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Dopo l’ultimo giro in solitaria attraverso la California, il Nevada, l’Arizona e lo Utah, avevo raggiunto la pace dei sensi. Avevo toccato con mano Norman ed ero entrato all’interno della magia del suo mondo. Avevo respirato l’aria del Pacifico, generatrice di tutto un filone musicale che ho sempre amato. Avevo sperimentato la differenza fra città e periferia degli US, fra camminare a notte fonda per le strade di LA e godermi il tramonto attraverso un canyon, in una riserva indiana. Mi ero appostato sotto il Cly Butte a guardare il cielo e sentire il grido dei rapaci. Avevo appurato che la gente “come quella dei film” esiste veramente. Mi ero goduto un po’ del clima da campagna elettorale, lo scontro fra Trump e Harris, che tanto mi affascinava. Ancora di più, avevo avuto conferma che non è necessario pianificare, organizzare, scendere per forza a forti compromessi. Mi ero un po’ immedesimato nella cultura della West Coast ed in cambio avevo ricevuto una forte sensazione di libertà. Ritorno subito alla vita di tutti i giorni, passano le settimane, arriva il 2025 e il maledetto pensiero dell’invio del piano ferie per l’intera annualità. Per uno come me è una vera violenza. Inizio a instaurare il classico colloquio di amorosa mediazione con la mia compagna. Quest’anno facciamo qualcosa? Quanto vogliamo spendere? Porca miseria, la porta di divisione per la cucina che, ovviamente, non ha misure standard e costa tre volte una normale … prima o poi dovremo comprarla. Ma poi quando potresti prendere le ferie? Ti faranno storie? Ecco che parte l’agitazione e le domande rimangono senza risposta. Arriviamo a febbraio inoltrato e invio la maledetta email all’ufficio personale. Vado un po’ a caso: 7 giorni a fine maggio per riprendermi dal logorio della vita moderna, 2 settimane a fine settembre e qualcosa a Natale. Un caro amico mi chiede di accompagnarlo in un negozio di Bologna perché interessato a una vecchia Mosrite anni ‘60. Prima ci fermiamo da un noto rivenditore di Gibson al quale ho già lasciato troppi soldi. Chiedo di provare una custom. Mi chiedono se avevo appuntamento, poi acconsentono perché non c’era ancora gente. Mi danno da indossare un bel grembiulino per cucinare, la parannanza sonica, altrimenti l’avrei graffiata con le zip del cappotto che mi ero già tolto. Capisco tutto, ma porca di quella troia. Inizia il tedio. Arriviamo al negozio per il quale avevamo affrontato 100 km di autostrada. Provo qualche strato jappo fine ‘80 venute molto male. Poi mi giro e vedo sul muro una special DC del ‘59. Faccio un giro e chiedo di poterla provare. Amo i bolognesi, sempre con la battuta pronta, sempre con la frasetta spiazzante, sempre a canzonare. Vivo di contraddittorio, da toscano ci sguazzo. Sono cresciuto con qualche calcio in culo e con il motto “meglio una battuta che un amico”. Mi piace prendere e farmi prendere in giro. Aspetto la battuta che non arriva. “Seee, oh ma lo sai quanto costa?” “O ma quella è roba vecchia che costa quanto una macchina” “Ma così per fare o ti interessa veramente??“. Nel frammento di secondo successivo mi passano per la mente i momenti vissuti nei negozi ‘mericani. L’istante dopo prende il sopravvento l’orgoglio, stupido, senza senso: cazzo sempre i soliti, mi ha veramente preso per un ragazzino e quella non è una burst, colpa mia che continuo con 'sta storia dei negozi italiani. Poi borbottando mi tira giù il brutto anatroccolo, come ampli un valvestate di merda, perché gli altri sono occupati, dice. Maremma laida. La provo senza il semivalvolare. È molto bella! La trovo viva, suonabile, bella connessione. Abbastanza maltrattata, quasi tutta originale e venduta ad un 40% in più rispetto alle sue quotazioni medie. Mi bastano 3 min e riconsegno la chitarra color “vomito di briaho” al bolognese. Come ritualmente faccio, non posso vivere senza, cerco di instaurare un bellissimo rapporto con il commerciante. Come una sorta di gioco delle parti, come una danza indiana fra venditore e acquirente, chiedo nuovamente il prezzo, rispondendo “no dai, sul serio ” per poi incalzare con “è davvero l’ultima offerta?”: “se vuoi ti offro 1 caffè ma solo a te, non al tuo amico, che ormai la chitarra l’ha già pagata. ”. Toh, finalmente una battutina. Mosrite presa, torniamo verso casa. Arriviamo a metà maggio e il mio umore è pessimo. Non avevamo deciso assolutamente niente ed ormai era andata. Un classico. Vabbeh, tanto avevo preso solo una settimana di ferie. Passano alcuni giorni e il mood è astio e rancore e, immancabilmente, partono le difficoltà notturne, dormo male. Sabato 17 mi sveglio con nausea, incazzatura e con in mente la DC del ‘59, il caffè offerto e il colore “vomito di briaho”. Tedio la mia compagna, le faccio fare ottocento chiamate, faccio le mie. Giovedì 22 maggio. Con solo i bagagli a mano, dopo esserci sorbiti già due voli, eccoci a Orlando in Florida. Ficata. Dovuta premessa. Non sono assolutamente un viaggiatore. A dirla tutta, non amo nemmeno viaggiare nell’accezione attuale del termine. Diciamo che è un effetto collaterale per raggiungere uno specifico obiettivo. In questo caso, in ordine, le chitarre, il rock, il blues e il jazz. Pur non avendo molta esperienza, mi piace molto cercare di cogliere i particolari. Appena arrivati notiamo la differenza nell’atteggiamento delle persone: più distese, meno impettite, più amichevoli. Eravamo già abbastanza cotti e mancava ancora un volo: Orlando - Nashville. Dopo 3 ore, fra attese e percorrenza, ci siamo. Finisce il tedio. Nashville è il nostro parco giochi! Si sente dire spesso. Ormai dai video su youtube si vede molto della città. Un’ idea già riusciamo a farcela. Fra tutte le opinioni inutili e non richieste voglio strametterci anche la mia. Sapere quali sono le differenze fra una strato ‘59 e una ‘60 vi rende orgogliosi, vero? Riuscire, dopo 83 giorni di sudore, a tirare fuori un suono appena accettabile da una Fractal vi fa sentire Steve Albini? Spiegare per ore le differenze fra delle 6L6 e delle EL34 al malcapitato amico appassionato di modernariato che ha fatto l’errore di vedere la vostra jmp super bass del ‘74 in salotto e chiedere se fosse una vecchia radio vi fa sentire un signore delle tenebre? Mi esprimo anche per voi, cavalli pazzi, con un netto SI! Tutte queste cose da un lato accrescono l’orgoglio, dall’altro, si tramutano in un unico grande pensiero che sorge sempre prima di coricarsi: tutto una gran ficata ma…non sono un nerdone…vero? Dopo solo la prima ora passata a Nashville posso finalmente darvi una risposta al quesito sopraesposto. Più che una risposta direi una pronuncia totalmente chiarificatrice, dirimente e, azzarderei, tombale: no, non siamo dei nerdoni, siamo dei fottutissimi SLASH in November Rain. Ecco, Nashville me lo conferma a ogni metro. Nashville è talmente tanto chitarrocentrica da passare la parte. Scendi dall’aereo e in aeroporto c’è il logo Gibson ovunque, una teca con all’interno una folk, musica country sparata dagli altoparlanti, foto di musicisti con chitarra a tracolla. Nashville ci fa sentire meglio in quanto chitarristi Percorriamo i corridoi per uscire dalla prima parte dell’aeroporto e veniamo invasi dalla musica, dalla chitarra e dal Tennessee. Pubblicità della Gibson, chitarre in vetrina in bella mostra, decorazioni raffiguranti musicisti. E’ un continuo di simboli legati alla musica! Mi guardo intorno e mi ripiglio dalle 20 ore di spostamenti. Scusate la dovutissima digressione, torniamo a noi. Anche in questo caso, mi ero lasciato prendere dai 5 minuti di follia e, stavolta, ero riuscito a convincere anche la mia compagna: facciamo un viaggio dal Tennessee alla Louisiana senza fissare niente, ci fermiamo dove e quando ci pare, andiamo in base all’umore e vediamo come va! Usciti dall’aeroporto andiamo verso la compagnia di noleggio auto. Anche a questo giro scelgo un suvvettone che diventerà, nell’arco di due settimane, un po’ la nostra casetta mobile. Dopo le migliaia di chilometri percorsi sette mesi prima, mi trovo immediatamente a mio agio. Fra la West coast e il Deep south vedo subito la differenza di paesaggio, di strade e di vibes. E’ un altro pianeta! Arriviamo all’hotel poco fuori il centro. E’ un bell’edificio imponente, con un parcheggio gigantesco. Ovviamente non è niente di lussuoso, una sorta di tre stelle gradevolissimo. Arrivati davanti alla hall ci accolgono megadecorazioni di chitarre e chitarristi con vetrine adornate da folk acustiche. Chitarre appese ovunque anche all’interno. Si, è la città della chitarra, ho un’ulteriore conferma. Cadiamo lessi a letto e ci prepariamo al giorno successivo. Downtown è un parco giochi con un corso principale fittissimo di locali sia grandi che più raccolti dove fin dalle 10.00 di mattina si suona. Forse non mi sono spiegato bene, quando scrivo certe cose dovrei metterci più enfasi perché il rischio è di farvi soprassedere, sorvolare oltre senza soffermarvi il tempo dovuto: DALLE FOTTUTE 10.00 DI MATTINA FINO ALLE FOTTUTE 2.00 DI NOTTE, IN OGNI FOTTUTO POSTO SULLA BROADWAY DI DOWNTOWN SI ALTERNANO, DANDOSI IL CAMBIO E SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA’, DELLE BAND CHE FANNO MUSICA DAL VIVO. Vai nel ristorante, bar, club di turno, ti prendi da bere o da mangiare e paghi la band o l’artista che si sta esibendo tramite una “tip”. Con le tips, il musicista medio ci campa. Considerazioni: non è più la Broadway di un tempo dove si esibivano solo i true che ci attizzano tanto (vero @Bananas del mio cuore cit.?), dove i locali erano gestiti da locals, dove si formavano i futuri Cash, dove si rodavano i mostri sacri che poi avrebbero suonato al Grand Ol Opry Ballroom o al Ryman. Oggi i posti sono degli investimenti di businnessmen o rock/pop star. Le band fanno tantissime cover ma sono comunque di alto livello. Si suona per il turista becero medio ‘mericano di qualche stato vicino che vuole sentire rockettino o pop/folk vestito da simil country. E’ abbastanza un mangificio con alti prezzi e qualità normale. Le ragazze, appena mettono piede a Nashville, si abbigliano esclusivamente con shorts di jeans, camicette, stivali e cappelli da cowgirl. Il Pedal Tavern è una follia da ragazzetti ciucchi marci … lo voglio anche da noi, subito! L’hot chicken è una ficata, Hattie B’s ancora di più, però, forse, e dico forse, è leggermente sopravvalutato? Detto questo, per “uno come noi” passeggiare sulla Broadway riamane comunque qualcosa di leggendario. Da qui ci sono passati tutti, la chitarra la fa da padrone (e vorrei ben vedere, tutti gli altri strumenti fanno cacare) e sentire suonare incessantemente centinaia di band per tutto il giorno fa riflettere. Peccato, come dicevo, che poi c’è anche tutto il resto che come uno tsunami travolge Downtown: i locali di Kid Rock e quello di Jon Bon Jovi, il museo di Johnny Cash e la Bud Light. Gibson Garage Arriviamo nel pomeriggio nei pressi dell’indirizzo impostato su Maps. Claudia inizia già a sentire la forza oscura crescere in me. Ci sono due tipi di persone: quelle che al cospetto dell’epicità si ammutoliscono e quelle che diventano un fiume di parole. Io non proferisco parola e ogni suo tentativo di volerne fare parte, con domande riguardo che tipo di negozio sia o che cosa abbia di particolare, cade nel vuoto. Da fuori è meno imponente rispetto a quanto allestito all’interno. Fa parte di un edificio dai tratti industriali ed è insieme ad altri negozi. E’ sempre in zona centrale ma defilata rispetto alla “strip”. Come abbiamo appreso dai moltissimi video e foto online, appena entrati colpisce l’allestimento. Sul soffitto, un nastro trasportatore fa scorrere costantemente una fitta fila di chitarre attaccate per la paletta. Si può trovare quasi tutta la produzione G. Il mio interesse ricade esclusivamente per le CS e, in particolare, per le edizioni speciali. I dipendenti sono abbastanza preparati ma l’aria che si respira non è certo quella di un luogo di culto. Tanto merchandise figo. Rispetto l’entrata, sulla sinistra c’è il reparto acustiche, a dritto, in fondo il reparto Epiphone e sulla destra la sala M2M e alcune edizioni limitate. Tutto il resto è standard, CS, normali e ML, alle quali è dedicato un angolo. Parto subito con la domanda più scomoda di tutte: dove è il vault? Posso andare da solo o mi dovete accompagnare? Con fare dispiaciuto mi viene risposto che è possibile visitare il caveau solo previo appuntamento. La visita può essere acquistata solo dai clienti del Four Season di Nashville come pacchetto accessorio aggiuntivo (circa 300 dollari). Che delusione… Tiro fuori il mio essere merdaccia e ribatto “si ma io vengo appositamente dall’Italia”. La gentilezza del Tennessee si scontra con la merditudine italiana e il ragazzo mi risponde “eh...mi dispiace ma sfortunatamente anche noi dipendenti non possiamo entrare..solo manager del brand o figure come Agnesi possono accedere liberamente” :-((( Che sconfitta... Scomodo uno dei ragazzi e chiedo di provare alcune cose: cerco la Greeny Hammet Collector’s Edition, la Explorer e la V sempre Collector’s e una LP con il Brazilian. Niente da fare per le prime tre, già vendute al lancio e presenti in store solo per un mesetto. Ok per la Braz alla quale aggiungo una 335 ‘58 ML e una Custom di Clapton. Nota stonata: gli ampli, tutti Mesa, sono attaccati a un Torpedo e vanno in cuffia...pessima scelta. Vado nella saletta M2M e specials e appesa c’è una bella fuoriserie: la Amos di Jbono. Edizione speciale di una delle sue V ‘58 e ‘59. Bella bella, rifinita bene, ultra heavy aged, leggerissima e con un suono da vera V, non LP, non SG, non Explorer ma una ulteriore interpretazione del suono Gibson con doppio HB. Una fra le reissue migliori che abbia mai provato. Sensazioni nette che ricordo ancora dopo alcuni mesi. Peccato che sia associata ad un artista e peccato per i 20k, a metà del prezzo ci avrei fatto un pensierino perché, per i miei gusti, veramente valida. Che dire? Negozio moderno e strafico, che calza a pennello con la città e sigilla il sodalizio con il brand che tutti noi amiamo. Nashville è Gibson e il Garage ne è la consacrazione. Forse leggermente turistico, forse più per l’appassionato medio che per quelli con decenni di chitarra alle spalle. Posto fantastico per chi vuole sperimentare differenze fra le varie fasce di prezzo e categorie. I ragazzi non fanno troppe storie nel farti provare strumenti dal prezzo importante anche se c’è attenzione e cura verso le chitarre. Tutti gentili e scambiano volentieri qualche chiacchiera. Trascorriamo la restante parte della giornata girellando per la città con BBQ annesso. Eccoci al giorno successivo, facciamo colazione avendo in sottofondo Townes Van Zandt. L’hotel è pieno di gente giovane, c’è un evento dedicato al gioco di carte Magic. Montiamo in macchina e imposto il navigatore. La destinazione si trova in una via sempre principale ma fuori rispetto a Downtown. Arriviamo in una zona abbastanza verde e più residenziale, parcheggiamo e mi prendo qualche secondo per guardare i disegni all’esterno dell’edificio. Ci siamo. Ci sono. Il luogo simbolo della chitarra. Gruhn Guitars Ricordo ancora adesso quando da ragazzino mi connettevo all’allora embrionale, ma così futuristico (si, al maschile), “internet” tramite il modem 56k di mio padre, da sempre appassionato di informatica. Passava tutto dalla linea telefonica, partiva la classica sequenza gracchiante di connessione, iniziava il senso di colpa dovuto al fare spendere i miei (si pagava a consumo) e al termine si spalancavano le porte del tutto. Ecco che potevo toccare con mano il sito di Gruhn, vedere qualche pixel di foto di qualche chitarra iconica che andava caricandosi. Il brivido di sentire vicine alcune rarità. Sapevo fosse in America ma non in quale luogo, tanto era troppo lontano anche solo da immaginare. L’atmosfera è quella che ci si aspetta e che traspare dai video. Non un luogo dove andare a fare shopping compulsivo, chiedere delle ultime innovazioni tecniche o provare il nuovo ampli della Peavey. George fu il primo a reperire, archiviare e commerciare chitarre vecchie e usate. Ha contribuito a identificare gli strumenti per le loro qualità. Ha avuto fra le mani ogni tipologia di chitarra. Se compriamo “riedizioni” è anche per merito suo. Solo voi potete capire l’emozione di essere in questo posto. Ha cambiato fondo alcune volte e si è trasferito dalla chiassosa Broadway all’attuale posizione. Passeggiando sulla “strip” la “Honky Tonk Highway”, sono riuscito a scovare il vecchio fondo e la sua insegna disegnata direttamente sull’edificio, foto alla quale sono molto legato e che ho piacere di condividere con voi. George Gruhn, dagli anni ‘70 in poi, portava le chitarre ai mostri sacri che dovevano suonare al Ryman auditorium. La sua attività, commerciale, informativa e divulgativa, ha determinato uno spartiacque generazionale. Fu il primo ad avere l’intuizione di utilizzare liste di strumenti che aveva a disposizione da inviare via fax così da poter velocemente comunicare, anche e soprattutto a livello internazionale, comprare e vendere. Il Dobro che Duane utilizzò per “Little Martha” fu acquistato da George. Ha creato un’attenzione, prima inesistente, verso le chitarre acustiche ed elettriche e ha posto l’accento sulle differenze ontologiche fra uno strumento solo vecchio e uno di pregio. Su questo punto potremmo aprire una discussione su quello che potrebbe essere il futuro della categoria di beni di cui siamo appassionati. Nello specifico, mi riferisco alla classificazione di alcuni strumenti musicali ai fini di proteggerne il valore, culturale e storico, che portano con loro. Personalmente, da qualche tempo, incrociando professione e passione, ho iniziato ad approfondire lo studio della tematica dal punto di vista normativo e, nel corso di questo anno, spero di poter trarne alcune conclusioni. Il “negozio” è molto più sobrio degli altri presenti in città e si percepisce subito di essere in un posto dove potersi informare, scambiare qualche chiacchiera con musicisti reali e acquistare in modo oculato. Quanto detto per Norman’s Rare Guitars vale ancor più per Gruhn: se cerchi qualcosa di particolare è probabile che riescano a trovartela. Ad accoglierci c’è una gentilissima signora in servizio alla cassa. Poco dopo arriva un signore, sulla sessantina, molto simile a George, di nome Micheal. Percepisce la mia commozione, mi stringe la mano e iniziamo a parlare. Come ritualmente accade, chiede la nostra provenienza e appena sente dire “Italy” partono gli aneddoti: “ho un caro amico che mi racconta di quanto sia meraviglioso un posto vicino alla Toscana dove si svolge un festival di chitarra acustica alla quale è stato invitato. Mi sembra si chiami Sarzana”. Il mio cuoricino viene colpito nuovamente. “Ma certo, Sarzana acoustic festival! È incredibile che ti ricordi proprio di questo evento...ma chi è il tuo amico? Magari lo conosco...” “È abbastanza conosciuto dai chitarristi acustici, è australiano e si chiama Tommy Emmanuel, lo conosci?” Finta umiltà? Metodo per fidelizzare i clienti? Non lo voglio sapere, mi piace solo pensare che le conversazioni abituali in negozio siano così. Mi chiede se cercassi qualcosa in particolare, quanto staremo in città e mi conferma che per un vero servizio è necessario prendere appuntamento richiedendo gli strumenti di cui avevo bisogno. Le domande sono specifiche, le risposte ancor di più. Anno, colore, stato, prezzo. Chi cerca veramente una strato del ’59 sunburst non ne vuole una del ‘62 in custom color olympic white. Chi vuole una 335 del 60’ mint non è interessato ad una 345 del solito anno. Dal pochissimo che sono riuscito a percepire, il livello è questo. L’amara conclusione potrebbe essere che è un posto nato per tutti ma divenuto per pochissimi. Ricchi, privilegiati e annoiati? Un po’ è così e un po’ no. È un posto anche e soprattutto per appassionati. Durante la chiacchierata, dico di aver visto i vari video sul canale di Tom Bukovac insieme a George e gli altri ragazzi e di essere stato colpito dal loro amore anche per strumenti meno blasonati, come la puntata sulle Dean. Il volto gli si illumina e mi porta alcune Cadillac del video da provare. Mi chiede se avessi qualcosa del marchio (l’umiltà, non dare sempre per scontato di trovarsi davanti a persone senza esperienza, loro che potrebbero, fa molto pensare...). Inizia a evidenziare quelli che per lui sono le caratteristiche, le peculiarità del modello e perché hanno una loro dignità. Arrivano altri clienti/amici e mi lascia un po’ a provare quello che voglio. Tiro giù alcune cose ma, sinceramente, ho scelto questa meta più per la sacralità del luogo che per gli strumenti. A disposizione della clientela non hanno tanto quanto altri posti più commerciali, molte più acustiche e mandolini che elettriche. Nel frattempo passa il mitico Greg Voros, liutaio dello store. Dopo alcuni giri, in estasi, mi congratulo, saluto tutti e mi incammino al successivo negozio. Uscito, ne seguirà un momento di nostalgia. Ero li grazie alla mia prima elettrica, quella Epi nera a forma di diavoletto da due lire, pessima, dai tasti taglienti e la liuteria assurda, con la vernice sciupacchiata con il sudore del braccio durante le torride estati, ma che amavo e con la quale ho trascorso una valanga di nottate. Rumble Seat Music Le vecchie volpi del Radiochitarra conosceranno bene anche questo negozio. Per tutti gli altri, una breve introduzione. Il motore è Eliot Micheal, un fottutissimo rocker, duro e puro, che, suonando a giro, a una certa, si è reso conto che le chitarre vecchie erano di suo gusto tanto da diventare un riferimento per il vintage USA. Partito da Ithaca, New York, le cose ingranarono così da potergli permettere di aprire altri negozi: Brooklin, Albuquerque, Santa Fe, Carmel by the sea. Nel 2016 decide di chiudere tutti i punti vendita e aprirne uno, concentrando tutta la roba accumulata, a Nashville. È il posto dove mi piacerebbe passare i pomeriggi chitarristici. Pieno zeppo di cimeli, tutto incentrato su design e stile americano anni ‘60 e ‘70. Insegne, loghi, oggettistica varia degli anni d’oro del rock. Arriviamo e parcheggiamo proprio davanti alla vetrina. Ad accoglierci, in questo caso, sono due tizi dai quali, se fossero loro a proportela, compreresti anche una Strato AM Pro II del 2025. Sono i classici tipi ‘mericani che ne sanno un botto e che danno l’idea di averne viste di cotte e di crude. Anche loro massima gentilezza, ti invitano a guardare e provare tutto quello che hanno tranne la roba in vetrina. Moquette ovunque e odore di ampli vecchi. Lo sapete che odore ha un ampli vecchio, vero? Vero? Ecco, quel profumo li, in ogni punto. Anche le poltrone e i divanetti sono vintage. Tutto è una figata. Dopo un po’ si apre la porta di ingresso del negozio e un cagnolino meraviglioso ci viene a salutare saltandoci addosso e facendoci le feste. Subito dopo, entra il padrone: Eliot. È come si percepisce dalle pagine online. Un rocker vero, che non molla, che non perde un colpo. È un duro, come quelli che vedevi nei film in tv. Per spiegarmi meglio: non è uno di quelli che, comprando una Harley e un gilet di pelle, si sentono dei dritti e vanno per strada pensando di essere dei ganzini. Diverse chitarre di quelle giuste e discreta attenzione anche a modelli del tutto particolari come alcuni brutti anatroccoli anni ‘60 americani. È un negozio dove si possono trovare anche robe “umane”, diciamo dagli anni ‘90 in giù. Ci sono strumenti sia dal grande valore economico che quelli più abbordabili e dalle svariate condizioni come refin e modifiche varie. Posto che frequenterei più che volentieri per cercare chitarre che possono piacere veramente, suonabili tutti i giorni e non solo dal grande valore. Bello bello. Carter Vintage Guitars Arriviamo a Carter. Posto in una zona più frequentata e più vicina al centro di Nashville. Non credo abbia bisogno di presentazioni: se state leggendo queste righe, avrete sicuramente visto molti dei video pubblicati sul canale youtube del negozio. Si entra e veniamo accolti da una giovane ragazza alla cassa, posizionata nella zona merchandise e sommersa da magliette, felpe e roba varia. Varcata la zona di ingresso, è subito presente il passaggio per l’ala principale, quella delle chitarre “normali”. Una valanga di roba, posto enorme con un sacco di chitarre appoggiate a terra e appese sui muri. Si può trovare di tutto riguardo al nuovo e qualcosa per il vintage. Tantissima gente a provare strumenti e clima molto positivo. C’è anche diverso personale a lavorare con un laboratorio di liuteria, per riparazioni e manutenzione. Colpo d’occhio notevole. Parte acustica suggestiva perché è dove registrano i video i mostri sacri della chitarra. Giro fra le corsie intento a guardare come sono disposti i vari marchi. A un certo punto, sulla sinistra, scorgo un’ulteriore area. Mi avvicino e capisco, passo dopo passo, di essere nella direzione giusta. È la Vintage Area. Entro e mi si para davanti TUTTO! Sulle pareti sono appesi i pezzi più rari mentre sugli stand a terra si possono trovare le vintage meno costose. Sapevo che l’inventario era pazzesco ma non pensavo fosse così accessibile. Tranne una Burst, una Strato del ’54 e poco altro sotto vetrina il resto era tutto sui reggi chitarra, senza protezione. Parte l’agitazione e nel marasma più assoluto mi dirigo verso le ES. Ci sono tutte: 335 ‘58, ‘59, ‘60, ‘61, ‘63, ‘65; 345 ‘60 ‘63; 355 diverse ma non ricordo gli anni. Con l’ansietta crescente, avvicino il commesso – controllore e chiedo, di grazia, se ci fosse l’opportunità di poter provare una 335: “certo, quale vuoi e con quale amp?” “Ma, senti, che posso provare la ‘59 sunburst?” Mi stacca l’opera d’arte, me la porge, mi indica un ampli oppure, mi dice, avrei potuto provarla in saletta. Se ne va. Inspiegabilmente. Lascia l’area e sono solo. Provo la bestia con commozione e mi assicuro di non tenerla troppo per non infastidire. Infastidire chi??????? Il commesso era andato via e non c’era nessun altro del negozio nell’ala. Guardo Claudia, faccio finta di aver avuto un suo cenno di approvazione, rimetto a posto la ‘59 e piglio la ‘61. Poi la ‘63, poi una 345. A quel punto ero diventato nuovamente una iena, assetata di sangue, in preda ad un’euforia ancestrale. Mi stavo ricongiungendo con la terra e stavo ottenendo quello che, nella mia testolina, mi è sempre spettato come per diritto di natura. “Ma che sei pazzo, sul cartellino c’è scritto 130.000,00 dollari, se succede qualcosa siamo rovinati, mettila via”. Troppo tardi. Avevo in mano una LP Custom del ‘59, variante 3 pickups, poi un'altra, sempre '59, sempre 3 PUs…poi TUTTO Una sfilza di Goldtop ‘54 ‘55 ‘ 56, SG’62 standard e Custom, Specials, Firebirds. Poi vado a Fender dove mi ripasso cronologicamente molti degli anni migliori della strato, partendo dal ‘56 e della tele, partendo dal ‘57. Che vi devo dire, tutto nella più totale libertà, senza nessuno a farmi pressione, con immensa gioia e con il terrore negli occhi della mia compagna. Ho passato un’ora e mezza in compagnia degli oggetti sui quali avevo più fantasticato negli ultimi vent’anni. Ma i tasti di una ‘58 sono veramente più scomodi di una ‘59? Ma una slab del ‘60 suona più palissandrosa di una ‘63 laminated? Come varia di sfumatura il sunburst dopo 70 anni? Ma quanto è suonabile una Custom ‘59 con i suoi tasti originali? Ecc. Adesso, potevo dare una risposta a ogni dubbio. Ho perso il conto di tutti gli strumenti provati. A un certo punto mi giro e in un angolo trovo alcune poltroncine dove potersi riposarsi dallo sforzo e sedere in mezzo a un Dumble e un TrainWreck. Non so se avviene sempre così, che il commesso ti lasci totalmente libero di provare qualsiasi cosa oppure è stata una casualità. Sinceramente non saprei cosa dirvi sul negozio tranne assolute banalità. Si tratta di un parco giochi per il vintage con uno fra gli inventari più forniti al mondo e quasi completamente disponibile alla prova. Prezzi leggermente alti ma giustificati dalla possibilità di avere tantissimi strumenti fra i quali scegliere. Alcune chitarre, per i miei gusti, veramente commoventi, come le due 335 del ‘59 e del ‘60, una tele del ‘66 (incredibile ma vero), e una strato ‘57. La ‘66 è già stata venduta ma mi è rimasta in mente per molto tempo, anche perché l’unica leggerissimamente più abbordabile come prezzo. Guthrie Trapp, JD Simo, Marcus King, Little Berrie, Kirk Fletcher sono solo alcuni degli ultimi nomi che mi vengono in mente quando penso a Carter. Luogo dove si viene più a comprare che a scambiare opinioni. Sensazione del tutto personale: la minor sacralità del posto è compensata da quella degli strumenti proposti. Guitar Center Nashville Su questo GC posso dirvi veramente poco. Solito negozione dove acquistare i prodotti commerciali. Mi aspettavo qualcosa di molto migliore e più vicino a quello di Hollywood. FINE parte 3 Per chiunque fosse riuscito ad arrivare a questo punto, GRAZIE! In attesa del Chapter 4 vi auguro un buon 2026!!!!17 points
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Buonasera a tutti, non sapevo bene dove postarlo perché si parla di chitarre, musica, aneddoti di vita vissuta e tanto altro, quindi lo metto qui un po' a caso È un nuovo format di video podcast, ideato insieme ad alcuni amici e "ospitato" dal negozio Not Just Guitars è dallo studio di registrazione Lignum Lab Recordings. Questa prima puntata è incentrata su 2 elementi principali: 1. Claudio Bazzari, turnista con un curriculum mostruoso, nonché persona simpaticissima e alla mano, che si è prestato insieme al figlio Milo a essere bombardato dalle nostre domande. 2. Quattro Les Paul vintage, tutte GoldTop, suonate e registrate a turno in studio e raccontate... dal sottoscritto, (spero in modo non esageratamente palloso ), con una band di cui fa parte anche Luca Visigalli (bassista tra gli altri di Fiorella Mannoia e della trasmissione Io Canto), e di un bravissimo batterista blues che si chiama Federico Patarnello. Buona visione e... se avete domande o curiosità, chiedete pure senza problemi, che appena posso rispondo volentieri16 points
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Non so a chi possa interessare ma, spinto dal mitico @Bananas, vi riporto qualche impressione da alcuni dei miei giri in USA. Pur riconoscendo ogni suo limite e follia, è un Paese che adoro. L'idea era quella di incentrare ogni viaggio sulla musica che più amo e sulla chitarra, in ogni loro sfaccettatura. Ogni mia frequentazione su YouTube era, lo è tutt'oggi, focalizzata sul mondo statunitense. Con le piattaforme social, i mostri sacri della musica sono diventati quasi degli amici dei quali viviamo la quotidianità, possiamo esaminare i top delle burst in quasi ogni loro minima sfumatura, possiamo sentire suonare una V del '59 quasi come fossimo a due metri di distanza. L'esaltazione era tantissima ma c'era sempre quel "quasi" che mi creava insoddisfazione. Superato il terrore del volo, eccomi sopra l'oceano in direzione Stati Uniti d’America. Dopo gli aerei il mio secondo arcinemico è la programmazione. Fisso sempre il minimo indispensabile altrimenti mi prende l’ansia. Voglio essere totalmente libero. Solitamente seleziono i posti dove mi piacerebbe andare e, se ci sono le condizioni, nel momento in cui mi assale l’ispirazione, faccio in modo di ritrovarmici. Primo viaggio: New York City. Come molti di voi avranno sperimentato, è la città del tutto. Ripreso dallo splendore, mangiato qualche panino con il pastrami, eccomi per strada in preda a quella sensazione di essere nel posto dove avvengono le cose, quelle fiche. Mi piglia troppo bene e come prima tappa c’è Soho, quartiere situato nella lower Manhattan, pieno zeppo di robe per ricchi, gallerie d’arte moderna, negozi più fashion rispetto ad altri quartieri e ristorazione di classe. Un’altra mia fissa, appunto, è il cibo ma, visto che già un panino normale costa 27 dolla’, scelgo di evitare di spararmi una T-bone in qualche posto sciccoso a caso e risparmiare qualcosa per il guitar safari. Vado da Rudy’s Music. Che ficata di negozio, finiture in legno ovunque, poltrone in pelle, vetrine, tappeti e amplificatori disposti in più punti. Appena entrati, sulla destra, c’è il reparto semihollow. Tante ES nuove e vecchie ma, soprattutto, tante Collings. Non mi aspettavo una presenza così massiccia del marchio boutique più in voga in questo momento. Mi accoglie un commesso gentilissimo con il quale scambio qualche battuta. Dietro di lui c’è Rudy Pensa a chiaccherare con un altro cliente. Questa è la prima botta di adrenalina chitarristica che provo nell’esperienza USA. E’ veramente lui. L’ho sempre visto in foto accanto a idoli assurdi, prima sulle riviste cartacee e da parecchi anni online. Faccio finta di niente e chiedo timorosamente di provare una delle suddette Collings (era il momento nel quale la fissa per le 335 hi-end si faceva sentire pesante). “Sure” e mi fanno accomodare su una delle poltrone centrali. Tirano giù circa una decina di chitarre, me le mettono a disposizione e mi lasciano libero dicendo di fare come voglio per gli ampli e per i volumi. Siamo su una media di strumenti venduti a 7 - 8K e questi non battono ciglio. Sono abituato malissimo ai nostri negozietti di merda dove per provare una Ibanez da 500 euro devi fare una assicurazione. Alcune belle, alcune bellissime altre un po’ meno ma sempre fiche. Problema: manici sempre troppo spessi simil ‘58 e ‘59. Volevo qualcosa di leggermente più slim. Ecco che mi tirano fuori delle 335 reissue ‘61 e dopo qualche minuto arrivano due o 3 vecchie 345 e 355 di cui una in noce. Non sono pregiatissime pre ‘65 ma roba fine sessanta e settanta. Una in particolare mi piace parecchio parecchio. Vado sulle solid, SG e tele, provo alcuni fender brown e black, mi fanno provare una valanga di roba. A una certa arriva Pensa, mi chiede da dove vengo e se avessi mai provato una delle sue chitarre. Fa prendere una, appunto, Pensa MK 2 e me la porge. Non so cosa cavolo sto provando, sono completamente in banana. Mi piglio una pausa, giro per il fantastico shop. In fondo al negozio c’è l’area acoustic, separata dal resto e di una bellezza sconvolgente. Esco dal mio primo negozio mitologico felice. Mi sento nel pieno agone della battaglia e me la godo a pieno. Passo da Kat’s delicatessen e mi ripiglio. Le prime serate le ho passate, cronologicamente, in questi posti: Birdland, BlueNote e il The Bitter End. Abbiamo speso un capitale ma porca troia che ficata. Ulteriore considerazione: le band fanno tre spettacoli a serata e sono praticamente sempre sold out. Si, tanto turismo, ma anche gli autoctoni fruiscono di questa roba, c’è voglia di divertirsi e di spendere…giustamente direi. Seconda tappa, vicino a Union Square, nel centro di Manhattan, il mio primo Guitar Center. Negozione bello, con una valanga di roba nuova di ogni marchio. Si punta a prodotti normali con alcune eccezioni che possono saltare fuori nell’usato. E’ il posto dove prendere le mute di corde o una Fender messicana/americana. Strafornito di ogni accessorio. Non rimane nel cuore ma non è nemmeno una merda. Mi rifaccio la sera al Village Vanguard, che ve lo dico a fare. In questi locali sono nati gli artisti che più amo. Non ci hanno solo suonato, al loro interno hanno creato un nuovo modo di vedere armonie e melodie, innovativi punti di vista. Hanno scoperto colori e sfumature influenzando la futura concezione dell’arte. Hanno vissuto forti legami e combattuto alcune guerre. Sicuramente hanno cambiato il mio modo di intendere la vita. Sono completamente innamorato della città. Chiedo consiglio a Tom, appassionato come me di guitars e conosciuto casualmente su Instagram. Ha vissuto molti anni a Manhattan e da qualche tempo si è spostato fuori, a ovest. Si gode la pensione. Poco tempo e mi risponde: “sento un mio amico super in fissa che abita in centro e ti dico”. Passano due ore e arriva la nuova notifica: breve elenco di posti a Brooklin “e digli pure che ti manda il mio amico, si chiama Jeff McErlain”. Non ci credo e penso che Tom sia un megalomane, poi faccio alcune ricerche e mi convinco: andavano alle superiori insieme. Il nerd che è in me prende il sopravvento e gasato inizio a tediare per qualche ora la mia compagna “...cioè ma ti rendi conto, il tizio è McErlain cazzo…”. Arrivo da TR Crandall. Inizialmente pensavo di aver sbagliato indirizzo. Il negozio è al quinto piano di un palazzo raggiungibile tramite ascensore. Si aprono le porte e si è già dentro. Sono specializzati in vintage e usato, molte elettriche e tantissime acustiche. Il fondatore e liutaio è Tom Crandall. Mi accoglie un ragazzo e mi chiede se poteva essermi di aiuto. Rispondo che, se possibile, avrei voluto dare un’occhiata allo shop e che ero interessato a una semihollow Gibson o altro ma che non avevo un’idea in particolare e che mi volevo lasciare ispirare: “certo nessun problema vedi se c’è qualcosa di tuo interesse”. Mi giro sulla sinistra e mi si para davanti una sfilza di chitarre, tendenzialmente vecchie, poggiate a terra tramite stand e altre appese al muro. In fondo al locale un’apposita sala insonorizzata per provare a qualsiasi volume. Ogni chitarra ha il suo cartellino con tipologia, anno e prezzo. Chiedo di tirarmi giù dal muro una 345 fine ‘60 e una Heritage. Prezzi non malaccio. Il ragazzo mi guarda un po’ stupito e mi dice che, certamente, avrei potuto prenderle in autonomia e che avrei potuto usare tutti gli ampli in esposizione. Rimango un po’ basito e parto con la 345 che non mi piace assolutamente ma si tratta pur sempre di una chitarra veramente vintage. Passo alla Heritage che invece è molto bellina. Ci piglio gusto e stacco una tele masterbuilt reissue slab. Passano i minuti e mi ritrovo da solo con la mia compagna. Inizio a sentire un certo sudorino sulla schiena. Guardo in basso e vedo alcune tele e strato. Non sono relic, sono vere. Prendo la prima, ‘54 completamente originale. Mi piglia male. La devo attaccare. Giro lo sguardo e vedo alcuni blackface, un Princeton, un Deluxe e un Super. Li conosco bene perchè il “mio” suono è quella roba li. Poi, accanto, c’è lui: il Vibroverb. Mi piglia ancora più male. Mai presa in mano una tele anni d’oro e mai visto dal vivo “quel” blackface del ‘64. Standby e intanto me la godo da spenta. A voi posso confidarlo, parte un po’ di lacrimuccia. Ma che ne so come suonava…so dirvi soltanto che era la cosa più bella sulla quale avessi fatto una penta. Dopo 2 minuti switcho il ‘64. :))))))))))))))))))))))))))))))))))))) Sono in totale frenesia e attacco e stacco tutto quello che mi capita a tiro tra cui tele ‘53 e ‘55, sg ‘63, es 330 ‘60, strato palettone, V e explorer heritage anni ‘80. Poi arriva il commesso che mi chiede come mi stessi trovando e mi dice di aspettare. Torna con una goldtop del ‘56, una firebird III e una 335 reissue ‘59 Murphy Lab usata. Non vi commento la ‘56 :::)))))), bella la Bird. Poi arriva la 335: è la mia!!! Nera, spettacolare, una chitarra da sogno, quella che cercavo in tutto tranne che per il manico, sempre troppo grosso ma ci poteva stare. Sono riccamente con belle basse belle sbrodolone, medie a fuoco e alte levigate, con il twang caratteristico e il tanto amato “click” che deve avere quando si và su alcune frequenze. Mi riprometto di pensarci a bocce ferme, ringrazio per le due ore più belle della mia vita (fino a quel momento) ed esco. Mi commuovo veramente. Mi ritaglio alcuni minuti per riprendermi. L’esperienza chitarristica più significativa mai avuta in totale tranquillità e cordialità. Il negozio più bello del viaggio dove, avendone la disponibilità, comprerei una chitarra vintage a New York city. Si può provare tutto senza alcuna pressione. Si è incoraggiati a imbracciare strumenti da 50k in un’atmosfera familiare. Altre tappe sempre a Brooklyn: Southside Guitars e Retrofret Vintage. Bellissimo anche quest’ultimo ma ero ancora talmente sconvolto da TR Crandall che non sono riuscito a godermelo pienamente. La sera ci avrebbe atteso Stephan Wrembel al Le Poisson Rouge, show spettacolare con presentazione del nuovo album. Il giorno dopo ci dirigiamo da Ivan Ramen, ristorante al quale è stata dedicata una puntata della serie Chef’s Tablet di Netflix, poi a giro per la città e la sera torniamo sopra Times Square. Che ficata passeggiare per Broadway, anche se è pacchiano, commerciale, costoso, patinato. Gli occhi vanno sempre verso l’alto dei grattacieli e ci perdiamo un po’ in direzione Central park fino a quando passiamo davanti a un ristorante. Di fronte, vedo una figura familiare e stravagante, appoggiata ad un palo, a parlare con una bella donna. Sono quelle immagini che ti catturano al volo, al primo sguardo distratto. Mi giro per guardare meglio. Mi fermo e mi rigiro. Non ci credo. Non è possibile che fra milioni di persone, milioni di possibilità, milioni di… In caso mi fossi sbagliato avrei fatto una figura di merda colossale. Ragazzi era LUI. E pensare che qualche settimana prima mi ero visto il suo speciale su rai 5. Nile Rodgers, vestito da Nile Rodgers che si stava rilassando con la sua ex fuori da un ristorante. Come un bimbominkia chiedo una foto, gli dico che è uno dei miei idoli, che non posso crederci e, nell'agitazione del momento, mi esce “oh…che poi sono un chitarrista anch’io”... Bellissimo e pieno di ricordi l’Hotel Chelsea nell’omonimo quartiere. Le ultime sere le passiamo al The Barbes e all’Iridium. Ho già detto che è stata una ficata?15 points
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mi ha sempre affascinato questo strumento ma non homai fatto il passo.. settimana scorsa la GAS mi ha colpito e non ci ho resistito a un ottima offerta per u a fender champ del 1956 in ottimo stato completa del suo lovely tweed case (solo a vedere quello vale la spesa) e il suo pickup originale (anche solo. questo vale la spesa..) che é quelle delle musicmaster ma in fondo un pickup stratocaster! frassino uguale a quelle delle strat e tele del periodo, bellissima finitura desert sand.. a farla suonare come si deve bisogna studiare pero ci si puo divertire.. prima jammata14 points
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Ho installato un set di Lollar Gold Foil su una Squier che ho preso a 50€ e ho verniciato alla nitro e cambiato il ponte con uno piu massiccio, é uscita una signor strato con un sound particolare che mi piace molto! Ebbene i pickups costavano 4 volte di quello che ho pagato la chitarra.. Sempre piu convinto che su una chitarra con il feel giusto (il manico verniciato alla nitro é una favola) e buoni pickup la "qualitá" dei legni non fanno grande differenza.. Cioé le differenza di prezzo per legni di una Custom Shop e di questa squier non é giustificata! avete esperienza con i Gold Foil? devo dire che mi piaciono taaaanto!! piccolo assaggio ho usato un delay Donner White Tape stereo da 40€ che simula un tape delay, bello perche puoi impostare 2 delay indipendenti in stereo!13 points
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Siamo a settembre del 2024 ed è già passato un anno dall’avventura di NYC. Un anno di lavoro e di burocrazia maledetta ma anche di energia positiva. Avevo già fissato due settimane di ferie a cavallo fra settembre e ottobre senza avere alcuna idea, senza pensare se fare qualcosa oppure no. Come al solito, la fregola mi parte una settimana prima. Problema: la mia compagna non ha giorni di ferie in quel periodo, al massimo i fine settimana per gite fuori porta. I viaggetti del week end me la fanno sempre prendere male e ormai, per un viaggio più importante, non c’era più tempo, programmare qualcosa di fico richiede diversi giorni. E poi da solo dove cavolo posso andare: meglio optare per una capitale europea che con due ore di volo ci sono. Si ma da solo? Nel fine settimana mi metto a vedere un po’ di città papabili. Così a ridosso della partenza i voli non sono a buon mercato e per Amsterdam o Copenaghen ci vogliono 500 euro. Vengo assalito dal mio solito malumore pre ferie: vorrei fare qualcosa che veramente mi diverta ma bisogna sempre scendere a compromessi, poi i costi, poi i tempi, il meteo, pensare all’itinerario, fissare voli, hotel, prendere quelli con il miglior rapporto qualità/prezzo, ma non sarebbe meglio risparmiare per l’armadio da comprare? Mentre cerco, cullato dal tanto caro malessere, mi metto a sentire qualche disco. Salta fuori Landau con uno fra i suoi primi lavori da solista “We Are the Best Band - Raging Honkies”, album che mi è sempre piaciuto tantissimo perché suonato in modo clamoroso, pieno di parti pensate ma anche selvaggio, ruvido e graffiante. Un disco che non ti aspetteresti da Michael perché molto provocatorio. Si sente l’energia degli inizi, meno controllata e più sprezzante. In caso non lo conosceste fateci sopra un giro. Poi passo ad un altro mio amore: John Hiatt con “Stolen Moments”, disco del ‘90. Racconta di paesaggi che probabilmente non vedrò mai, di sensazioni, colori e profumi che posso solo immaginare. Incastrare tutto è molto difficile e più si cresce e più è complicato. Prima di andare a dormire apro skyscanner, poi booking, expedia e airbnb. Fanculo. Passano 4 giorni e sono su un volo diretto a Los angeles, quattordici ore e mezzo di durata. Sono da solo. I miei bagagli consistono in uno zainetto e in un trolley piccolo, tutto a prova di controlli da parte delle compagnie aeree. Vi ricordate del fatto che detesto fare programmi, che mi piglia l’ansia, no? Avevo fissato solo andata, ritorno, la macchina a noleggio e un appartamentino per le prime due notti, tramite airbnb da un ragazzo di origini filippine, nel quartiere Boyle Heights ad est di Down Town. Basta. Atterro, mi ripiglio 5 minuti, tolgo la modalità aereo e mi riconnetto. Rassicurazioni di rito a casa e vado verso i controlli. Cerco l’uscita dall’aeroporto e il punto di ritiro dell’auto. Prendo il pulmino (no raghi non si dice “navetta” si dice “pulmino” ;)) e dopo 20 min ci sono. Mi danno un suvvone 4x4 e mi dicono: “man, per uscire gira a sinistra, poi ancora a sinistra e sei in strada”. Eseguo le istruzioni e mi ritrovo, alle ore 18.00 locali, in una strada a 6 corsie dove il mezzo più piccolo era il mio. Si, confermo: è come essere in GTA, paro paro. Mi fermo al primo In & Out e mi godo un panino del secret menu mentre i Boeing mi passano scenograficamente sopra la testa. Il mio livello di gasamento è altissimo e sono appena atterrato. Mi dirigo verso Randy’s doughnuts e mi piglio la ciambella più buona dell’universo. Imposto il navigatore verso l’appartamento prenotato e vado. Tantissime persone che vivono in strada. Ai lati, sui marciapiedi, una distesa infinita di tende da campeggio. Tantissime persone che sembrano sotto gli effetti di qualsiasi tipologia di sostanza. Così tanto degrado tutto insieme da non riuscire a coglierne pienamente la portata. Passo Compton e mi sembra di essere in Messico, quello che si vede nei film. Supero le parti più centrali e mi ritrovo su una collinetta in mezzo ad abitazioni assurde, strade tutte in forte pendenza e alternanza fra suv e auto old style. Molti resti di macchine disintegrate. Arrivo dove mi dice Maps, mi fermo, scendo e mi si para davanti LA con questa distesa di luci infinita, Down Town sullo sfondo e tanta, tantissima vita di strada. Non è Beverly Hills...meno male. E’ un quartiere di latinos. Cerco di dormire. Parcheggio l’auto nei pressi di Sunset Blvd e mi immergo in mezzo a una folla di persone. C’è la premier di Joker 2, tutti cercano di accaparrarsi un posto in prima fila per vedere da vicino Phoenix e Gaga. Dall’altro lato c’è una fiumana di gente per Gwen Stefani, in live da Kimmel. Ecco che compare la Capitol records, bella bella, bellissima. Tralasciando la sezione Jazz, mi vengono in mente Bonnie Raitt, Les Paul, i Molly Hatchet, Joe Cocker, i Foo Fighters, Sinatra, i Grand Funk Railroad, i The Band, McClinton, i RHCP. Che gruppi, che ricordi! Becco il negozio Amoeba Music. C’è veramente di tutto, il negozio di dischi più fornito mai visto. Picchiano forte sui cd, per i vinili leggermente meno. Oggettistica varia da sballo. E’ pieno di gente dal look Venice beach Passo il viale, faccio 50 metri percorrendo una delle traverse e vengo assalito dalla contraddizione americana: tende da campeggio ovunque, tantissimi senza tetto e fortissimi segnali di tossicodipendenza. Parlando con qualche locals ho la conferma che si tratta di Fentanyl e altre nuove sostanze a basso costo. Come dicevo all’inizio, da italiano, è difficile fare i conti con la realtà losangelina. Da un lato sfarzo, moda, ostentazione e pacchianaggine, dall’altro, proprio dietro l’angolo, un inferno. La sensazione di pericolo è veramente forte. Dalla mia piccola esperienza, non credo che sia dovuta alla possibilità di essere derubato ma dall’imprevedibilità di queste persone, totalmente preda delle sostanze e che non sono presenti a se stesse. Sono decine di migliaia e, come detto, non soltanto relegate all’interno di Skid Row ma un po’ ovunque ci sia un marciapiede più ampio o un vicolo non troppo trafficato. E’ realmente un’ esperienza passare attraverso queste piccole ma capillari baraccopoli. Un conto è vedere alcune immagini di San Francisco in tv, nei video reportage, un altro, passarci nel bel mezzo, soli, con zainetto e macchina fotografica. Seguo parallelamente la walk of fame. Dopo circa 45 minuti, arrivo al 7425 di Sunset Blvd. Anche qui un caldo boia con un sole che spacca le pietre. Il Guitar Center di Hollywood è una vera figata. Pochi cazzi, è roba da foto. Gigantesco e bellissimo esternamente, si trova di fronte a quello che fu il mitico Sam Ash, con insegne ancora presenti ma definitivamente chiuso. Passo velocemente oltre la prima ala e mi dirigo verso la megastanza separata vintage and rare. A questo giro c’è della bella roba. Hanno qualche pezzo da novanta vintage, un botto di ampli e un bella collezione di Collector’s choice, Murphy lab e Master built. Nota di merito: hanno anche diverse chitarre particolari ma affascinanti: Dean anni ‘70, Guild e alcune boutique che tanto ci attizzano. Il clima è sempre molto amichevole ma per provare strumenti di una certa importanza ci vuole la supervisione dell’addetto che te li porge uno a uno. Molti sono disposti lungo la grande parete dell’area e, per forza di cosa, i commessi devono ogni volta prendere la scala per tirarti giù la roba. A differenza di quello di NYC, indipendentemente dalla maggior fornitura, sembra avere più anima. Le good vibes del pacifico, del Messico e del sole avranno pure un impatto. I clienti sembrano abituali e tutti molto “del mestiere”. E’ un bel negozione che, fossi di LA, frequenterei volentieri di tanto in tanto. Mi invaghisco follemente di una Cadillac del ‘79. Bellissima, fuori dal comune, azzardata nelle forme ma molto maneggevole. Ci penso un po’, faccio due conti fra spazio su aereo, iva, dazi e mazzi. Esco con una tracolla. Meglio. La sera la passo al The Mint con una buona cena (Philly steak) e un bel live. Tutto, come al solito, strapieno. Parlo con qualcuno e sono tutti molto chill.. Passaggio obbligato anche al Troubadour, altro storico locale di LA. Il giorno successivo parto da Down Town verso le 10.00, imbocco una delle solite freeways gigantesche che sto iniziando a conoscere. Viro a destra e mi immetto sulla 101, proseguendo verso nord. Esco dalla città e all’altezza di Glendale proseguo verso sinistra. E’ sempre la 101, ma sopra i cartelli appare il nome “Ventura”...mi ricordo del pezzo degli America, parte il brivido e sento crescere il livello di epicità. Passo Toluca lake, North Hollywood, Sherman oaks ed Encino. Eccomi a Tarzana, piccolo quartiere fuori LA con una valanga di negozi, negozietti, esercizi commerciali disposti ai lati della strada principale. E’ un susseguirsi di costruzioni a ferro di cavallo con i posti auto nella parte centrale. Arrivo al numero 18969 di Ventura Blvd. Parcheggio centralmente. Scendo e mi accorgo che senza aria condizionata fa un caldo boia, siamo sui 35 gradi. Mi guardo attorno e lo vedo. E’ nell’angolo alla sinistra. Mi lascio un po’ prendere dalla botta di adrenalina. Non so voi, ma il canale di Norm è tra quelli che seguo di più. Da quando c’era Agnesi ad oggi non ho mai smesso di vedere le puntate settimanali. Vedo le prove delle chitarre e le chiacchierate con i mostri sacri della sei corde. Ci sono passati veramente tutti. Adesso ero li davanti. Mi faccio passare i brividi ed entro. Abbiate pazienza, lo so che sembra tutto sensazionalistico ma per me è stato un piccolo shock. Qui il livello di epicità schizza alle stelle. Mi accoglie Norm himself. E’ un omone alto, un po’ affaticato ma cordialissimo con tutti. Gli dico che per me è un idolo, balbetto qualche cazzata. Mi chiede da dove vengo e mi dice che ha alcuni amici italiani. Chiedo una foto che mi faccio fare gentilmente dal suo collega. Mi guardo intorno e vedo il divano più iconico di tutti dopo quello di Backroom Casting couch (siete dei vecchi porcelli ). Sopra a jammare c’erano Kirk Fletcher e Roberto Vally… Troppe emozioni tutte insieme. Non ci credo. Mi metto a chiacchierare con loro. Dico a Kirk che sono un suo fan e che sono originario di Pistoia. Il suo volto si illumina e si ricorda del suo show alla Fortezza. Parliamo di chitarre, sta cercando un’altra 335. Parliamo di ampli, anche lui è amante del blackface sound. Il ragazzo che lavora in negozio mi spara in braccio una ES ’68 attaccata a un super del ’66. Kirk dice che è una delle chitarre che sta puntando. Prende in mano una tele slab primi anni ’60, la attacca ad un deluxe e parte una mini jam. Arriva Norm e mi espone l’elenco di quanto sostituito sulla chitarra. Poi mi fa portare alcune strato ’66, ’68 e anni ’70 tutte refin. Poi partono con le junior e le special anni ’50 e primi ’60. Cazzo che botta. A ogni cambio commento le chitarre con Kirk. Vengo stregato da una sg special artic white ’65, poi mi ricordo di avere davanti ancora due settimane di fuoco nella west coast e desisto. Poi passo alle reissue, una explorer collector’s edition ’58 in korina con la tastiera in braz…e vorrei anche vedere per 50k. Provo alcuni ampli, tweed e brown. Mi metto a parlare con Roberto, mi dice che i suoi erano italiani, pugliesi. Mi dice che ha suonato come turnista con alcuni personaggi pop italiani (non riporto i nomi, il lavoro è lavoro) e che in Calabria gli hanno sfondato per due volte il finestrino della macchina per prendere la strumentazione. E’ megasimpatico. Chiedo dei suoi progetti attuali, della sua strumentazione e della sua vita. Abita a LA e mi faccio raccontare un po’ di real life del posto e della scena musicale. Vally, con la ipsilon, uno di noi! Mi permetto alcune osservazioni. Norman’s rare guitars è un posto iconico per noi chitarristi dove è possibile trovare i propri idoli, scambiarci due o più chiacchere e provare qualche strumento. Nella ricerca casuale è possibile trovare qualcosa di interessante ma credo che il meglio lo riservi a chi ha le idee chiare. Se hai in mente qualcosa di specifico e hai i soldi, Norm è la persona giusta.. Durante la mia permanenza di qualche ora ho visto preparare per la spedizione una quindicina di strumenti. Penso che in magazzino, non accessibile al pubblico, abbiano un mondo di roba pronta a saltare fuori. Si, ma solo all’occorrenza. Ho visto controllare e imballare una tele del ’65, una V reissue di quelle fighe, una LP deluxe, una 355 ecc. Non vi commento il posto perché orami, tramite i video, lo conosciamo tutti. Una cosa che mi ha molto colpito è l’approccio volto alla vendita: tutti ti trattano al loro pari. Norman come lo vedi, è. Non c’è alcuna pressione all’acquisto, quanto in esposizione lo puoi provare quanto ti pare e sono tutti contenti. Questo approccio, a mio modo di vedere, è totalmente vincente. Cercassi una chitarra in particolare, di uno specifico anno e colore e avessi 10k dollari da spendere sarebbe fra i primi che contatterei. A una certa, parte il video: Norm alle tastiere, il commesso più giovane alla batteria, Kirk e l’altro collaboratore più anziano alle chitarre e Robertino nostro al basso. Hanno una ragazza a curare i contenuti foto e video dei loro canali. Assisto alla registrazione di due pezzi suonati davanti a tutti i clienti intenti a curiosare fra gli strumenti. Machecazzodifigata. Spendo molto volentieri 100 dollari in merchandise, saluto tutti e me ne vado. Scioccato mi dirigo verso Las Vegas, dove passo la notte Riprendo la strada e passo 8 giorni cullato dal deserto. Decido sul momento, giorno per giorno, dove andare e dove passare le notti. Un po’ sul mito della Route 66, di Easy rider, delle ballrooms, dei baracci, dei diner e un po’...no. Stacco da tutto e me la godo. Ripasso da Las Vegas anche al ritorno, questa volta è sabato sera Rieccomi a LA più infoiato di prima. A breve il volo di ritorno. Arrivo al The Baked Potato sul presto avendo fissato per il primo show (sono 2 per serata). Entro e mi danno uno sgabello al bancone. Il posto è molto, molto raccolto. E’ come si vede dai video, riesci a sentire il suono unplugged della chitarra…e che chitarra. C’è Josh Smith con Travis Carlton. MACHECCAZZOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOODIFICATA. Prima dello show mangio una, appunto, baked potato e faccio conversazione con la gente accanto. Basta dire “Italy” e vanno tutti in brodo di giuggiole. Faccio amicizia con una coppia del posto, lei super in fissa per JBono, lui invece, è forse il più grande appassionato al mondo degli Steppenwolf. Mi faccio raccontare un po’ delle loro vite, racconto un po’ del mio viaggio. Dopo un po’ lei mi sussurra ”guarda quello li è un super bluesman, si chiama Kirk Fletcher, lo conosci?”. Lo conosco? Lo conosco???????? Ormai è un bro (si vabbeh lo so…:-)), mi riconosce e mi chiede se avessi pensato all’acquisto della 335 che avevamo provato e che ci era garbata di brutto. Passo la serata e mi godo la sensazione di sogno americano, che è tutta un’altra roba ma per me va bene anche così. Smith e gli altri spaccano i culi ai passeri. A una certa si ferma la musica e arriva la torta: è il suo compleanno. Compaiono moglie e figli e gli regalano una Gretsch vintage che voleva da tanto. Foto di rito, scambio il contatto IG con un po’ di nuovi amici, finisco la birra e rimonto in macchina con il trip parziale che segna 1800 miglia. Alla fine, posso dire che sia Landau che Hiatt non sbagliavano.13 points
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ciao raga, con tanta gioia vi presento il mio nuovo gruppo! Ho finalmente trovato dei musicisti del mio stesso DNA e siamo saliti sul palco per la prima volta sabato scorso (con una sola prova) suonando un festival importante qui in alto adige, edizione piccola con feeling da club molto intimo. Non vi devo dire quanto mi cagavo sotto ma siamo riusciti a fare una bellissima serata per noi e il pubblico che ne é uscito contento e con sorriso. Su questo palco negli ultimi 20 anni hanno suonato Robben Ford, Chuck Berry, King King, Stern, Chambers, Weckel, Zawinul per citarne alcuni... Ecco finalmente si combina qualcosa e abbiamo tanta voglia di fare e di conquistare il mondo!! qui un estratto con una decina di pezzi, gran parte pezzi originali miei. Per questoni di tempo siamo riusciti fare una sola prova e un oretta dopo il soundcheck, pero sono soddifattissimo del risultato, finalmente ho trovato la mia sezione ritmica topo tante sbattute contro la testa negli ultimi anni... enjoy e buon lunedi!!12 points
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Bon, la precedente Strato 60th Anniversary Classic Player acquistata il Giugno scorso se n'è andata, perche? Perchè sostanzialmente sono troppo anziano per abituarmi al binomio manico/tasti diverso da ciò che mi accompagna da anni ed anni, punto! Quindi, venduta la suddetta che è durata come una puntura di zanzara, mi sono fiondato su un progetto che sicuramente è più affine alle mie caratteristiche, alla fine sono andato sul sicuro con le cose che mi piacciono di più e con l'esperienza in fatto di stratocaster che ho accumulato negli anni. Praticamente mi sono fatto una copia quasi identica della mia strato n1, la MJT bianca solita che conoscete già da anni. - corpo MJT in Alder acquistato usato su M.M. colore candy apple red over gold - manico acquistato da boxguitar e reliccato dal mio liutaio con tastiera palissandro raggio 9,5 e tasti 6105, esattamente le misure dell'altra MJT - battipenna mint green 62 relic. - meccaniche Gotoh SD91 Relic finish bulk - condensatore toni olio Mod Electronics 0,047uF/600V - treble bleed con res da 100K in seie a condensatore Mallory 150 da 1n/630V - ponte Callaham model strat bridge - pick up Lindy Fralin Blues Special Il tutto assemblato e settato dal mio favoloso liutaio di fiducia, Roberto Bertoni di Liutart - Seniga(Bs) Dico subito che il suono è una fucilata! ho dovuto calibrare bene l'altezza dei pickup perchè i transienti sulle frequenze acute erano veramente pazzeschi, le frequenze basse ci sono ma sono molto ferme e precise, esattamente come piacciono a me. Il peso è abbastanza piuma, con i corpi MJT si sa che siamo su questi parametri, probabilmente Mark sceglie legni asciutti e risonanti infatti le vibrazioni si propagano parecchio ed il sustain è davvero tanto. Forse complice anche il ponte Callaham che tra l'altro è morbidissimo e la leva (più corta della standard) non bascula mai ma rimane esattamente dove la lasci! Insomma le prime impressioni sono davvero molto positive, la chitarra suona diversa dalla mia n.1 anche perchè quest'ultima ha il corpo in swamp ash e quindi è lievemente più mediosa ed ancora più precisa nel suono. In totale ora ho 3 chitarre MJT, due strato ed una tele e sono felicissimo...nell'ultima foto si vede il trittico, buone vacanze a tutti! Dado 20250729_155238 by Davide Borra, su Flickr 20250729_155246 by Davide Borra, su Flickr 20250729_155335 by Davide Borra, su Flickr 20250808_084244 by Davide Borra, su Flickr12 points
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Citazione cult cinematografica per un thread anomalo di prima mattina. Ho avuto anche il dubbio "E mo' questo dove lo inserisco?" Perché è un thread strano, che riguarda più l'uso di questi effetti in determinate condizioni, piuttosto che gli effetti stessi. Il fulcro del thread è il video linkato sotto, ed è un video che avrei dovuto fare già da parecchio tempo perché risponde a una domanda che mi fanno abbastanza spesso, visti anche alcuni degli ampli che faccio. Lo stimolo a farlo mi è finalmente venuto nei giorni scorsi, da uno dei tanti gruppi di amici social con cui per l'ennesima volta è venuta fuori la solita domanda... sapendo che io di base uso quasi sempre ampli Plexi-style belli distorti e senza loop effetti: "Come si fa ad usare riverberi e delay che si sentono belli puliti davanti a un ampli così tanto distorto?" Ecco, nel video sotto (registrato a più riprese e montato successivamente, quindi perdonate la luce che cambia drasticamente e i vari tagli) provo a dare qualche idea di come è possibile farlo, sperando possa essere utile a qualcuno. Gear usato nel video: - Les Paul Burst replica with PAF pickups - Klon Centaur overdrive - Line 6 HX Stomp for Delays and Reverb - Naughty Amps "Alpha & Omega" - Marshall 4x12 with G12M25 Pre-Rola speakers Aggiungo che, per certi tipi di suoni rock classici, un Echo messo pre-distorsione è per me talmente fondamentale che spesso - anche quando uso ampli con loop effetti dove posso infilare gli ambienti - tengo sempre anche uno slapback in front all'ampli, oltre a quello nel loop... è proprio il modo in cui le ripetizioni si amalgamano alla distorsione che dà quel suono giusto in certe parti, mentre gli ambienti messi post-distorsione hanno sempre quel sound più modernino-precisino. Spero sia utile a qualcuno o almeno divertente da guardare... nonostante lo spiegone logorroico iniziale gLory11 points
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Niente, l'ho comprata. Sono da sempre amante delle headless, ho suonato varie Steinberger GM, Kiesel, Strandberg, tutte non mie, ho avuto una bella Hohner G3T e una dignitosissima Spirit GT Pro, che fa molto più di quello che costa. La ZT3 tuttavia mi ha sempre affascinato per la forma del body, mi sono deciso e l'ho presa. Mi sono ritrovato uno strumento estremamente comodo, molto leggero, perfettamente bilanciato. Il manico è comodissimo come anche la tastiera in resina fenolica da 14''. Pickup originali (Gibson 90R e 91T) sostituiti con SD 59 e JB, non escludo di mettere il Sustainiac come tempo fa ha fatto il buon @hivez sulla sua. Eccola.11 points
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Preso da poco qui sul forum, più per curiosità che altro: i vari kloni penso di averli avuti o provati più o meno tutti e questo mi mancava. Dico la verità: bello. Non so se vale i soldi a cui va adesso ma indubbiamente è un gran bel pedale. La cosa strana è che solitamente i kloni li preferisco a gain basso, questo invece mi spinge ad alzare, più alzo e più lo trovo godurioso. Sarà merito dei diodi magici di cui Finnegan si è sempre vantato? Razionalmente ne dubito ma mi piace crederlo[emoji16]10 points
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Carissimi Radiochitarristi, condivido con voi un test che ho effettuato qualche mese fa. Durante le mie tediose elucubrazioni su quale fosse la stratocaster più vicina alla mia indole, se veramente il mio cuoricino fosse affetto da monogamia da palissandro, se l'acero fosse bono solo per le ritmiche, mi son detto: "facciamo alcuni video". Radius, uscite pickups, tasti, strati del battipenna, legno del corpo, tagli di quarto, hardware ecc. influiscono sul suono? Sono tutte cazzatine per vendere questi ciocchi al @Bananas e al @Uilliman Coscine Terzo? Brutte sono brutte...meglio dei taglieri con annesso posacenere...ma sono sempre abbastanza inguardabili. Ma davvero suonano bene o è tutta un'impressione dettata dal fatto che le abbiamo sempre viste al collo di alcuni mostri sacri? Fu così che tirai fuori microfoni, ampli, cazzi e mazzi e dopo qualche imprecazione iniziai la comparazione fra alcune riedizioni che ho quotidianamente sottomano: 1 - Fender Masterbuilt John Cruz '54 50th Ann. 2004 2 - Fender CS TeamBuilt '56 Tomatillo Limited Heavy Relic 3 - Fender CS TeamBuilt '61 Heavy Relic 4 - Vinetto Artifact DC '60 - Braz Soft Relic Si ma è tutto molto lento. Anche noi, radiochitarristi, non siamo esenti dalla tiktoktudine. Anche noi abbiamo bisogno di velocità, di incisività, di un riscontro diretto. Chi sono io per negarvi i riassuntini del cazzo? SOLOOOOOOO CLEEEEAAAANNNNNNN SOLOOOOOOOOOOO OVERDRIVEEEEEEEEEEEEEEE Per registrare ho usato due mic (nastro e dinamico) miscelati. Già per questo, nell'era dei modellini, visto il casino che comporta, dovreste creare e dedicarmi un micro busto in marmo di Carrara da tenere fisso sulle vostre testate. Il tutto a microfonare il Deluxe con dentro un Prince of Tone in mod OD. Molto semplice direi. Per le specs delle chitarre...dai raghi, non ci prendiamo in giro...vi offenderei, proprio a voi...bastano 3/4 lettere dei nomi che avete già fatto la radiografia con in mente ogni voce dei certificati. Cosa ne penso delle quattro strato? Ci rifletto un po' poi vi dico... Nel frattempo, ringrazio già chiunque avesse voglia di dedicare qualche minuto ai video e riportare una propria impressione sulle differenze o similitudini fra strumenti tanto simili ma anche tanto caratteristici.10 points
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Ciao ragazzi, come promesso eccomi qui a condividere con voi le foto e la storia della nuova pedaliera che mi sono fatto assemblare dal buon @Dado di BurnFx. Come anticipato in un altro post il mese scorso, era da diverso tempo che rimuginavo sull’idea di realizzare una pedaliera medio-grande in cui posizionare i miei pedali preferiti. L’idea di base era ottenere qualcosa di flessibile sia in termini di suono che di gestione, senza però rinunciare alla qualità e all'estetica (Auro Docet). Una volta scelti i pedali che vedete in foto, ho deciso di contattare Dadi per chiedergli se fosse disposto a occuparsi dell’assemblaggio. Dopo un paio di veloci scambi su WhatsApp, in cui mi ha dato alcune informazioni utili e dei consigli preziosi, ho deciso di confermargli la mia intenzione di partire con il progetto e affidargli il lavoro. La settimana scorsa, dopo un’attesa quasi infinita per lo sdoganamento dell’AT+ (arrivato da Hong Kong, visto che in Europa non riuscivo a trovarne uno nero), ho impacchettato i miei adorati pedali e la struttura di base e li ho spediti verso Brescia, affidandomi, non senza un’enorme paura, all'unico corriere disponibile per il ritiro nel giorno successivo a casa mia ovverosia Poste Italiane. Fortunatamente i miei timori si sono rivelati infondati e il pacco è arrivato sano e salvo a Manerbio il giorno successivo al ritiro. Martedì sera, dopo una telefonata di circa mezz’ora con Dado, abbiamo definito insieme gli ultimi dettagli, e devo dire che i suoi consigli sono stati davvero preziosi. All’altro capo del telefono ho trovato una persona gentile, preparata e sinceramente interessata a capire quali fossero le mie esigenze per trovare la soluzione più adatta. Il risultato lo potete vedere in foto: Dado si è occupato di tutto: cablaggio, realizzazione del booster da mettere a fine catena, costruzione di un hub per avere tutte le connessioni importanti in un unico punto e configurazione base del looper Musicom Lab. L’hub posto sotto la pedaliera è davvero utilissimo, perché mi permette di scegliere se mandare tutto in front all’ampli, nel Tonex oppure sfruttare il send/return dell’ampli (quando presente). Che dire… sono veramente contento del risultato finale! La pedaliera è ancora da Dado per le ultime verifiche ma la prossima settimana dovrebbe finalmente arrivare nelle mie mani, a quel punto potrei quasi pensare di condividere qualche clip audio, ma non ci contate troppo. P.S. Nell'ultima foto si vede un po' di silicone in eccesso, ma senza che io dicessi niente Dado mi ha detto che lo eliminerà non appena si sarà asciugato a dovere (questo per farvi capire quanto sia preciso)10 points
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Malefici, un nuovo post su ormai vecchi pedali. KOT, POT e DOT. Sono uguali? Sono diversi? Sono un po' uguali e un po' no? Il Dunlop è peggio del cinese? In questo video mi sono cimentato in un tentativo di comparazione. Ho cercato di smanettare per avvicinare i suoni. Ho usato una 335, '59 Murphy lab, un Deluxe reverb e un Deep blue delay settato al minimo. Per registrare due mic insieme: nastro e dinamico. Il KOT (grazie @emanux) ha il canale red high gain. In questa puntata ho suonato solo in modalità "distorsione". Prossimamente OD e Boost. Marco10 points
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E arriviamo alla pedalboard. Ecco il percorso del segnale: - Korg Pitchblack - Formula B Vintage Vibe - Formula B Fuzz Ranger - J Rockett Blue Note - Burn FX Linedrive 2 - Formula B Eighty Master - Mooer Ensemble King - Strymon El Capistan l Tutto buttato dentro al fedele Brunetti Singleman 35! Questo è tutto, spero sia di vostro gradimento!10 points
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Dinosauro romano, suono roba pesante, ma con valvole e non disdegno l'uso di effettistica stramba. Anni fa bazzicavo i forum, poi per un pò ho suonato poco e ho quasi venduto tutto. Ultimamente ho cambiato lavoro e ho ripreso anche a suonare e interagire con altri umani. Mi piacciono i gatti e le Milf, non disdegno la Peroni e i pedali Boss10 points
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Allora, sebbene sia ormai un attempato insegnante di Lettere che suona seduto già da parecchi anni, non sono ancora guarito dal virus chitarristico. Due anni fa il mio amico e batterista Roby, con cui ho suonato in ordine sparso, mi ha detto che c'erano due suoi amici, che conoscevo di vista, che dovevano sostituire un chitarrista (per i soliti motivi). Mi presento e iniziamo a suonare insieme. Sebbene io abbia la fortuna di avere uno studio mio, una sala prove con tutti i crismi, decidiamo di restare a suonare nella sala che loro occupavano già, condivisa con un sacco di gente, e soprannominata salamuffa perché umida, malsana, puzzolente, zozza, perfetta per suonare insieme insomma. Era una sala in cui avevo già suonato una decina di anni fa e sapevo benissimo che qualunque strumento lasciato lì in pianta stabile (ampli, chitarre, mixer...) si trasformava in una chiazza di muffa maleodorante, quindi prendo una decisione importante: suono senza ampli, mi faccio una pedalierina con l'Iridium e vado nel mixer. Una pedalierina piccola (di solito le mie sono medie) per avere l'essenziale e suonare senza complicazioni, trasportabile in bici (Octron 3, Box of rock, Barber Dirty bomb, Iridium, DD-8 preso da @Auro e Wet con il suo modulo di espansione). Iniziamo a provare e quindi mi riscrivo tutte le parti di chitarra modificandole secondo il mio gusto (per dire che mi prendo le mie responsabilità nel bene e nel male). Dopo quasi un anno faccio la proposta di registrarci giusto per avere una traccia della musica che stavamo facendo. Chiaramente totalmente in DIY, perché siamo fatti così. Il problema è la sala che non è adatta a registrare. Propongo quindi di registrare la batteria (6 microfoni) con basso e chitarra in cuffia, per poi riregistrarli con calma dopo. Un misto tra la presa diretta e la registrazione dei singoli strumenti. Ragistrazione, mix e master ce li fa il nostro amico Roberto, una somma di dilettanti allo sbaraglio ma cinquantenni. È stata una bella esperienza e se anche il prodotto finale ha un sacco di limiti almeno abbiamo suonato in totale libertà, senza preoccuparci di nulla, nè del pubblico, nè di essere apprezzati, con una attitudine libertaria anni 70. Chiaramente le cinque tracce che abbiamo registrato impallidiscono rispetto alle produzioni che ho sentito su Radiochitarra (e penso a @evol, a @th3madcap o a @Ric) ma vi metto il link lo stesso magari un po' di curiosità di sentire come suona l'Iridium ce l'avete . https://occhialiband.bandcamp.com/album/cinque-pezzi-fradici10 points
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Ciao a tutti, sono Damiano, 45 anni di cui 30 suonati. Dopo questa presentazione da alcolista anonimo confesso di spiarvi da un pò e molte volte leggere i vostri thread mi ha strappato qualche sorriso e avvallato parecchi acquisti compulsivi. E' giunta l'ora di partecipare. A presto! Damiano10 points
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Mi sono preso la briga di guardare un paio di video che hai postato, coi sottotitoli in inglese (anche se a parlarlo sono un po' arrugginito, lo leggo bene come l'Italiano). Allora... da un punto di vista tecnico, tutto quello che dice ha senso e sono cose che già sapevo e avevo misurato anch'io: - i cavi, sia quelli esterni che usiamo per connetterci all'ampli o alla pedaliera, sia quelli interni dell'harness della chitarra, hanno la capacità di modificare il suono perché - a seconda della lunghezza e della loro qualità (capacità\metro) - agiscono come dei condensatori, modificando il contenuto in frequenza (maggiore è la capacità, maggiore è il taglio delle alte) e il picco in frequenza; - alcuni cavi, specialmente quelli degli harness vintage-style con isolamento cloth (Gibson e Fender CS), non hanno una capacità stabile, ma sono suscettibili all'umidità: più è alta l'umidità, più aumenta la capacità dei suddetti cavi; - alcuni tipi di cover metalliche sono meno "trasparenti" di altre sul suono: posto che tutte modificano un po' il suono del pickup perché alterano più o meno il campo magnetico, alcune più magnetiche o più conduttive hanno la proprietà di modificare maggiormente la risonanza del pickup e la risposta in frequenza. Qui però mi fermo, perché tutto quanto detto finora riguarda quello che c'è "dopo" la chitarra in senso stretto: se a una chitarra che suona di merda a livello di legni cambio la cavetteria, quella chitarra suonerà comunque di merda... e suonerà di merda anche se gli cambio i pickup, l'elettronica, l'hardware ecc. Il che non va in contrasto con l'analisi tecnica sopra, è semplicemente che quello che c'è prima non viene proprio preso in considerazione nell'analisi, come se fosse irrilevante... mentre invece è fondamentale. E capisco anche il perché: ci sono talmente tante variabili e difficoltà nel misurare uno strumento a livello di legni, che in confronto le misure tecniche su pickup, elettronica, cavi ecc sono bazzecole. Aggiungo anche un'altra cosa, perché dopo aver fatto anni fa le stesse misure su cavi ecc, mi sono preso la briga di cambiare ad alcuni pickup Gibson di serie sia le cover che i braided wires con altri riconosciuti come "migliori" per vedere cosa succedeva (me li aveva consigliati Dave Stephens che ci aveva fatto un discreto studio per le sue repliche PAF). E... cosa succedeva? Che il suono cambiava, sì, diventava leggermente più brillante, con alti più definiti ecc... esattamente come cambiare da un cavo coiled a un cavo a bassa capacità tra chitarra e ampli. Ma i limiti del pickup restavano quelli, non era un miglioramento sostanziale del suono: l'effetto era simile a una specie di piccolo buffer messo dopo un pickup mediocre. Ora per capirci, io sono arrivato a costruirmi un de-buffer a inizio pedalboard anni fa, per simulare la capacità di cavi diversi ed eliminare l'effetto di buffer troppo aggressivi, e sono maniaco a tal punto da usare lunghezze diverse per ogni cavo che faccio in funzione della capacità... e dulcis in fundo, pure a segnare il verso dei cavi (sì, anche i cavi normali!) perché da un verso suonano comunque più aperti rispetto all'altro: provare per credere, con un ampli serio si sente quasi sempre la differenza con quasi tutti i cavi. Diciamo che in quanto a esperimenti fuori di testa non ho molti rivali, e probabilmente se avessi usato lo stesso tempo per suonare di più sarei un musicista migliore Quello che dico è che cambiare il wiring interno della chitarra e usare un cavo esterno a bassa capacità non significa far suonare un 57 Classic o un Custombucker come un PAF buono (eh sì, ci sono pure PAF meno buoni, anche se per fortuna sono pochissimi nella mia esperienza). E risalendo a monte, lo stesso ragionamento si può estendere a quando si parla può di cambiare pickup, cavetteria, valori dei pots a una chitarra che di legni non suona bene... queste modifiche ci porteranno ad avere una brutta chitarra più brillante ecc, non ad avere una bella chitarra. Discorso diverso invece se parliamo di una buona chitarra a livello di legni, che però è "castrata" da elettronica, pickup ecc non all'altezza: ecco, in quel caso, modificare questi elementi con altri "migliori" libera tutto il potenziale di uno strumento che è già potenzialmente buono nell'unica parte che non si può sostituire senza interventi importanti, ovvero i legni.9 points
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Ultimo blend e pedaliera per fare hardcore punk e qualche rumore con la roccaforte che tengo già distorta e diciamo già bella incarognita9 points
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Da sinistra verso destra. - telecaster mjt pickups blackguard fred burns (c’è l’ho da 13 anni ed è una chitarra che amo) - Les paul junior tribute dc - Les paul 56 murphy ULA (bigsby aggiunto da me) - Les paul r9 2011 wizz pickups (pesa solo 3,6 kg) - Strato Landau 63 MB Jason Smith - Tele 1960 Custom shop LTD Poi nella foto sotto ci sono anche una PRS custom 24 SE con Floyd rose, una taylor ce510 del 96 ed una strato 58 MIJ con voodoo st50.9 points
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Carta d'identità della LESPOLLA - PAF, P90 o Staple A5, ABR e tailpiece, wraptail, trapeze... vanno bene tutti, tanto come la vesti la vesti, lei resta sempre la più bona della festa e tutti si volteranno a guardarla sognando di farci un giretto. - Un bello strato da 1,75" di mogano honduregno sciao-beloooo! - Maple top di 5\8", due pezzi center seamed per le Burst (e anche a volte per le primissime '52), 2 pezzi decentrati oppure 3-4 pezzi per le Gold, o infine body e top in un unica e più spessa tavola di mogano per le Black Beauty... con un carve così voluttuoso che la Leotta non avrà manco tra altri 15 ritocchini. - Tenone lungo del manico moganoso ben infilato in quel corpo così sinuoso e volubile. - Tastiera in ebano (BB) o palissandro... quest'ultimo meglio se brasiliano sciao-beloooo! - Il binding, un elegante nastro a contornare tutta quella meraviglia sia sul manico che sul top... e per le BB pure alla paletta e a più strati. - E infine... lei, quella paletta open-book, meravigliosamente fragile, progettata da Belzebù per alimentare il girone dei bestemmiatori ogni volta che una Lespolla cade. - Per i colori, rigorosamente nitro e possibilmente senza plasticizers... Gold, Nera, 50 sfumature di Burst, ma pure un bel White alla Randy... che je vuoi dì? L'ho già detto che è comunque la più bona della festa e tutti ce se vorranno fa' un giretto? Via metto due delle mie per gradire, tanto la pagina del gear non la aggiornerò mai9 points
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Non va al NAMM ma ci mettiamo anche il nuovo Dadoamp: Ultima creazione ispirata al suono hi-gain degli anni '80, da Van Halen a Steve Vai ma con un clean plexi style, 50W + circuitazione send/return9 points
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C'ho riflettuto. Schierare tutte le Fender come ho fatto con le Gibson CS mi costerebbe una gran fatica. L'ho fatta una volta, a posto così. Con le Fender invece introduco questo metodo. Ne tiro fuori una a settimana dal mio antro e la posto qui. Iniziamo da una CS Stratocaster '63 HSS heavy relic Graffiti Yellow (in foto il giallo è venuto più chiaro. Pazienza). Single coil fat60 e 60, più humbucker EVH di fabbrica. In pieno stile vanhaleniano non è previsto un tono dedicato all'humbucker al ponte. Manico oval C con spessore del manico al primo tasto 0.790 (credo sia il più snello di casa Fender), radius 9,5. È una delle Strato che più mi hanno impressionato. Non ho una gran passione per il relic (semmai l'opposto) ma questa suona, quindi non potevo non tenermela stretta. Estremamente cruda e senza fronzoli.8 points
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Forse questo post suonerà come una bestemmia in chiesa durante il battesimo del proprio figlio. Giuro io ho pianto ieri sera. Sarà che sono di quella generazione meticcia (classe 1980) in cui si ascoltava liberi da paranoia grunge, shred, metal, punk, prog senza tante discriminazioni. Ho amato profondamente i soungarden, i temple of the dog e prima ancora i mother love bone. Kotzen assieme a Marc Ford è il mio chitarrista preferito, sentirlo suonare cantare questo brano mescolando la sua peculiarità come chitarrista e come cantante senza clonare la voce di Cornell ( pur avendola praticamente identica) mi ha profondamente emozionato a mio avviso è un tributo bellissimo.8 points
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Fuori là strato… Diciamo che pur bella che sia la strato non è la chitarra mia quindi : Fender Custom Limited Roasted Pine Double Esquire8 points
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Apro un thread dedicato, in cui si può parlare di Paffettini e affini Allora... da dove cominciamo? Ma dai PAF, dagli originali, quelli montati da Gibson sulle burst vere dal 1957 al 1960... però se si parla di suono, estenderei tranquillamente il periodo di eccellenza fino alla metà degli anni '60, durante i quali venivano montati sulle prime SG (chiamate ancora "Les Paul" fino ai primi mesi del '63), 335 e vari tipi di hollow e semi-hollow, poiché sono di fatto, sia da un punto di vista costruttivo sia sonoro, uguali agli ultimi P.A.F. short magnets (cambia la decal in Pat. Number, perché Gibson ricevette appunto il numero di brevetto). Due curiose fotine fatte da me medesimo, sotto blacklight, a uno dei set che ho attualmente, quello meglio conservato esteticamente, coi long magnets e le decal intatte. Ne ho avuti per le mani più di 10 set, di tutti i periodi, sia long che short magnets, e ne ho attualmente 4 set montati sia su chitarre dell'epoca che moderne... onestamente non ho mai trovato nessuna replica moderna che gli tenga testa, e posso dire che anche di quelle ne ho avute e provate di ogni, comprese le più costose (mi mancano le repliche di Vincenzino nostro, ma solo perché quando lui ha iniziato lì avevo già tutti veri ). I PAF vintage hanno un'apertura, una definizione, una dinamica e una complessità armonica non riproducibile con i materiali odierni; inoltre, accoppiati al giusto harness, si ripuliscono con il volume della chitarra in un modo sublime, permettendo di avere in pratica suoni clean crunch e lead da rock classico da un ampli monocanale tirato, senza usare nient'altro. E a differenza dei migliori repro che ho avuto, che a volte riescono a replicare una o due di queste caratteristiche, i PAF le hanno tutte insieme contemporaneamente. Se dovessi descriverli in una parola, direi che la più corretta è TRASPARENZA. Non sono pickup che impongono il loro suono, ma che lasciano trasparire le caratteristiche e le sfumature dello strumento e del tocco di chi lo suona... in poche parole: montali su una LP bella e diventerà sublime, mettili su una ciofeca e sentirai meglio che è una ciofeca, perché non coprono le magagne. Per il genere in cui eccellono: direi blues, rock classico, hard rock, jazz... escluderei solo il metal pesante (anche se c'è chi ce lo suona), ma solo perché sarebbero sprecati per suoni così compressi, non perché non sia possibile suonarci metal. Linko un paio di video suonati a cazz, li avevo fatti per gli amici con cui ci sentiamo nelle varie chat whatsapp, quindi senza pretese e senza star troppo attento alla qualità del suonato: l'ampli a cui sono attaccate è la mia Naughty Amps - Alpha&Omega, qui settata in modalità plexi '68, con volume casalingo... nessun pedale, se non uno slapback messo tra chitarra e ampli, per avere un minimo di ambiente. Infine due dritte riguardo alle repliche PAF: molti costruttori di pickup ci hanno provato e ci provano tutt'ora (alcuni anche utilizzando parte dei materiali NOS), da quelli commerciali come Duncan e DiMarzio, per arrivare ai produttori boutique. Finora quelli che mi hanno convinto di più sono: - Wizz... non i normali, ma i Vintage Wire con magneti NOS, quelli che fa solo su richesta e che non ha sul sito, sono dei gran bei pickup, per un costo di circa 1200-1300€ - Stephens Design... il vecchio i pickup li da fare anche se sarebbe da menargli per la politica commerciale: dei suoi, ho preferito gli HD normali rispetto ai NOS Wire, cmq si parla sempre di un prezzo superiore al mulino abbondante. - Brandon Wound... best bang for the buck secondo me, sono i primi che consiglio a chi ha un budget basso o vuole sperimentare con delle buone repro la prima volta, non a livello dei primi due, ma il rapporto Q\P è davvero impressionante per i circa 250-300€ che chiedono (i Limited sui 450-500). - aggiungo 8Bomb perché so che ci sta sperimentando molto, e recentemente mi è capitato di provarne un set degli ultimi... sono belli, non economicissimi ma neanche costosi come i primi due citati: su clean e crunch mi sono piaciuti molto, i lead erano rovinati da una microfonicità un po' sopra la media. Tra le repliche che per me invece sono un NO, dico solo un nome, perché siccome in tanti ne parlano bene (secondo me non ne hanno mai sentito uno vero), rischiano di far buttare soldi: Throbak... gLory P.S. oggi paradossalmente, l'unico a poter usare di diritto la sigla PAF è Larry Di Marzio, che ne detiene il copyright, e ha pure il copyright sulle bobine double white8 points
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Intendo proprio i PAF, gli originali montati da Gibson sulle burst vere fino al 1960... ma estenderei tranquillamente il periodo di eccellenza fino alla metà degli anni '60, durante i quali venivano montati sulle prime SG (chiamate ancora Les Paul fino ai primi mesi del '63), 335 e vari tipi di hollow e semi-hollow, poiché sono di fatto, sia da un punto di vista costruttivo sia sonoro, uguali agli ultimi P.A.F. short magnets (cambia la decal in Pat. Number, perché Gibson ricevette appunto il numero di brevetto). Ne ho avuti per le mani più di 10 set, di tutti i periodi, sia long che short magnets, e ne ho attualmente 4 set montati sia su chitarre dell'epoca sia moderne... onestamente non ho mai trovato nessuna replica moderna che gli tenga testa, e posso dire che anche di quelle ne ho avute e provate di ogni, comprese le più costose (mi mancano le repliche di Vincenzino nostro, ma solo perché quando lui ha iniziato lì avevo già tutti veri ). I PAF vintage hanno un'apertura, una definizione, una dinamica e una complessità armonica non riproducibile con i materiali odierni; inoltre, accoppiati al giusto harness, si ripuliscono con il volume della chitarra in un modo sublime, permettendo di avere in pratica suoni clean crunch e lead da rock classico da un ampli monocanale tirato, senza usare nient'altro. E a differenza dei migliori repro che ho avuto, che a volte riescono a replicare una o due di queste caratteristiche, i PAF le hanno tutte insieme contemporaneamente. Se dovessi descriverli in una parola, direi che la più corretta è TRASPARENZA. Non sono pickup che impongono il loro suono, ma che lasciano trasparire le caratteristiche e le sfumature dello strumento e del tocco di chi lo suona... in poche parole: montali su una LP bella e diventerà sublime, mettili su una ciofeca e sentirai meglio che è una ciofeca, perché non coprono le magagne. Per il genere in cui eccellono: ti direi blues, rock classico, hard rock, jazz... escluderei solo il metal pesante (anche se c'è chi ce lo suona), ma solo perché sarebbero sprecati per suoni così compressi, non perché non sia possibile suonarci metal. Per le chitarre: se parliamo di Les Paul, direi tutte, ma li adoro anche sulle 335-345-355. Molti costruttori di pickup comunque ci hanno provato e ci provano tutt'ora (alcuni anche utilizzando parte dei materiali NOS), e finora quelli che mi hanno convinto di più sono: - Wizz... non i normali, ma i Vintage Wire con magneti NOS, quelli che fa solo su richesta e che non ha sul sito, sono dei gran bei pickup, per un costo di circa 1200-1300€ - Stephens Design... il vecchio i pickup li da fare anche se sarebbe da menargli per la politica commerciale: dei suoi, ho preferito gli HD normali rispetto ai NOS Wire, cmq si parla sempre di un prezzo superiore al mulino abbondante. - Brandon Wound... best bang for the buck secondo me, sono i primi che consiglio a chi ha un budget basso o vuole sperimentare con delle buone repro la prima volta, non a livello dei primi due, ma il rapporto Q\P è davvero impressionante per i circa 250-300€ che chiedono (i Limited sui 450-500). gLory P.S. oggi paradossalmente, l'unico a poter usare di diritto la sigla PAF è Larry Di Marzio, che ne detiene il copyright, e ha pure il copyright sulle bobine double white8 points
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Secondo me c'è un leggero cortocircuito... si stanno mescolando cose diverse: dove sta scritto che legni di una chitarra economica non siano buoni legni? Ci sono chitarre economiche che hanno legni buoni e altre che li beccano mediocri, sulle chitarre entry level è così, va a culo, perché per ragioni di costo i legni non sono selezionati e quello che capita capita... poi salendo via via di prezzo, si trovano sempre più raramente legnacci e con probabilità crescente sempre più legni buoni. Ma da lì a dire che il legno non influisce sul suono, significa non aver fatto prove a sufficienza. Prendete due LP che suonano palesemente diverse da spente: una bella, aperta, risonante ecc, e una brutta, coi bassi gonfi e gommosi ecc... Ecco, adesso scambiate tra le 2 tutto il resto: hardware, pickup elettronica, tutto. Io l'ho fatto, non una volta, ma svariate volte, con parecchie chitarre diverse... e non è mai successo che il suono di quella brutta diventasse migliore di quella bona, neanche una volta.7 points
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Mansarda del mio amico Andrea....all incirca 1994. Aveva dei dischi dello Zio e un vecchio giradischi di cui nn ricordo la marca. Spulciando tra i dischi trovammo questo disco nero, con il prisma, tra l altro originale del 1974. La mia domanda incuriosito da tale fattura estetica del disco fu la seguente (in dialetto calabrese): andrè ma chini cazz su chissi? (Andrea, chi sono questi) Non sapendolo neanche lui, mettemmo il disco sul piatto. Ricordo perfettamente quel battito...come fosse ieri....quelle risate, il rumore del registratore di cassa, gli orologi....e poi Breathe.... Ci guardammo sconvolti. Da allora una malattia. Subito dopo scoprimmo The Wall, poi fu un tornare indietro fino alle origini. Ricordo che mettevamo il disco e ci mettevamo seduti sul tetto (si accedeva facilmente) a fumare le prime sigarette. Avevo 14 anni e questo è uno dei momenti che non dimenticherò mai nella mia vita.7 points
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7 points
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Salve ragazzi. E' veramente da tanto che non posto foto o aggiornamenti della mia strumentazione, sia perchè non ho avuto davvero tempo, sia perchè è cambiata veramente tanta roba (principalmente aggiunte per le chitarre e ampli, per pedali cambia scambia vendi compra). La mia storia con le stratocaster inizia quando ero piccolino, tipo a 8-10 anni, con mio zio che comprò a mio cugino come regalo per i suoi 18 anni una Stratocaster American Standard nel lontano 1996 mi pare. Li mi si accese la passione per questo strumento e come tradizione di famiglia, per i miei 18 anni mi comprai una Fender Stratocaster Highway one che purtroppo come un cretino qualche anno dopo ho scambiato per una Schecter C1 XXX perchè all'epoca con il gruppo suonavo metal e dato che non avevo una lira per acquistare una chitarra nuova decisi di scambiarla. La cosa che mi colpì di quella chitarra in particolare era che suonava veramente veramente bene sui puliti ed i crunch, ho ancora qualche registrazione casalinga da qualche parte in qualche hard disk e devo dire che poche altre strato anche più costose suonavano meglio di quella. 3-4 anni fa con un senso di rivalsa e preso da un impeto acquistai una Schecter Route 66, chitarra che per l'attuale rapporto qualità prezzo è una bella bestiolina, però trascorso il primo periodo di idillio ho iniziato a notare i primi difetti a livello sonoro: in generale i due singoli sono discreti ma sulle alte non hanno quella frizzantezza che mi ricordavo e l'humbucker è veramente scuro e un pò ingolfato sulle basse. Inoltre la chitarra è stata moddata con meccaniche e ponte gotoh, che l'hanno resa molto più stabile e bella da vedere, ma sentivo che pur essendo una copia strato molto ben fatta non mi ricordava molto la mia vecchia strato. Verso Aprile per puro caso riapro ebay dopo anni che non ci accedevo, e come un lampo mi è venuto in mente di andare sullo store di MJT. Dopo qualche tentennamento ho acquistato un body in Alder in colorazione burnt orange over white, colorazione che dapprima mi aveva lasciato un pò dubbioso, invece si è rivelata stupenda. Ho così iniziato a fare shopping di tutto il resto ed il manico l'ho preso usato da @joebuster, un bel manico della musikraft con una tastiera in palissandro bello scuro, tastini vintage e radius 9.5. Da qui avevo già deciso tutto il resto dei componenti: -meccaniche Gotoh vintage autobloccanti -ponte Super-Vee Bladerunner dorato con blocco in ottone -pomelli della gotoh dorati -pickup singoli sono dei Bare Knuckle old guard, l'humbucker sempre Bare Knuckle Holydiver -condensatori Mod Electronix e Centralab Una volta assemblata (non da me ovviamente) l'ho portata a casa e testata alle prove il giorno dopo con il gruppo. Ebbene, è uscita una BESTIA! Partendo dal pickup al ponte, che è medioso al punto giusto e mai ingolfato sulle basse, ma la sorpresa sono stati i singoli. Ho il classico tono stratocaster che avevo sulla mia vecchia Highway one e forse anche meglio. Soprattutto nella posizione al manico e manico+centrale godo come un riccio. La chitarra poi risuona da far paura, sicuramente merito anche del blocco inerziale in ottone del Bladerunner. L'unica pecca però è proprio quest'ultimo. Non so se è volutamente costruito così, ma il feeling almeno per come mi è stato installato sulla chitarra non ricorda affatto un ponte moderno a 2 pivot, piuttosto un fender vintage a sei viti. Non so se è per il fatto che dietro sono state montate 3 molle e non due, però per come suono io va più che bene, non ci devo fare acrobazie alla Van Halen. Alla fine giudizio finale super positivo! Certo, sono conscio che per le cose più pesanti la SG non si batte, ma questa piccolina non si lascia di certo intimidire!!!7 points
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Nella mia pedalierina live supercompatta ho il favoloso DC7. Sempre della Cioks ma più piccolo del DC7 c'è il SOL, ha solo 5 uscite ma ha la stessa qualità del DC7, ha le stesse 4 tensioni switchabili e costa meno. Per la pedaliera io sto benissimo con la "Temple Audio Design Solo 18" che è un oggettino un pò caro (Giorgetto style) ma è appunto molto stiloso, comodo ed ha le connessioni sul fianco di In, Out ecc... Le foto si riferiscono all'ultima versione live della mia. 20250714_102133 by Davide Borra, su Flickr 20250714_102158 by Davide Borra, su Flickr 20250714_102205 by Davide Borra, su Flickr7 points
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Un po' della mia passione per Michael Landau. Che poi le chitarre non è stato difficile trovarle, ma per i CD solisti è stata un po' un'impresa, una lunga e appassionante ricerca.7 points
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Ebbene si, l'inizio dell'anno non è stato proprio dei più facili mannaggiallavita quindi avevo bisogno di un "comfort wood" come lo chiamo io, niente di meglio che acquistare una stratina elegante e di poca spesa ma di buon godimento, poi mi mancava con la tastiera in acero e i tre singoli, quindi... Fender Stratocaster 60th Anniversary Classic Player 50s Desert Sand made in Mexico. Che ne pensate? Qualcuno ce l'ha/l'ha avuta? Vi piace? IMG_9004-1656x1656 by Davide Borra, su Flickr IMG_9018-1656x1656 by Davide Borra, su Flickr IMG_9016-1656x1656 by Davide Borra, su Flickr IMG_9019-1656x1656 by Davide Borra, su Flickr7 points
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Da qualsiasi punto la guardo è tutto senza speranza. Partiamo da uno che ruba agli altri, ci svolta sponsorizzazioni, ci va in giro in tour, ci campa alla grande e a giudicare dai video autentici (anche perchè gli altri sono fintissimi) potrebbe far bene giusto i tributi perchè idee zero, con tutto il rispetto a chi ci si dedica veramente. Passiamo a chi gli va dietro, paga per andare ai live, per avere le partiture, per comprarsi il pedaletto signature, tra i commenti c'è pure uno che ha pagato per delle registrazioni mai consegnate, non è in grado di distinguere gente che suona veramente da sta monnezza e poi giù a vomitare bile perchè realizzare di esser stati inculati avendo fatto tutto da soli fa male di più. Ficchiamoci pure quei grandi marchi che pure loro si affidano a numero di followers e likes piuttosto che alle reali capacità del musicista. Ma di questo non c'è nulla di nuovo, cambia il sistema ma le dinamiche sono sempre le stesse. Nemmeno discuto sulla proposta musicale che è di una pochezza disarmante. Mi piacerebbe mettere tutti questi elementi in un bel bidone, chiudere ermeticamente e via in un deposito di stoccaggio della merda.7 points
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Sono passati un po’ di anni dall’ultimo aggiornamento. Nel frattempo, qualche anno di inattività, un trasferimento all’estero e tanta gas. Iniziamo con quello che ho a portata di mano… Nella foto - Headrush flex prime - Soldano Slo 100 limited signed - two rock ts1 - plexi 1987 1971 - vintage sound 22 - aggeggi e pedalanza varia7 points
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