Dopo l’ultimo giro in solitaria attraverso la California, il Nevada, l’Arizona e lo Utah, avevo raggiunto la pace dei sensi.
Avevo toccato con mano Norman ed ero entrato all’interno della magia del suo mondo.
Avevo respirato l’aria del Pacifico, generatrice di tutto un filone musicale che ho sempre amato.
Avevo sperimentato la differenza fra città e periferia degli US, fra camminare a notte fonda per le strade di LA e godermi il tramonto attraverso un canyon, in una riserva indiana. Mi ero appostato sotto il Cly Butte a guardare il cielo e sentire il grido dei rapaci. Avevo appurato che la gente “come quella dei film” esiste veramente.
Mi ero goduto un po’ del clima da campagna elettorale, lo scontro fra Trump e Harris, che tanto mi affascinava. Ancora di più, avevo avuto conferma che non è necessario pianificare, organizzare, scendere per forza a forti compromessi. Mi ero un po’ immedesimato nella cultura della West Coast ed in cambio avevo ricevuto una forte sensazione di libertà.
Ritorno subito alla vita di tutti i giorni, passano le settimane, arriva il 2025 e il maledetto pensiero dell’invio del piano ferie per l’intera annualità.
Per uno come me è una vera violenza.
Inizio a instaurare il classico colloquio di amorosa mediazione con la mia compagna. Quest’anno facciamo qualcosa? Quanto vogliamo spendere? Porca miseria, la porta di divisione per la cucina che, ovviamente, non ha misure standard e costa tre volte una normale … prima o poi dovremo comprarla.
Ma poi quando potresti prendere le ferie? Ti faranno storie?
Ecco che parte l’agitazione e le domande rimangono senza risposta.
Arriviamo a febbraio inoltrato e invio la maledetta email all’ufficio personale. Vado un po’ a caso: 7 giorni a fine maggio per riprendermi dal logorio della vita moderna, 2 settimane a fine settembre e qualcosa a Natale.
😢
Un caro amico mi chiede di accompagnarlo in un negozio di Bologna perché interessato a una vecchia Mosrite anni ‘60.
Prima ci fermiamo da un noto rivenditore di Gibson al quale ho già lasciato troppi soldi. Chiedo di provare una custom. Mi chiedono se avevo appuntamento, poi acconsentono perché non c’era ancora gente. Mi danno da indossare un bel grembiulino per cucinare, la parannanza sonica, altrimenti l’avrei graffiata con le zip del cappotto che mi ero già tolto. Capisco tutto, ma porca di quella troia.
Inizia il tedio.
Arriviamo al negozio per il quale avevamo affrontato 100 km di autostrada.
Provo qualche strato jappo fine ‘80 venute molto male. Poi mi giro e vedo sul muro una special DC del ‘59. Faccio un giro e chiedo di poterla provare.
Amo i bolognesi, sempre con la battuta pronta, sempre con la frasetta spiazzante, sempre a canzonare. Vivo di contraddittorio, da toscano ci sguazzo. Sono cresciuto con qualche calcio in culo e con il motto “meglio una battuta che un amico”.
Mi piace prendere e farmi prendere in giro. Aspetto la battuta che non arriva.
“Seee, oh ma lo sai quanto costa?” “O ma quella è roba vecchia che costa quanto una macchina” “Ma così per fare o ti interessa veramente??“. 🫠
Nel frammento di secondo successivo mi passano per la mente i momenti vissuti nei negozi ‘mericani. L’istante dopo prende il sopravvento l’orgoglio, stupido, senza senso: cazzo sempre i soliti, mi ha veramente preso per un ragazzino e quella non è una burst, colpa mia che continuo con 'sta storia dei negozi italiani.
Poi borbottando mi tira giù il brutto anatroccolo, come ampli un valvestate di merda, perché gli altri sono occupati, dice. Maremma laida.
La provo senza il semivalvolare. È molto bella! La trovo viva, suonabile, bella connessione. Abbastanza maltrattata, quasi tutta originale e venduta ad un 40% in più rispetto alle sue quotazioni medie. Mi bastano 3 min e riconsegno la chitarra color “vomito di briaho” al bolognese.
Come ritualmente faccio, non posso vivere senza, cerco di instaurare un bellissimo rapporto 🤗con il commerciante. Come una sorta di gioco delle parti, come una danza indiana fra venditore e acquirente, chiedo nuovamente il prezzo, rispondendo “no dai, sul serio 🤣” per poi incalzare con “è davvero l’ultima offerta?”: “se vuoi ti offro 1 caffè ma solo a te, non al tuo amico, che ormai la chitarra l’ha già pagata. 😍”. Toh, finalmente una battutina. Mosrite presa, torniamo verso casa.
Arriviamo a metà maggio e il mio umore è pessimo.
Non avevamo deciso assolutamente niente ed ormai era andata. Un classico. Vabbeh, tanto avevo preso solo una settimana di ferie.
Passano alcuni giorni e il mood è astio e rancore 🥲 e, immancabilmente, partono le difficoltà notturne, dormo male.
Sabato 17 mi sveglio con nausea, incazzatura e con in mente la DC del ‘59, il caffè offerto e il colore “vomito di briaho”. Tedio la mia compagna, le faccio fare ottocento chiamate, faccio le mie.
Giovedì 22 maggio.
Con solo i bagagli a mano, dopo esserci sorbiti già due voli, eccoci a Orlando in Florida. Ficata.
Dovuta premessa.
Non sono assolutamente un viaggiatore. A dirla tutta, non amo nemmeno viaggiare nell’accezione attuale del termine. Diciamo che è un effetto collaterale per raggiungere uno specifico obiettivo. In questo caso, in ordine, le chitarre, il rock, il blues e il jazz.
Pur non avendo molta esperienza, mi piace molto cercare di cogliere i particolari. Appena arrivati notiamo la differenza nell’atteggiamento delle persone: più distese, meno impettite, più amichevoli.
Eravamo già abbastanza cotti e mancava ancora un volo: Orlando - Nashville.
Dopo 3 ore, fra attese e percorrenza, ci siamo.
Finisce il tedio.
Nashville è il nostro parco giochi!
Si sente dire spesso. Ormai dai video su youtube si vede molto della città. Un’ idea già riusciamo a farcela.
Fra tutte le opinioni inutili e non richieste voglio strametterci anche la mia.
Sapere quali sono le differenze fra una strato ‘59 e una ‘60 vi rende orgogliosi, vero?
Riuscire, dopo 83 giorni di sudore, a tirare fuori un suono appena accettabile da una Fractal vi fa sentire Steve Albini?
Spiegare per ore le differenze fra delle 6L6 e delle EL34 al malcapitato amico appassionato di modernariato che ha fatto l’errore di vedere la vostra jmp super bass del ‘74 in salotto e chiedere se fosse una vecchia radio vi fa sentire un signore delle tenebre?
Mi esprimo anche per voi, cavalli pazzi, con un netto SI!
Tutte queste cose da un lato accrescono l’orgoglio, dall’altro, si tramutano in un unico grande pensiero che sorge sempre prima di coricarsi: tutto una gran ficata ma…non sono un nerdone…vero?
Dopo solo la prima ora passata a Nashville posso finalmente darvi una risposta al quesito sopraesposto.
Più che una risposta direi una pronuncia totalmente chiarificatrice, dirimente e, azzarderei, tombale: no, non siamo dei nerdoni, siamo dei fottutissimi SLASH in November Rain.
Ecco, Nashville me lo conferma a ogni metro.
Nashville è talmente tanto chitarrocentrica da passare la parte.
Scendi dall’aereo e in aeroporto c’è il logo Gibson ovunque, una teca con all’interno una folk, musica country sparata dagli altoparlanti, foto di musicisti con chitarra a tracolla.
Nashville ci fa sentire meglio in quanto chitarristi 🥰
Percorriamo i corridoi per uscire dalla prima parte dell’aeroporto e veniamo invasi dalla musica, dalla chitarra e dal Tennessee.
Pubblicità della Gibson, chitarre in vetrina in bella mostra, decorazioni raffiguranti musicisti. E’ un continuo di simboli legati alla musica! Mi guardo intorno e mi ripiglio dalle 20 ore di spostamenti.
Scusate la dovutissima digressione, torniamo a noi.
Anche in questo caso, mi ero lasciato prendere dai 5 minuti di follia e, stavolta, ero riuscito a convincere anche la mia compagna: facciamo un viaggio dal Tennessee alla Louisiana senza fissare niente, ci fermiamo dove e quando ci pare, andiamo in base all’umore e vediamo come va!
Usciti dall’aeroporto andiamo verso la compagnia di noleggio auto. Anche a questo giro scelgo un suvvettone che diventerà, nell’arco di due settimane, un po’ la nostra casetta mobile.
Dopo le migliaia di chilometri percorsi sette mesi prima, mi trovo immediatamente a mio agio. Fra la West coast e il Deep south vedo subito la differenza di paesaggio, di strade e di vibes. E’ un altro pianeta!
Arriviamo all’hotel poco fuori il centro. E’ un bell’edificio imponente, con un parcheggio gigantesco. Ovviamente non è niente di lussuoso, una sorta di tre stelle gradevolissimo. Arrivati davanti alla hall ci accolgono megadecorazioni di chitarre e chitarristi con vetrine adornate da folk acustiche.
Chitarre appese ovunque anche all’interno. Si, è la città della chitarra, ho un’ulteriore conferma.
Cadiamo lessi a letto e ci prepariamo al giorno successivo.
Downtown è un parco giochi con un corso principale fittissimo di locali sia grandi che più raccolti dove fin dalle 10.00 di mattina si suona.
Forse non mi sono spiegato bene, quando scrivo certe cose dovrei metterci più enfasi perché il rischio è di farvi soprassedere, sorvolare oltre senza soffermarvi il tempo dovuto: DALLE FOTTUTE 10.00 DI MATTINA FINO ALLE FOTTUTE 2.00 DI NOTTE, IN OGNI FOTTUTO POSTO SULLA BROADWAY DI DOWNTOWN SI ALTERNANO, DANDOSI IL CAMBIO E SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITA’, DELLE BAND CHE FANNO MUSICA DAL VIVO.
Vai nel ristorante, bar, club di turno, ti prendi da bere o da mangiare e paghi la band o l’artista che si sta esibendo tramite una “tip”. Con le tips, il musicista medio ci campa.
Considerazioni: non è più la Broadway di un tempo dove si esibivano solo i true che ci attizzano tanto (vero @Bananas del mio cuore cit.?), dove i locali erano gestiti da locals, dove si formavano i futuri Cash, dove si rodavano i mostri sacri che poi avrebbero suonato al Grand Ol Opry Ballroom o al Ryman.
Oggi i posti sono degli investimenti di businnessmen o rock/pop star. Le band fanno tantissime cover ma sono comunque di alto livello. Si suona per il turista becero medio ‘mericano di qualche stato vicino che vuole sentire rockettino o pop/folk vestito da simil country. E’ abbastanza un mangificio con alti prezzi e qualità normale.
Le ragazze, appena mettono piede a Nashville, si abbigliano esclusivamente con shorts di jeans, camicette, stivali e cappelli da cowgirl.
Il Pedal Tavern è una follia da ragazzetti ciucchi marci … lo voglio anche da noi, subito!
L’hot chicken è una ficata, Hattie B’s ancora di più, però, forse, e dico forse, è leggermente sopravvalutato?
Detto questo, per “uno come noi” passeggiare sulla Broadway riamane comunque qualcosa di leggendario.
Da qui ci sono passati tutti, la chitarra la fa da padrone (e vorrei ben vedere, tutti gli altri strumenti fanno cacare) e sentire suonare incessantemente centinaia di band per tutto il giorno fa riflettere.
Peccato, come dicevo, che poi c’è anche tutto il resto che come uno tsunami travolge Downtown: i locali di Kid Rock e quello di Jon Bon Jovi, il museo di Johnny Cash e la Bud Light.
Gibson Garage
Arriviamo nel pomeriggio nei pressi dell’indirizzo impostato su Maps. Claudia inizia già a sentire la forza oscura crescere in me.
Ci sono due tipi di persone: quelle che al cospetto dell’epicità si ammutoliscono e quelle che diventano un fiume di parole. Io non proferisco parola e ogni suo tentativo di volerne fare parte, con domande riguardo che tipo di negozio sia o che cosa abbia di particolare, cade nel vuoto.
Da fuori è meno imponente rispetto a quanto allestito all’interno. Fa parte di un edificio dai tratti industriali ed è insieme ad altri negozi. E’ sempre in zona centrale ma defilata rispetto alla “strip”.
Come abbiamo appreso dai moltissimi video e foto online, appena entrati colpisce l’allestimento. Sul soffitto, un nastro trasportatore fa scorrere costantemente una fitta fila di chitarre attaccate per la paletta. Si può trovare quasi tutta la produzione G.
Il mio interesse ricade esclusivamente per le CS e, in particolare, per le edizioni speciali. I dipendenti sono abbastanza preparati ma l’aria che si respira non è certo quella di un luogo di culto.
Tanto merchandise figo.
Rispetto l’entrata, sulla sinistra c’è il reparto acustiche, a dritto, in fondo il reparto Epiphone e sulla destra la sala M2M e alcune edizioni limitate. Tutto il resto è standard, CS, normali e ML, alle quali è dedicato un angolo.
Parto subito con la domanda più scomoda di tutte: dove è il vault? Posso andare da solo o mi dovete accompagnare? 🙂 🙂 🙂
Con fare dispiaciuto mi viene risposto che è possibile visitare il caveau solo previo appuntamento. La visita può essere acquistata solo dai clienti del Four Season di Nashville come pacchetto accessorio aggiuntivo (circa 300 dollari).
Che delusione… Tiro fuori il mio essere merdaccia e ribatto “si ma io vengo appositamente dall’Italia”. La gentilezza del Tennessee si scontra con la merditudine italiana e il ragazzo mi risponde “eh...mi dispiace ma sfortunatamente anche noi dipendenti non possiamo entrare..solo manager del brand o figure come Agnesi possono accedere liberamente” :-(((
Che sconfitta...
Scomodo uno dei ragazzi e chiedo di provare alcune cose: cerco la Greeny Hammet Collector’s Edition, la Explorer e la V sempre Collector’s e una LP con il Brazilian.
Niente da fare per le prime tre, già vendute al lancio e presenti in store solo per un mesetto. Ok per la Braz alla quale aggiungo una 335 ‘58 ML e una Custom di Clapton.
Nota stonata: gli ampli, tutti Mesa, sono attaccati a un Torpedo e vanno in cuffia...pessima scelta.
Vado nella saletta M2M e specials e appesa c’è una bella fuoriserie: la Amos di Jbono. Edizione speciale di una delle sue V ‘58 e ‘59.
Bella bella, rifinita bene, ultra heavy aged, leggerissima e con un suono da vera V, non LP, non SG, non Explorer ma una ulteriore interpretazione del suono Gibson con doppio HB. Una fra le reissue migliori che abbia mai provato.
Sensazioni nette che ricordo ancora dopo alcuni mesi. Peccato che sia associata ad un artista e peccato per i 20k, a metà del prezzo ci avrei fatto un pensierino perché, per i miei gusti, veramente valida.
Che dire? Negozio moderno e strafico, che calza a pennello con la città e sigilla il sodalizio con il brand che tutti noi amiamo. Nashville è Gibson e il Garage ne è la consacrazione.
Forse leggermente turistico, forse più per l’appassionato medio che per quelli con decenni di chitarra alle spalle.
Posto fantastico per chi vuole sperimentare differenze fra le varie fasce di prezzo e categorie. I ragazzi non fanno troppe storie nel farti provare strumenti dal prezzo importante anche se c’è attenzione e cura verso le chitarre. Tutti gentili e scambiano volentieri qualche chiacchiera.
Trascorriamo la restante parte della giornata girellando per la città con BBQ annesso.
Eccoci al giorno successivo, facciamo colazione avendo in sottofondo Townes Van Zandt. L’hotel è pieno di gente giovane, c’è un evento dedicato al gioco di carte Magic.
Montiamo in macchina e imposto il navigatore. La destinazione si trova in una via sempre principale ma fuori rispetto a Downtown.
Arriviamo in una zona abbastanza verde e più residenziale, parcheggiamo e mi prendo qualche secondo per guardare i disegni all’esterno dell’edificio.
Ci siamo.
Ci sono.
Il luogo simbolo della chitarra.
Gruhn Guitars
Ricordo ancora adesso quando da ragazzino mi connettevo all’allora embrionale, ma così futuristico (si, al maschile), “internet” tramite il modem 56k di mio padre, da sempre appassionato di informatica. Passava tutto dalla linea telefonica, partiva la classica sequenza gracchiante di connessione, iniziava il senso di colpa dovuto al fare spendere i miei (si pagava a consumo) e al termine si spalancavano le porte del tutto. Ecco che potevo toccare con mano il sito di Gruhn, vedere qualche pixel di foto di qualche chitarra iconica che andava caricandosi. Il brivido di sentire vicine alcune rarità.
Sapevo fosse in America ma non in quale luogo, tanto era troppo lontano anche solo da immaginare.
L’atmosfera è quella che ci si aspetta e che traspare dai video. Non un luogo dove andare a fare shopping compulsivo, chiedere delle ultime innovazioni tecniche o provare il nuovo ampli della Peavey.
George fu il primo a reperire, archiviare e commerciare chitarre vecchie e usate. Ha contribuito a identificare gli strumenti per le loro qualità. Ha avuto fra le mani ogni tipologia di chitarra. Se compriamo “riedizioni” è anche per merito suo.
Solo voi potete capire l’emozione di essere in questo posto.
Ha cambiato fondo alcune volte e si è trasferito dalla chiassosa Broadway all’attuale posizione.
Passeggiando sulla “strip” la “Honky Tonk Highway”, sono riuscito a scovare il vecchio fondo e la sua insegna disegnata direttamente sull’edificio, foto alla quale sono molto legato e che ho piacere di condividere con voi.
George Gruhn, dagli anni ‘70 in poi, portava le chitarre ai mostri sacri che dovevano suonare al Ryman auditorium. La sua attività, commerciale, informativa e divulgativa, ha determinato uno spartiacque generazionale. Fu il primo ad avere l’intuizione di utilizzare liste di strumenti che aveva a disposizione da inviare via fax così da poter velocemente comunicare, anche e soprattutto a livello internazionale, comprare e vendere.
Il Dobro che Duane utilizzò per “Little Martha” fu acquistato da George.
Ha creato un’attenzione, prima inesistente, verso le chitarre acustiche ed elettriche e ha posto l’accento sulle differenze ontologiche fra uno strumento solo vecchio e uno di pregio.
Su questo punto potremmo aprire una discussione su quello che potrebbe essere il futuro della categoria di beni di cui siamo appassionati. Nello specifico, mi riferisco alla classificazione di alcuni strumenti musicali ai fini di proteggerne il valore, culturale e storico, che portano con loro. Personalmente, da qualche tempo, incrociando professione e passione, ho iniziato ad approfondire lo studio della tematica dal punto di vista normativo e, nel corso di questo anno, spero di poter trarne alcune conclusioni.
Il “negozio” è molto più sobrio degli altri presenti in città e si percepisce subito di essere in un posto dove potersi informare, scambiare qualche chiacchiera con musicisti reali e acquistare in modo oculato.
Quanto detto per Norman’s Rare Guitars vale ancor più per Gruhn: se cerchi qualcosa di particolare è probabile che riescano a trovartela.
Ad accoglierci c’è una gentilissima signora in servizio alla cassa. Poco dopo arriva un signore, sulla sessantina, molto simile a George, di nome Micheal.
Percepisce la mia commozione, mi stringe la mano e iniziamo a parlare. Come ritualmente accade, chiede la nostra provenienza e appena sente dire “Italy” partono gli aneddoti: “ho un caro amico che mi racconta di quanto sia meraviglioso un posto vicino alla Toscana dove si svolge un festival di chitarra acustica alla quale è stato invitato. Mi sembra si chiami Sarzana”.
Il mio cuoricino viene colpito nuovamente.
“Ma certo, Sarzana acoustic festival! È incredibile che ti ricordi proprio di questo evento...ma chi è il tuo amico? Magari lo conosco...”
“È abbastanza conosciuto dai chitarristi acustici, è australiano e si chiama Tommy Emmanuel, lo conosci?”
Finta umiltà? Metodo per fidelizzare i clienti? Non lo voglio sapere, mi piace solo pensare che le conversazioni abituali in negozio siano così.
Mi chiede se cercassi qualcosa in particolare, quanto staremo in città e mi conferma che per un vero servizio è necessario prendere appuntamento richiedendo gli strumenti di cui avevo bisogno. Le domande sono specifiche, le risposte ancor di più. Anno, colore, stato, prezzo.
Chi cerca veramente una strato del ’59 sunburst non ne vuole una del ‘62 in custom color olympic white. Chi vuole una 335 del 60’ mint non è interessato ad una 345 del solito anno.
Dal pochissimo che sono riuscito a percepire, il livello è questo.
L’amara conclusione potrebbe essere che è un posto nato per tutti ma divenuto per pochissimi. Ricchi, privilegiati e annoiati? Un po’ è così e un po’ no.
È un posto anche e soprattutto per appassionati.
Durante la chiacchierata, dico di aver visto i vari video sul canale di Tom Bukovac insieme a George e gli altri ragazzi e di essere stato colpito dal loro amore anche per strumenti meno blasonati, come la puntata sulle Dean.
Il volto gli si illumina e mi porta alcune Cadillac del video da provare. Mi chiede se avessi qualcosa del marchio (l’umiltà, non dare sempre per scontato di trovarsi davanti a persone senza esperienza, loro che potrebbero, fa molto pensare...).
Inizia a evidenziare quelli che per lui sono le caratteristiche, le peculiarità del modello e perché hanno una loro dignità.
Arrivano altri clienti/amici e mi lascia un po’ a provare quello che voglio. Tiro giù alcune cose ma, sinceramente, ho scelto questa meta più per la sacralità del luogo che per gli strumenti.
A disposizione della clientela non hanno tanto quanto altri posti più commerciali, molte più acustiche e mandolini che elettriche.
Nel frattempo passa il mitico Greg Voros, liutaio dello store.
Dopo alcuni giri, in estasi, mi congratulo, saluto tutti e mi incammino al successivo negozio.
Uscito, ne seguirà un momento di nostalgia.
Ero li grazie alla mia prima elettrica, quella Epi nera a forma di diavoletto da due lire, pessima, dai tasti taglienti e la liuteria assurda, con la vernice sciupacchiata con il sudore del braccio durante le torride estati, ma che amavo e con la quale ho trascorso una valanga di nottate.
Rumble Seat Music
Le vecchie volpi del Radiochitarra conosceranno bene anche questo negozio.
Per tutti gli altri, una breve introduzione.
Il motore è Eliot Michaels, un fottutissimo rocker, duro e puro, che, suonando a giro, a una certa, si è reso conto che le chitarre vecchie erano di suo gusto tanto da diventare un riferimento per il vintage USA.
Partito da Ithaca, New York, le cose ingranarono così da potergli permettere di aprire altri negozi: Brooklin, Albuquerque, Santa Fe, Carmel by the sea.
Nel 2016 decide di chiudere tutti i punti vendita e aprirne uno, concentrando tutta la roba accumulata, a Nashville.
È il posto dove mi piacerebbe passare i pomeriggi chitarristici.
Pieno zeppo di cimeli, tutto incentrato su design e stile americano anni ‘60 e ‘70. Insegne, loghi, oggettistica varia degli anni d’oro del rock.
Arriviamo e parcheggiamo proprio davanti alla vetrina.
Ad accoglierci, in questo caso, sono due tizi dai quali, se fossero loro a proportela, compreresti anche una Strato AM Pro II del 2025. Sono i classici tipi ‘mericani che ne sanno un botto e che danno l’idea di averne viste di cotte e di crude.
Anche loro massima gentilezza, ti invitano a guardare e provare tutto quello che hanno tranne la roba in vetrina.
Moquette ovunque e odore di ampli vecchi. Lo sapete che odore ha un ampli vecchio, vero?
Vero?
Ecco, quel profumo li, in ogni punto. Anche le poltrone e i divanetti sono vintage. Tutto è una figata.
Dopo un po’ si apre la porta di ingresso del negozio e un cagnolino meraviglioso ci viene a salutare saltandoci addosso e facendoci le feste. Subito dopo, entra il padrone: Eliot.
È come si percepisce dalle pagine online. Un rocker vero, che non molla, che non perde un colpo. È un duro, come quelli che vedevi nei film in tv. Per spiegarmi meglio: non è uno di quelli che, comprando una Harley e un gilet di pelle, si sentono dei dritti e vanno per strada pensando di essere dei ganzini.
Diverse chitarre di quelle giuste e discreta attenzione anche a modelli del tutto particolari come alcuni brutti anatroccoli anni ‘60 americani. È un negozio dove si possono trovare anche robe “umane”, diciamo dagli anni ‘90 in giù. Ci sono strumenti sia dal grande valore economico che quelli più abbordabili e dalle svariate condizioni come refin e modifiche varie.
Posto che frequenterei più che volentieri per cercare chitarre che possono piacere veramente, suonabili tutti i giorni e non solo dal grande valore.
Bello bello.
Carter Vintage Guitars
Arriviamo a Carter.
Posto in una zona più frequentata e più vicina al centro di Nashville.
Non credo abbia bisogno di presentazioni: se state leggendo queste righe, avrete sicuramente visto molti dei video pubblicati sul canale youtube del negozio.
Si entra e veniamo accolti da una giovane ragazza alla cassa, posizionata nella zona merchandise e sommersa da magliette, felpe e roba varia.
Varcata la zona di ingresso, è subito presente il passaggio per l’ala principale, quella delle chitarre “normali”. Una valanga di roba, posto enorme con un sacco di chitarre appoggiate a terra e appese sui muri. Si può trovare di tutto riguardo al nuovo e qualcosa per il vintage. Tantissima gente a provare strumenti e clima molto positivo.
C’è anche diverso personale a lavorare con un laboratorio di liuteria, per riparazioni e manutenzione.
Colpo d’occhio notevole.
Parte acustica suggestiva perché è dove registrano i video i mostri sacri della chitarra.
Giro fra le corsie intento a guardare come sono disposti i vari marchi.
A un certo punto, sulla sinistra, scorgo un’ulteriore area.
Mi avvicino e capisco, passo dopo passo, di essere nella direzione giusta.
È la Vintage Area. Entro e mi si para davanti TUTTO!
Sulle pareti sono appesi i pezzi più rari mentre sugli stand a terra si possono trovare le vintage meno costose. Sapevo che l’inventario era pazzesco ma non pensavo fosse così accessibile. Tranne una Burst, una Strato del ’54 e poco altro sotto vetrina il resto era tutto sui reggi chitarra, senza protezione.
Parte l’agitazione e nel marasma più assoluto mi dirigo verso le ES.
Ci sono tutte: 335 ‘58, ‘59, ‘60, ‘61, ‘63, ‘65; 345 ‘60 ‘63; 355 diverse ma non ricordo gli anni.
Con l’ansietta crescente, avvicino il commesso – controllore e chiedo, di grazia, se ci fosse l’opportunità di poter provare una 335: “certo, quale vuoi e con quale amp?”
“Ma, senti, che posso provare la ‘59 sunburst?” Mi stacca l’opera d’arte, me la porge, mi indica un ampli oppure, mi dice, avrei potuto provarla in saletta. Se ne va. Inspiegabilmente. Lascia l’area e sono solo.
Provo la bestia con commozione e mi assicuro di non tenerla troppo per non infastidire.
Infastidire chi???????
Il commesso era andato via e non c’era nessun altro del negozio nell’ala.
Guardo Claudia, faccio finta di aver avuto un suo cenno di approvazione, rimetto a posto la ‘59 e piglio la ‘61.
Poi la ‘63, poi una 345.
A quel punto ero diventato nuovamente una iena, assetata di sangue, in preda ad un’euforia ancestrale. Mi stavo ricongiungendo con la terra e stavo ottenendo quello che, nella mia testolina, mi è sempre spettato come per diritto di natura.
“Ma che sei pazzo, sul cartellino c’è scritto 130.000,00 dollari, se succede qualcosa siamo rovinati, mettila via”.
Troppo tardi.
Avevo in mano una LP Custom del ‘59, variante 3 pickups, poi un'altra, sempre '59, sempre 3 PUs…poi TUTTO
Una sfilza di Goldtop ‘54 ‘55 ‘ 56, SG’62 standard e Custom, Specials, Firebirds.
Poi vado a Fender dove mi ripasso cronologicamente molti degli anni migliori della strato, partendo dal ‘56 e della tele, partendo dal ‘57.
Che vi devo dire, tutto nella più totale libertà, senza nessuno a farmi pressione, con immensa gioia e con il terrore negli occhi della mia compagna.
Ho passato un’ora e mezza in compagnia degli oggetti sui quali avevo più fantasticato negli ultimi vent’anni.
Ma i tasti di una ‘58 sono veramente più scomodi di una ‘59? Ma una slab del ‘60 suona più palissandrosa di una ‘63 laminated? Come varia di sfumatura il sunburst dopo 70 anni? Ma quanto è suonabile una Custom ‘59 con i suoi tasti originali? Ecc.
Adesso, potevo dare una risposta a ogni dubbio.
Ho perso il conto di tutti gli strumenti provati.
A un certo punto mi giro e in un angolo trovo alcune poltroncine dove potersi riposare dallo sforzo 🙂 e sedere in mezzo a un Dumble e un TrainWreck.
Non so se avviene sempre così, che il commesso ti lasci totalmente libero di provare qualsiasi cosa oppure è stata una casualità.
Sinceramente non saprei cosa dirvi sul negozio tranne assolute banalità. Si tratta di un parco giochi per il vintage con uno fra gli inventari più forniti al mondo e quasi completamente disponibile alla prova. Prezzi leggermente alti ma giustificati dalla possibilità di avere tantissimi strumenti fra i quali scegliere.
Alcune chitarre, per i miei gusti, veramente commoventi, come le due 335 del ‘59 e del ‘60, una tele del ‘66 (incredibile ma vero), e una strato ‘57.
La ‘66 è già stata venduta ma mi è rimasta in mente per molto tempo, anche perché l’unica leggerissimamente più abbordabile come prezzo.
Guthrie Trapp, JD Simo, Marcus King, Little Berrie, Kirk Fletcher sono solo alcuni degli ultimi nomi che mi vengono in mente quando penso a Carter.
Luogo dove si viene più a comprare che a scambiare opinioni.
Sensazione del tutto personale: la minor sacralità del posto è compensata da quella degli strumenti proposti.
Guitar Center Nashville
Su questo GC posso dirvi veramente poco.
Solito negozione dove acquistare i prodotti commerciali.
Mi aspettavo qualcosa di molto migliore e più vicino a quello di Hollywood.
FINE parte 3
Per chiunque fosse riuscito ad arrivare a questo punto, GRAZIE!
In attesa del Chapter 4 😉 vi auguro un buon 2026!!!!