostante l'età che ha subito di fianco una “Nocaster”, fino alla “Telecaster”. Ci sono proprio tutte. Dal '51 al '65. Punto. Mentre tentavo di riprendermi coi sali, girato l'angolo, le Strato. Tutte: dal '54 al '65. Compreso un prototipo in cedro libanese col body in due pezzi giuntato sulla spalla superiore. Vi risparmio le acustiche e gli ampli... Ma la cosa più sorprendente in assoluto, visto che lo avevo appena conosciuto, è che mi ha offerto di farci una grattata insieme. Così, mentre lui porta in giardino con adeguato carrellino semovibile l'AC30 di cui sopra, io mi fiondo verso una Strato '62 Sunburst. Da sempre l'oggetto dei miei sogni bagnati. Ovviamente suoniamo Apache e io gli faccio da ritmico. Perché il tipo qui suona pure. E anche bene… Parte Seconda. Ma come sono queste chitarre leggendarie che arrivano a costare oggi quanto un appartamento? Prima di addentrarmi in considerazioni personali scaturite da impressioni altrettanto personali, vi avverto che non sono né un liutaio competente, né un buon musicista. Ma semplicemente un appassionato di certa musica, o meglio, di certi suoni, che si ottengono con certi strumenti ma proprio volendo, e io non voglio, pure con Fractal e Line 6. Siccome si tratta appunto solo di una passione tra le altre, mi piace, quando il tempo lo permette, approfondire un po' le cose con un approccio filologico. Quindi mi documento per avere almeno un'infarinatura di base che mi consenta un minimo di cognizione di causa. Prima della crisi e quando il portafoglio me lo consentiva, ho girato molte Strato negli anni, comprate e rivendute, fino a trovare i “miei” strumenti. Dalle Japan vintage alle Standard americane, dalle messicane alle Custom Shop americane. Il personaggio di cui sopra, ha raccolto i suoi strumenti nel corso di tutta la vita. Ben prima della nascita del Custom Shop Fender e della seguente mania relic, si dice, ispirata a John Page da Keith Richards degli Stones. Dunque, il personaggio, a suo tempo cercava strumenti originali dell'epoca certificati e garantiti direttamente negli Usa e nelle migliori condizioni possibili. Cercava fondamentalmente delle vere NOS. E tra la metà degli anni '70 e '80 ancora si poteva. Mica come molta roba che gira oggi spacciata per vintage sopraffino. Soprattutto se a prezzi allettanti. Comunque stellari. Il tanti casi sono pacchi. Quanti milioni di chitarre avrà mai potuto produrre Leo Fender dal '51 al '65? Comunque sia, nel vintage vero e proprio non esiste pedalanza. O meglio, qualcosa di rudimentale usavano anche, tipo i primi fuzz o wha, cioè roba modernissima venuta dopo, ma la cosa più importante erano gli strumenti: cioè la chitarra e l'amplificatore. Considerato anche quest’ultimo un vero e proprio strumento al pari della chitarra. Poi c'erano tremoli e riverberi valvolari, gli echo e più o meno stop: mani, orecchie, cuore e capoccia. Non ho avuto modo di provare tutte le sole Fender del personaggio – veramente tante – ma solo alcune. In particolare la '59 di Marvin col suo AC30 abbinato, un prototipo '54 in cedro libanese, una '62 e una '65 col transition logo. Sfatiamo qualche mito: mica vero che tutte le pre-CBS suonano incredibilmente superlative. Alcune suonano proprio da schifo come molte attuali Custom Shop. Infatti il personaggio mi disse che dovette scartarne diverse durante la sua ricerca, pure se in particolari custom color e storicamente rilevanti ai fini della sua collezione. Questo per dire che molti strumenti odierni, anche di fascia medio-bassa, suonano proprio bene e spesso meglio di quelli vintage originali. Anche qui contano solo le orecchie e le mani. Tornando alle chitarre del tipo. La '59 è davvero impressionante. Mai sentito nulla di paragonabile sino a quel momento. Sembra un pianoforte. Armonici “lunghi e profondi” a non finire. Prima di essere un'elettrica è una “solid body acustica”. Estremamente risonante e potente già da spenta. Trasmette la vibrazione dal body direttamente allo stomaco in maniera molto consistente e avvertibile. Costruita all'epoca su specifiche dello stesso Marvin nel suo tipico custom color, ha un manichino sottile con tastiera in palissandro e tasti jumbo. Il ponte è ovviamente tenuto flottante. Pick up anche quelli su specifiche delle stesso Marvin di cui non ricordo con esattezza le caratteristiche tecniche per cui non mi avventuro, diciamo che potete farvi un'idea studiando le caratteristiche dei suoi Kinman signature. Nessuna particolare finitura speciale o magico switch nascosto. Corde grosse. Non ricordo esattamente nemmeno la scalatura ma direi simile a una muta 0.11/049, a me peraltro ben nota e confacente. Action piuttosto alta con assetto generale pressoché perfetto. Sostanzialmente una chitarra sugli standard dell'epoca con qualche adattamento alle esigenze del playing di Marvin. Ma qui bisogna subito introdurre l'altra metà di quel suono al netto della mani di Marvin: l'AC30 e il Binson. Pur non essendo per nulla un fanatico della musica di Marvin – sono un ignorantone e vado di rock blues alla carbonara – l'emozione di accendere un AC30 dell'epoca con tanto di logo (ingiallito) verniciato sopra “The Shadows” è stata grandissima: se non altro per la Storia. Marvin è stato uno dei primi, se non il primo, a portare “davanti” la chitarra elettrica secondo la concezione moderna. Il suono se volete ve lo potete sentire nelle registrazioni originali dell'epoca, ampiamente rintracciabili in rete. Mentre il set up che vedrete in foto e video dell'epoca è proprio quello, non simile ma quello, che ho avuto tra le mani. Bene, quell'AC30 non è ovviamente paragonabile a quelli odierni. Non dico meglio o peggio per non scatenare le solite pippologie espertologiche, dico diverso. Semplicemente perché è costruito diversamente. Con tecnologie e componenti dell'epoca. In ogni caso una gioia per le orecchie: una purezza, una dinamica, un timbro semplicemente stellari. Mai sentiti per me dal vivo sino ad allora. Infatti successivamente ho cominciato a fare molta più attenzione a quanto ascoltavo, avendo avuto la possibilità di aumentare di molto le mie conoscenze. Comunque sia, ho chiesto al legittimo proprietario di tanta bellezza di settarmi il tutto in stile Shadows per la prova. Orca boia! Che suono. Puro Paradiso per me. Eppure niente a che vedere col suono di Marvin. Semplicemente perché suonavo io. Dunque ci ho grattugiato sopra la mia ignoranza: non volevo andar più via. Restituito il set up con le stesse regolazioni al legittimo proprietario, dal suo playing usciva invece esattamente il suono di Marvin. Perché è la sua musica e se l'è studiata, introiettata e provata tutta la vita. Parte terza: la prototipo '54 in cedro libanese. Mi permette di fare una semplice considerazione sui body in più pezzi. Oggi le Fender di “qualità” hanno tutte il body in due pezzi giuntato al centro. Alcune custom shop “master built” dai prezzi improponibili hanno il body in pezzo unico mi pare. Dalle american standard comprese in giù (ma a volte anche in su) son quasi tutte col body in tre pezzi. Quindi una schifezza? Proprio per niente. Anzi, in linea teorica è quasi meglio il body in tre pezzi con il blocco centrale unico – a cui è avvitato il manico – con le due spalle poi giuntate. Sempre in linea teorica il blocco centrale dovrebbe garantire un pelo di sustain in più con conseguente miglioramento della risonanza generale dello strumento. Non mi avventuro oltre per non dire altre sciocchezze... Le Fender pre CBS dal '51 al '65 avevano in genere il body in un pezzo unico. Ma non sempre. Anche qui in linea teorica sarebbe la soluzione migliore in termini di risonanza. La ragione principale sta nella reperibilità e nella stagionatura di legni di qualità. All'epoca non c'erano tutte le restrizioni ecologiche che ci sono adesso in termini normativi. Specialmente su legni particolarmente rari e costosi. Ed è anche la ragione principale per cui le produzioni su larga scala odierne di qualità hanno minimo il body in due pezzi. Al tempo il legno costava quindi molto meno in proporzione ad oggi. E ce n'era una disponibilità molto maggiore. Sia in termini di quantità che di qualità La '54. Solitamente per le chitarre dell'epoca col body in due pezzi, si preferiva giuntare sulla spalla superiore e non al centro. Per le ragioni indicate più sopra. Mollata la '59 di Marvin, la chitarra che mi fu assegnata per il “gig” dal tipo era appunto questa prototipo '54 in cedro libanese – ma ho provato anche la '62 e la '65 – per le nostre grattate. L'amp assegnatomi per lei era un Twin Reverb. Non ricordo di che anno; sicuramente un anno buono. Vietatissimo l'uso di qualsivoglia pedalino. Tastiera in acero. Tasti vintage piccolini. Muta 010. Un “V neck” cicciottello da urlo. Body ovviamente verniciato nitro con venature a vista e al tatto in un bel sunburst a due toni dall'aspetto scuretto tipo tobacco. In ottime condizioni. Perfettamente assettata. Questa chitarra, mi è stato detto, e non ho avuto motivi per dubitare conoscendo il personaggio, a proposito, vi ho detto delle Gibson? E delle Les Paul di Les Paul? Vabbè, torniamo alla '54 che era appunto una prova, un prototipo, di Leo Fender per un'edizione in cedro libanese derivante da una partita di legni su cui aveva messo le mani. Questo ci fa capire che all'epoca i legni avevano la loro bella importanza anzichenò. Dimenticavo, da un punto di vista della liuteria, direi che il livello di finitura delle chitarre d'epoca è paragonabile a quello delle odierne Custom Shop. Che a parte le costosissime “master built” sono anche quelle di produzione industriale. Diciamo che le Custom Shop di oggi possono equivalere alle standard dell'epoca in termini di cura e qualità costruttiva. In più dovrebbero essere usati dei legni di maggiore qualità e più selezionati ma ovviamente non paragonabili a quelli dell'epoca. I pick up sono i classicissimi '54 d'epoca. Con ancora un ottimo livello di output e un magnifico colore nonostante l'età. Più che pick up direi dei veri e propri cantanti. Il suono? Porca paiella ladra impestata! Stesso ragionamento sulla risonanza e trasmissione della vibrazione allo stomaco fatto per la '59 di Marvin. Solo che in questo caso i pick up hanno proprio quel suonino sentito in molti dei miei dischi preferiti. Dolce e delicato ma pieno e nel contempo friccicoso, ricco e dinamico. Non troppo aggressivo eppure cattivello insieme. Insomma, una '54. Zio bello che bassi! Pieni e profondi. Infiniti ma non invadenti, leggermente sotto. Medi a volontà ma per nulla nasali o inscatolati fastidiosi. Ma invece aperti e dinamici. Cantati appunto. La gamma alta? Che ve lo dico a fare. Selettore rigorosamente a tre posizioni. Purtroppo il personaggio non ha voluto saperne di regalarmela. Sarà stato il Twin d’epoca, potreste obiettare molto correttamente voi: no, era proprio la chitarra. Semplicemente perché mi ero portato dietro il mio "catrame" Custom Shop che possedevo allora. Era una stupenda time machine '60 relic bianca con tastiera in palissandro e manico bird eye, uscita nei ‘90 dal custom shop di John page, e che avevo portato proprio, chiedendo il permesso in occasione di un’altra grattata, per fare dei confronti con le originali. L'ho suonata sia nel AC30 che nel Twin. No bella eh, bei suoni e tutto. Finitura stupenda. Ma dopo i confronti rischiavo di farci legna da camino e l'ho venduta subito. Buona Befana allora.14 points
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dopo una vita che son iscritto (ma continuo a scrivere molto poco e a leggere parecchio ) posto tutta la mia attrezzatura. E' la stessa da parecchio tempo, l'unica novità è la Bogner Eclipse arrivata la settimana scorsa...ah, la pedaliera in questa foto è da cablare perché ho montato tutto su una rockboard e passato da George L's a Mogami... Spero vi piaccia13 points
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Siamo a settembre del 2024 ed è già passato un anno dall’avventura di NYC. Un anno di lavoro e di burocrazia maledetta ma anche di energia positiva. Avevo già fissato due settimane di ferie a cavallo fra settembre e ottobre senza avere alcuna idea, senza pensare se fare qualcosa oppure no. Come al solito, la fregola mi parte una settimana prima. Problema: la mia compagna non ha giorni di ferie in quel periodo, al massimo i fine settimana per gite fuori porta. I viaggetti del week end me la fanno sempre prendere male e ormai, per un viaggio più importante, non c’era più tempo, programmare qualcosa di fico richiede diversi giorni. E poi da solo dove cavolo posso andare: meglio optare per una capitale europea che con due ore di volo ci sono. Si ma da solo? Nel fine settimana mi metto a vedere un po’ di città papabili. Così a ridosso della partenza i voli non sono a buon mercato e per Amsterdam o Copenaghen ci vogliono 500 euro. Vengo assalito dal mio solito malumore pre ferie: vorrei fare qualcosa che veramente mi diverta ma bisogna sempre scendere a compromessi, poi i costi, poi i tempi, il meteo, pensare all’itinerario, fissare voli, hotel, prendere quelli con il miglior rapporto qualità/prezzo, ma non sarebbe meglio risparmiare per l’armadio da comprare? Mentre cerco, cullato dal tanto caro malessere, mi metto a sentire qualche disco. Salta fuori Landau con uno fra i suoi primi lavori da solista “We Are the Best Band - Raging Honkies”, album che mi è sempre piaciuto tantissimo perché suonato in modo clamoroso, pieno di parti pensate ma anche selvaggio, ruvido e graffiante. Un disco che non ti aspetteresti da Michael perché molto provocatorio. Si sente l’energia degli inizi, meno controllata e più sprezzante. In caso non lo conosceste fateci sopra un giro. Poi passo ad un altro mio amore: John Hiatt con “Stolen Moments”, disco del ‘90. Racconta di paesaggi che probabilmente non vedrò mai, di sensazioni, colori e profumi che posso solo immaginare. Incastrare tutto è molto difficile e più si cresce e più è complicato. Prima di andare a dormire apro skyscanner, poi booking, expedia e airbnb. Fanculo. Passano 4 giorni e sono su un volo diretto a Los angeles, quattordici ore e mezzo di durata. Sono da solo. I miei bagagli consistono in uno zainetto e in un trolley piccolo, tutto a prova di controlli da parte delle compagnie aeree. Vi ricordate del fatto che detesto fare programmi, che mi piglia l’ansia, no? Avevo fissato solo andata, ritorno, la macchina a noleggio e un appartamentino per le prime due notti, tramite airbnb da un ragazzo di origini filippine, nel quartiere Boyle Heights ad est di Down Town. Basta. Atterro, mi ripiglio 5 minuti, tolgo la modalità aereo e mi riconnetto. Rassicurazioni di rito a casa e vado verso i controlli. Cerco l’uscita dall’aeroporto e il punto di ritiro dell’auto. Prendo il pulmino (no raghi non si dice “navetta” si dice “pulmino” ;)) e dopo 20 min ci sono. Mi danno un suvvone 4x4 e mi dicono: “man, per uscire gira a sinistra, poi ancora a sinistra e sei in strada”. Eseguo le istruzioni e mi ritrovo, alle ore 18.00 locali, in una strada a 6 corsie dove il mezzo più piccolo era il mio. Si, confermo: è come essere in GTA, paro paro. Mi fermo al primo In & Out e mi godo un panino del secret menu mentre i Boeing mi passano scenograficamente sopra la testa. Il mio livello di gasamento è altissimo e sono appena atterrato. Mi dirigo verso Randy’s doughnuts e mi piglio la ciambella più buona dell’universo. Imposto il navigatore verso l’appartamento prenotato e vado. Tantissime persone che vivono in strada. Ai lati, sui marciapiedi, una distesa infinita di tende da campeggio. Tantissime persone che sembrano sotto gli effetti di qualsiasi tipologia di sostanza. Così tanto degrado tutto insieme da non riuscire a coglierne pienamente la portata. Passo Compton e mi sembra di essere in Messico, quello che si vede nei film. Supero le parti più centrali e mi ritrovo su una collinetta in mezzo ad abitazioni assurde, strade tutte in forte pendenza e alternanza fra suv e auto old style. Molti resti di macchine disintegrate. Arrivo dove mi dice Maps, mi fermo, scendo e mi si para davanti LA con questa distesa di luci infinita, Down Town sullo sfondo e tanta, tantissima vita di strada. Non è Beverly Hills...meno male. E’ un quartiere di latinos. Cerco di dormire. Parcheggio l’auto nei pressi di Sunset Blvd e mi immergo in mezzo a una folla di persone. C’è la premier di Joker 2, tutti cercano di accaparrarsi un posto in prima fila per vedere da vicino Phoenix e Gaga. Dall’altro lato c’è una fiumana di gente per Gwen Stefani, in live da Kimmel. Ecco che compare la Capitol records, bella bella, bellissima. Tralasciando la sezione Jazz, mi vengono in mente Bonnie Raitt, Les Paul, i Molly Hatchet, Joe Cocker, i Foo Fighters, Sinatra, i Grand Funk Railroad, i The Band, McClinton, i RHCP. Che gruppi, che ricordi! Becco il negozio Amoeba Music. C’è veramente di tutto, il negozio di dischi più fornito mai visto. Picchiano forte sui cd, per i vinili leggermente meno. Oggettistica varia da sballo. E’ pieno di gente dal look Venice beach Passo il viale, faccio 50 metri percorrendo una delle traverse e vengo assalito dalla contraddizione americana: tende da campeggio ovunque, tantissimi senza tetto e fortissimi segnali di tossicodipendenza. Parlando con qualche locals ho la conferma che si tratta di Fentanyl e altre nuove sostanze a basso costo. Come dicevo all’inizio, da italiano, è difficile fare i conti con la realtà losangelina. Da un lato sfarzo, moda, ostentazione e pacchianaggine, dall’altro, proprio dietro l’angolo, un inferno. La sensazione di pericolo è veramente forte. Dalla mia piccola esperienza, non credo che sia dovuta alla possibilità di essere derubato ma dall’imprevedibilità di queste persone, totalmente preda delle sostanze e che non sono presenti a se stesse. Sono decine di migliaia e, come detto, non soltanto relegate all’interno di Skid Row ma un po’ ovunque ci sia un marciapiede più ampio o un vicolo non troppo trafficato. E’ realmente un’ esperienza passare attraverso queste piccole ma capillari baraccopoli. Un conto è vedere alcune immagini di San Francisco in tv, nei video reportage, un altro, passarci nel bel mezzo, soli, con zainetto e macchina fotografica. Seguo parallelamente la walk of fame. Dopo circa 45 minuti, arrivo al 7425 di Sunset Blvd. Anche qui un caldo boia con un sole che spacca le pietre. Il Guitar Center di Hollywood è una vera figata. Pochi cazzi, è roba da foto. Gigantesco e bellissimo esternamente, si trova di fronte a quello che fu il mitico Sam Ash, con insegne ancora presenti ma definitivamente chiuso. Passo velocemente oltre la prima ala e mi dirigo verso la megastanza separata vintage and rare. A questo giro c’è della bella roba. Hanno qualche pezzo da novanta vintage, un botto di ampli e un bella collezione di Collector’s choice, Murphy lab e Master built. Nota di merito: hanno anche diverse chitarre particolari ma affascinanti: Dean anni ‘70, Guild e alcune boutique che tanto ci attizzano. Il clima è sempre molto amichevole ma per provare strumenti di una certa importanza ci vuole la supervisione dell’addetto che te li porge uno a uno. Molti sono disposti lungo la grande parete dell’area e, per forza di cosa, i commessi devono ogni volta prendere la scala per tirarti giù la roba. A differenza di quello di NYC, indipendentemente dalla maggior fornitura, sembra avere più anima. Le good vibes del pacifico, del Messico e del sole avranno pure un impatto. I clienti sembrano abituali e tutti molto “del mestiere”. E’ un bel negozione che, fossi di LA, frequenterei volentieri di tanto in tanto. Mi invaghisco follemente di una Cadillac del ‘79. Bellissima, fuori dal comune, azzardata nelle forme ma molto maneggevole. Ci penso un po’, faccio due conti fra spazio su aereo, iva, dazi e mazzi. Esco con una tracolla. Meglio. La sera la passo al The Mint con una buona cena (Philly steak) e un bel live. Tutto, come al solito, strapieno. Parlo con qualcuno e sono tutti molto chill.. Passaggio obbligato anche al Troubadour, altro storico locale di LA. Il giorno successivo parto da Down Town verso le 10.00, imbocco una delle solite freeways gigantesche che sto iniziando a conoscere. Viro a destra e mi immetto sulla 101, proseguendo verso nord. Esco dalla città e all’altezza di Glendale proseguo verso sinistra. E’ sempre la 101, ma sopra i cartelli appare il nome “Ventura”...mi ricordo del pezzo degli America, parte il brivido e sento crescere il livello di epicità. Passo Toluca lake, North Hollywood, Sherman oaks ed Encino. Eccomi a Tarzana, piccolo quartiere fuori LA con una valanga di negozi, negozietti, esercizi commerciali disposti ai lati della strada principale. E’ un susseguirsi di costruzioni a ferro di cavallo con i posti auto nella parte centrale. Arrivo al numero 18969 di Ventura Blvd. Parcheggio centralmente. Scendo e mi accorgo che senza aria condizionata fa un caldo boia, siamo sui 35 gradi. Mi guardo attorno e lo vedo. E’ nell’angolo alla sinistra. Mi lascio un po’ prendere dalla botta di adrenalina. Non so voi, ma il canale di Norm è tra quelli che seguo di più. Da quando c’era Agnesi ad oggi non ho mai smesso di vedere le puntate settimanali. Vedo le prove delle chitarre e le chiacchierate con i mostri sacri della sei corde. Ci sono passati veramente tutti. Adesso ero li davanti. Mi faccio passare i brividi ed entro. Abbiate pazienza, lo so che sembra tutto sensazionalistico ma per me è stato un piccolo shock. Qui il livello di epicità schizza alle stelle. Mi accoglie Norm himself. E’ un omone alto, un po’ affaticato ma cordialissimo con tutti. Gli dico che per me è un idolo, balbetto qualche cazzata. Mi chiede da dove vengo e mi dice che ha alcuni amici italiani. Chiedo una foto che mi faccio fare gentilmente dal suo collega. Mi guardo intorno e vedo il divano più iconico di tutti dopo quello di Backroom Casting couch (siete dei vecchi porcelli ). Sopra a jammare c’erano Kirk Fletcher e Roberto Vally… Troppe emozioni tutte insieme. Non ci credo. Mi metto a chiacchierare con loro. Dico a Kirk che sono un suo fan e che sono originario di Pistoia. Il suo volto si illumina e si ricorda del suo show alla Fortezza. Parliamo di chitarre, sta cercando un’altra 335. Parliamo di ampli, anche lui è amante del blackface sound. Il ragazzo che lavora in negozio mi spara in braccio una ES ’68 attaccata a un super del ’66. Kirk dice che è una delle chitarre che sta puntando. Prende in mano una tele slab primi anni ’60, la attacca ad un deluxe e parte una mini jam. Arriva Norm e mi espone l’elenco di quanto sostituito sulla chitarra. Poi mi fa portare alcune strato ’66, ’68 e anni ’70 tutte refin. Poi partono con le junior e le special anni ’50 e primi ’60. Cazzo che botta. A ogni cambio commento le chitarre con Kirk. Vengo stregato da una sg special artic white ’65, poi mi ricordo di avere davanti ancora due settimane di fuoco nella west coast e desisto. Poi passo alle reissue, una explorer collector’s edition ’58 in korina con la tastiera in braz…e vorrei anche vedere per 50k. Provo alcuni ampli, tweed e brown. Mi metto a parlare con Roberto, mi dice che i suoi erano italiani, pugliesi. Mi dice che ha suonato come turnista con alcuni personaggi pop italiani (non riporto i nomi, il lavoro è lavoro) e che in Calabria gli hanno sfondato per due volte il finestrino della macchina per prendere la strumentazione. E’ megasimpatico. Chiedo dei suoi progetti attuali, della sua strumentazione e della sua vita. Abita a LA e mi faccio raccontare un po’ di real life del posto e della scena musicale. Vally, con la ipsilon, uno di noi! Mi permetto alcune osservazioni. Norman’s rare guitars è un posto iconico per noi chitarristi dove è possibile trovare i propri idoli, scambiarci due o più chiacchere e provare qualche strumento. Nella ricerca casuale è possibile trovare qualcosa di interessante ma credo che il meglio lo riservi a chi ha le idee chiare. Se hai in mente qualcosa di specifico e hai i soldi, Norm è la persona giusta.. Durante la mia permanenza di qualche ora ho visto preparare per la spedizione una quindicina di strumenti. Penso che in magazzino, non accessibile al pubblico, abbiano un mondo di roba pronta a saltare fuori. Si, ma solo all’occorrenza. Ho visto controllare e imballare una tele del ’65, una V reissue di quelle fighe, una LP deluxe, una 355 ecc. Non vi commento il posto perché orami, tramite i video, lo conosciamo tutti. Una cosa che mi ha molto colpito è l’approccio volto alla vendita: tutti ti trattano al loro pari. Norman come lo vedi, è. Non c’è alcuna pressione all’acquisto, quanto in esposizione lo puoi provare quanto ti pare e sono tutti contenti. Questo approccio, a mio modo di vedere, è totalmente vincente. Cercassi una chitarra in particolare, di uno specifico anno e colore e avessi 10k dollari da spendere sarebbe fra i primi che contatterei. A una certa, parte il video: Norm alle tastiere, il commesso più giovane alla batteria, Kirk e l’altro collaboratore più anziano alle chitarre e Robertino nostro al basso. Hanno una ragazza a curare i contenuti foto e video dei loro canali. Assisto alla registrazione di due pezzi suonati davanti a tutti i clienti intenti a curiosare fra gli strumenti. Machecazzodifigata. Spendo molto volentieri 100 dollari in merchandise, saluto tutti e me ne vado. Scioccato mi dirigo verso Las Vegas, dove passo la notte Riprendo la strada e passo 8 giorni cullato dal deserto. Decido sul momento, giorno per giorno, dove andare e dove passare le notti. Un po’ sul mito della Route 66, di Easy rider, delle ballrooms, dei baracci, dei diner e un po’...no. Stacco da tutto e me la godo. Ripasso da Las Vegas anche al ritorno, questa volta è sabato sera Rieccomi a LA più infoiato di prima. A breve il volo di ritorno. Arrivo al The Baked Potato sul presto avendo fissato per il primo show (sono 2 per serata). Entro e mi danno uno sgabello al bancone. Il posto è molto, molto raccolto. E’ come si vede dai video, riesci a sentire il suono unplugged della chitarra…e che chitarra. C’è Josh Smith con Travis Carlton. MACHECCAZZOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOODIFICATA. Prima dello show mangio una, appunto, baked potato e faccio conversazione con la gente accanto. Basta dire “Italy” e vanno tutti in brodo di giuggiole. Faccio amicizia con una coppia del posto, lei super in fissa per JBono, lui invece, è forse il più grande appassionato al mondo degli Steppenwolf. Mi faccio raccontare un po’ delle loro vite, racconto un po’ del mio viaggio. Dopo un po’ lei mi sussurra ”guarda quello li è un super bluesman, si chiama Kirk Fletcher, lo conosci?”. Lo conosco? Lo conosco???????? Ormai è un bro (si vabbeh lo so…:-)), mi riconosce e mi chiede se avessi pensato all’acquisto della 335 che avevamo provato e che ci era garbata di brutto. Passo la serata e mi godo la sensazione di sogno americano, che è tutta un’altra roba ma per me va bene anche così. Smith e gli altri spaccano i culi ai passeri. A una certa si ferma la musica e arriva la torta: è il suo compleanno. Compaiono moglie e figli e gli regalano una Gretsch vintage che voleva da tanto. Foto di rito, scambio il contatto IG con un po’ di nuovi amici, finisco la birra e rimonto in macchina con il trip parziale che segna 1800 miglia. Alla fine, posso dire che sia Landau che Hiatt non sbagliavano.13 points
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Vista la richiesta bananosa, mi son reso conto che non avevo mai sbrodolato qua... Devo rifare un po' di foto decenti al tutto ma nel mentre vi riporto cosa, indegnamente, strimpello: (elenco aggiornato a settembre 2023) Chitarre - Fender Stratocaster American Standard del 2000, pu Lindy Fralin Vintage Hot, ponte Wilkinson vs100 - Gibson Les Paul Standard del 2004, pu nowaxx Hot Paf, ponte faber Abr1 con conversion di Evol e stoptail in alluminio faber - PRS Mccarty Soapbar del 2004 con Lollar P90 - PRS Custom 24 del 2007 con pu 85/15 e switch JJcustom 6 posizioni - Fender Telecaster American Standard del 2016 (pu custom shop broadcaster e twisted) Ampli-casse-coni - Naughty Lil' Bitch V2 - Mesa Boogie Mark III Green Stripe - Dr. Z Maz 38 mk1 con master post phase inverter - Dr. Z EZG 50 - Grossmann SG Fat box (Greenback china, V30 Marshall anni '80, Alnico Gold) - Neural DSP Quad Cortex - Amplitube ToneX Pedali - Cae wah - Origin Cali 76 Compact Deluxe - Tc polytune 3 mini - Decibelics Golden Horse - Xotic BB Preamp - Origin Alcyon - Origin Revival Drive - Origin Revival Drive Hot rod compact - Mxr Phase95 - Past Fx Elastic Mattress - Boss CE2 made in Japan long dash - Wampler Ego compressor - Wampler Tumnus Deluxe v1 - J. Rockett Ikon Archer - Wampler Pinnacle v1 - Longamp Roxanne - Diamond Memory Lane 2 - Diamond Tremolo - J. Rockett Clockwork - Tc Ditto - Meris Lvx - Meris Mercury Registrazione - Shure SM57 - Sennheiser e906 - Sennheiser MD421U4 - Sontronics Delta 2 - Austrian Audio OC18 - Chandler Germ 500 mk2 - Chandler Tg2-500 - Capi Vp28 - Heritage 73 Jr - Stam Audio 3A-5 - IGS 576 (x2) - RME UCX2 Di seguito un po' di foto a membro di segugio...13 points
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Capisco che un topic su una Fender aperto dal sottoscritto sia una cosa raccapricciante, ma…..tant’è. Non posso esimermi dal dedicarlo a sua Buddità, il Siddarta di noialtri Radiochitarristi, a colui che tutti induce al nirvana Fenderistico, l’esimio @Bananas (con un forte supporto dell'altro esimio @A wild Manni) Ho avuto nella mia quarantennale carriera di aspirante (e fallito) chitarrista alcune fender: 3 Strato ed una Mustang del 66, ma per me LA Fender è Lei, la Telecaster. Mi piace la sua forma semplice ed essenziale (si, anche la paletta) e rimanda nel mio onirico imaginifico figure di chitarristi semplici, essenziali ma efficaci. Insomma, Chitarra e chitarristi “duri e puri” e non ho mai perso occasione per suonarla. Allora perché non ne hai mai avuta una? Direte voi. Molto semplice, le mie qualità chitarristiche non me lo hanno mai permesso. La Tele è una stronza, una chitarra di gran carattere (come piacciono a me), che non ti perdona il minimo errore o titubanza e la sua scala, tastiera e radius non sono facili, per me ovviamente. La Tele ci gode a farti fare figure dimmerda! Qualche giorno fa ho ascoltato una tele del 69, Blonde, Swamp ash, completamente originale per hardware, wiring, PU, verniciatura e tutto il resto, in condizioni eccezionali e… mi è piaciuta tanto, ma tanto. Suona meglio delle CS odierne? Assolutamente no, suona …diversa. Sarà il legno leggero e stagionato, i PU, il wiring con cavi di 50 anni fa, le saldature ossidate. Non lo so ma suona bene. Da spenta suona come poche chitarre ho sentito suonare e, indegnamente, ora, da tre settimane, e' a casetta. PS: ora, dopo aver comprato una Fender ed aver realizzato che sono impazzito, sono in cura in psichiatria .......13 points
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Viato che qualche giorno fa si parlava di sublimazione di P90... vi presento la nuova arrivata Les Paul Junior 1959 Inizialmente ero stato più attratto dalle Special, principalmente perché da sempre abituato ad usare i due volumi indipendenti sulle sorelle maggiori... ma parlando con diversi amici appassionati di vintage, praticamente tutti me l'hanno sconsigliata, per problemi di stabilità del manico; ed in effetti le due che ho potuto provare avevano entrambe accordatura molto ballerina, il che mi ha fatto desistere rapidamente, ripiegando - se così si può dire - sulla sorellina a un solo pickup, la Junior. E adesso ammetto che da quando è arrivata questa Junior del '59 non riesco a staccarle le mani di dosso: adesso sì che inizio a capire perché molti amano queste chitarre semplici... in questo caso sarà anche il fascino del mogano vecchio e del palissandro brasiliano, sarà perché l'assenza di switch e cablaggi più lunghi rendono il suono più veloce e diretto, oppure sarà semplicemente perché... suona benissimo e, nella sua estrema semplicità, con un solo aggressivo P90 e il suo unico pot del volume si tirano fuori comunque un sacco di sfumature... from clean to mean! Per questa prova (chi mi segue pure su FB l'avrà già vista) ho usato due ampli: - all'inizio del video la Alpha & Omega, in modalità "Black Flag"; - nella seconda clip il GloryLuxe sul canale British, boostato dal klon; - nell'ultima parte, sempre il GloryLuxe ma nel canale Fender, senza overdrive e settato per un suono molto tweed... in questo caso le mani non sono le mie, ma di un amico che era passato a trovarmi. Buon ascolto!13 points
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Ciao a tutti, dopo anni sono caduto di nuovo vittima della gas e ho comprato una Les Paul Junior 2019....è nera e non ho saputo resistere ad una junior nera. Costano tra i 1200 e 1300 euro a secondo dei negozi, con custodia rigida. Visti i prezzi ormai proibitivi della Junior del custom shop, ho deciso di darle una chance. Davvero una gran bella chitarra, rifinita benissimo, suonabilità ottima, ben intonata (cosa non scontata in una junior). Ho giusto dovuto abbassare un pò l'action, per il resto era perfetta out of the box. Ok non avrà la ricchezza armonica di una junior del 56, ma se la gioca con alcune custom shop che ho avuto in passato....13 points
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Mi sa tanto della storia di come gli americani nelle prime spedizioni a gravità zero avessero speso tempo e denaro a progettare una penna con un sistema che impedisse all'inchiostro di fluttuare all'interno della cannuccia in modo che non si creassero vuoti bla bla bla... Mentre i russi portavano un pacco di matite e sticazzi.13 points
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Buongiorno a tutti, oggi vi presento un acquisto recentissimo e non programmato... questo non potevo proprio farmelo scappare per la collezione di echi a nastro vintage Eccolo qua, un esemplare di Wem/Watkins Copicat Custom a valvole, anno 1965, completo di pedale per l'ON-OFF del delay e di case in legno in ottimo stato. Era di un mio amico, che me l'ha portato per sistemarlo ed eventualmente rivenderlo (ignaro del fatto che l'avrei stalkerizzato fino allo sfinimento ), ed è stato per 30 anni chiuso in un cassetto, anche se a giudicare dalla vernice del pannello principale in precedenza è stato sicuramente usato parecchio; le condizioni elettroniche però, appena aperto, si sono subito rivelate a dir poco perfette: neanche un componente sostituito (essendo inglese di nascita, dentro ci sono tutti caps Mustard e Wima, resistenze Iskra ecc), zero saldature rifatte, e corredato di una scatolina con numerosi nastri ancora nuovi dell'epoca. Le valvole pure sono originali e già quelle hanno un discreto valore essendo praticamente nuove: una ECC83 Mullard, una ECC83 Philips placca lunga e infine una valvola meno conosciuta al mondo chitarristico, una Brimar 6BR8... per inciso, il solo valore delle valvole copre quello che l'ho pagato, essendo le due ECC83 in condizioni perfette Dopo aver fatto il reforming dei condensatori, ripulito tutto il percorso del nastro, fatto il degaussing delle testine e di tutte le parti metalliche, lubrificato a dovere tutte le parti in movimento e infine messo un nastro nuovo... direi di sentire come suona Il gear usato stavolta è semplicissimo: - chitarra: Xotic XSC-2 - Wem Copicat - GloryLuxe (settato completamente clean e a volume abbastanza basso) Buona visione e buon ascolto13 points
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Allora mi correggo, Cornish, Toneczar, Spaceman e Formula B.13 points
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Saranno storti per te che hai gli occhi dritti ma per lui è perfetta.13 points
