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Giorgio V.

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  1. Giorgio V.

    consiglio: abr1 Gibson Custom Shop

    Faber è un ponte di qualità ma non suona molto giusto. Proverei pigtail, non ho esperienza diretta ma lo usa JD Simo sulla sua 335 ed è uno abbastanza fanatico.
  2. Giorgio V.

    Consiglio relic manico

    Frugando su google immagini. Mi pare di aver cercato qualcosa tipo "64 strat neck wear". Personalmente lo trovo molto bello e realistico. Le cose chiave IMO sono: - la parte sverniciata deve anche essere "vissuta", perché una volta che l'acero è esposto si inzozza, è fisiologico. - non può essere troppo omogeneo - anche la transizione tra acero esposto e parte ancora verniciata deve essere curata, perché realisticamente non sarà mai netta.
  3. Giorgio V.

    Consiglio relic manico

    replica srv
  4. Giorgio V.

    suoni pazzi

    Octaver into phaser Envelope filter into phaser Tutti e tre assieme
  5. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Buono a sapersi, grazie!
  6. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Ti dirò, non ho mai fatto un confronto A/B, i VIP li ho provati in chitarre di altri e mi sono sembrati eccellenti. Tenderei verso i TVT per il semplice fatto che li compri qui in europa con meno sbatta. Però magari qualcuno che li ha confrontati in modo diretto ha una opinione più precisa.
  7. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Dei centralab originali non amo molto il "torque", preferisco pot più duri perché mi sento più preciso. Però se uno ha i p.a.f. su una chitarra a quel punto non può prescindere da mettere anche i pot originali, se hai fatto 30 fai 31, come si suol dire. Poi il wiring originale nel suo complesso è una macchina fenomenale per spremere il massimo dai p.a.f., tutto funziona esattamente come dovrebbe. Chiudi un pò il volume, si pulisce da dio, i toni sono incisivi come funzionamento ma molto musicali in tutta la corsa etc. Però non metterei mai dei centralab su una chitarra con dei pickup moderni, anche se repliche p.a.f. Un pò perché non ha senso, in quanto anche i pot moderni funzionano benissimo. Un pò perché - e questa è sempre la teoria del mio compare - certi pickup sono pensati per suonare su certi pot. Tipo Dave Stephens usa dei CTS banalissimi e i suoi pickup suonano bene con quelli, e non vale quindi la pena andare a caccia di pot particolari o magari del potenziometro nos. Tra i moderni comunque penso che i TVT siano il top al momento, se dovessi cambiarli o prenderli per una chitarra nuova andrei su quelli. I BK non li amo per la stessa ragione per cui non vado matto per i centralab: troppo floppi, però se avessi un set di pickup BK metterei quelli.
  8. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Beh siamo vicini, mandami un PM che se vuoi ci troviamo dalle mie parti!
  9. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Va fatto un distinguo.. secondo me è hardware di qualità, anche quello che montano le CS Gibson lo trovo buono e ben suonante di per sé. Il fatto però è che sia i ponti tedeschi che quelli americani suonano alla fine diversi da quelli vecchi, ed è una differenza che, seppur non clamorosa, alla fine si sente. La difficoltà più grossa nel realizzare una replica, inteso come prodotto finito e completo, è che alla fine il suono è il risultato di un equilibrio tra tantissimi micro fattori. Non è detto che, per dirne una, i ponti vecchi siano fatti di una lega migliore di quelli odierni. Ma hanno un loro suono e quello fa parte dell'equazione. Un altro esempio che ho riscontrato in maniera molto palese sulle mie chitarre è con i ponti wraparound. Lì è più facile ancora isolare le variabili perché non hai abr, non hai sellette, solo un pezzo di metallo. Ebbene, io ho trovato con assoluta consistenza una bella differenza tra un ponte prodotto a fusione (casted) e uno dalla lavorazione di un blocco di alluminio più grande (milled). Sulla carta milled è meglio, la densità della lega è più omogenea e il ponte è più preciso nello shape. Ma i ponti casted suonano in maniera diversa e molto più "marcia", laddove i ponti milled sono significativamente più a fuoco e con bassi più fermi. Suonano bene tutti e due e alla fine puoi scegliere l'uno o l'altro anche a seconda della chitarra su cui vuoi montarli (specie se cerchi un suono che piaccia a te ma non per forza puramente vintage), però resta il fatto che danno un indirizzo abbastanza diverso al suono finale.
  10. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Sì mi par che fosse Dave S.
  11. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Eh e si tratta di un fattore non da poco, considerato quanto si fan pagare gli originali..Temo purtroppo che l'incentivo economico per ricreare esattamente la lega di una volta non ci sia. Magari qualcuno ci è arrivato comunque, personalmente non ho provato tutto quello che c'è in commercio. C'è da dire però che tipo tutti gli ABR made in usa sono di fatto lo stesso prodotti ribrandizzato, bisognerebbe forse guardare nel mercato giapponese.
  12. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Sì fa anche makeover. Splendido il video sull'autenticazione, non l'avevo mai visto.
  13. Giorgio V.

    Di Marzio Vs S.Duncan

    Nella mia esperienza duncan e dimarzio hanno ognuno un loro suono di “base”. Di solito ho riscontrato che i Duncan tendono ad essere un pó “flat” su tutte le frequenze e leggermente più neutri, mentre i DiMarzio hanno una spinta sulle medioalte molto musicale, con le alte leggermente più rotonde. In generale io penso che con un set dell’uno o dell’altro brand non si sbaglia mai (a patto di comprare il pickup giusto per il genere), si avrà sempre un buon prodotto.
  14. Giorgio V.

    Una storia di p.a.f. e repliche italiane.

    Wow, grazie! ☺️
  15. Quest’estate, per una simpatica e fortunata coincidenza, un amico mi ha lasciato in custodia per un paio di settimane due sue Les Paul, repliche made in Italy, entrambe equipaggiate con hardware interamente vintage. Lui è un tipo che ha avuto per le mani di tutto, compresa una conversion 54/59, quindi sappiamo già che si parla di roba molto buona.. Non era la prima volta che suonavo dei p.a.f. o anche delle repliche (oltre alla chitarre del CS Gibson naturalmente), è stata, però, la prima volta che ho potuto provare questo tipo di strumento a casa mia, con la mia strumentazione, a volumi importanti, su basi, in ogni salsa che mi venisse in mente (perfino con l’odiatissimo kemper). Mi sembra allora interessante parlarne un pò qui sul forum, visto anche che la cosa riguarda una realtà made in Italy che sta prendendo piede in questi tempi. Metto anche qualche foto e mi sto attrezzando per fare qualche video, che spero arrivi presto. Queste chitarre, come dicevo, sono nostrane. Il progetto nasce dalla collaborazione tra questo mio amico e un giovane liutaio italiano. L’amico è appassionatissimo di burst e conosce mezzo mondo, il ragazzo nel laboratorio ci sa fare, e così si sono messi in testa di cimentarsi anche loro con il discorso “repliche les paul”. Io, tra l’altro, ho un pò visto evolversi tutta la questione, avendo preso in mano i primi risultati fino ad arrivare a questi di cui sto parlando, passando per parecchia ricerca, ritocchi, riverniciature, reshape e studi sugli originali, avendo anche l’occasione di dare qualche parere lungo il percorso sulla base della mia limitata esperienza con le Gibson anni 50 (soprattutto Junior). A dimostrazione, una delle due chitarre è chiamata “Phoenix”, proprio a simboleggiare la sua rinascita a seguito di vari interventi. Entrambe le chitarre sono fatte con materiali storicamente corretti: eastern maple, honduras mahogany e (ovviamente…) brazilian rosewood. Hide glue per incollare manico e body e manico e tastiera, urea-formaldedide per incollare il top al body. Vernici al nitro fotosensibili e senza plasticizzanti. Fino a qua, più o meno, ci arriva anche il custom shop Gibson (brasiliano a parte). Poi però aggiungiamo l’hardware originale del periodo, in particolare abr, pot centralab, bumblebee e pickup. Le due chitarre che ho tenuto in custodia, per comodità le chiamerò come fa il proprietario: Black Hole e Phoenix BH ha un top molto bello, che ricorda vagamente la famosa Pearly Gates per la figurazione più fitta; manico a V con un profilo medio/abbondante (a naso, sui 23mm di media), che io preferisco, peso attorno ai 4 kg. Monta un patent number al manico con la cover e un p.a.f. (mi pare del 58) scoperto al ponte. Phoenix ha un top più “classico”, con la fiamma abbastanza ampia e leggermente più discreta. Ha il manico soft-V più sottile (più 59 che 58 diciamo, ma non pensiamo al profilo 59 del CS Gibson che tende ad essere più grosso di quanto è storicamente corretto), pesa qualche grammo in meno e monta anch’essa un pat. number al manico e un p.a.f., stavolta coperto, al ponte. Il mio amico infatti ha deciso che questa combo (p.a.f. /pat #) è la sua personale quadratura del cerchio, e devo dire, avendo provato queste chitarre con vari settaggi e diversi p.a.f. originali, che un early pat # al manico suona di media superiore a un p.a.f. di un paio di anni prima, per chi ama chiarezza e apertura in tutte e tre le posizioni del selettore. Oltre all’hardware di cui sopra, su questa seconda chitarra tutto è vintage, fino alle plastiche. Altra cosa è che l’altra ha un condensatore al manico da .015, mentre su Phoenix entrambi sono bumblebee da .022. Proprio come gli originali, a livello di suono ognuna ha il suo carattere. BH è una chitarra davvero esagerata, carica sia nelle frequenze alte che nelle frequenze basse, cosa che si riflette sulla performance di entrambi i pickup. Al manico è da lacrime, il pat. number in questa posizione è aperto, dinamico, splendido su lead o puliti (rigorosamente da fare abbassando il pot del volume). Perfetto per fare rock sulla Les Paul. Al ponte, la presenza sugli estremi si traduce in un pickup davvero aggressivo, chiaro ma con tantissima botta. Questa chitarra, la prima volta che l’attacchi, ha un pò l’effetto “caduta mascella” che ti fa un big muff clamoroso quando lo metti a palla in un vecchio marshall: quell’impatto che ti fa dire “adesso capisco perché la gente va in fissa per ‘sta roba”. Una chitarra davvero impressionante, quasi difficile da suonare per la reattività al tocco. Sbagli un attimo a dosare la pennata ed esci molto, di più di quanto ti aspetteresti. La definisco “schizofrenica”. Phoenix ha un suono leggermente più educato, un pò meno spinta sugli estremi di banda, e più ricca sulla gamma media: meno selvaggia, e dunque più controllabile. Stando al mio amico è la più simile alla conversion che possedeva, ma preferisce questa nel suono. Di certo è una chitarra che ha tutte le caratteristiche che si cercano in una Les Paul vintage: chiara, definita, con una bella botta. Al manico più corposa dell’altra e un pò più “violino”, al ponte ha il pregio di avere il mio humbucker preferito di sempre, perché ricorda davvero molto il comportamento di un P90, specie quando abbassi un poco il volume: anche a 7 o 8 il suono è ancora compatto e “cattivo” quando la mano destra lavora nel modo giusto. Su tante chitarre, abbassi il volume e si pulisce anche bene, ma perde botta. Su questa assolutamente no. Tutte e due sono chitarre da usare con tutti e quattro i potenziometri sotto mano: puliscono benissimo e hanno una marea di suoni che vanno cercate dosando i pot del volume e del tono. Setti l’ampli perché ti stacchi la testa e poi gestisci il suono tramite la chitarra, ed il processo è di una soddisfazione pazzesca. Insomma, io di Les Paul così non ne avevo mai provate. La mia Oxblood suona benissimo, soprattutto con lo Stephens Design, ma, con tutto l’amore e il rispetto, parliamo di due razze diverse. A livello di complessità, ricchezza del suono e soprattutto di possibilità dello strumento c’è una differenza ben percepibile, che diventa clamorosa quando le attacchi a un Marshall anni 60 o a un blackface. Molto meno, ovviamente, se vai in territori anni 80 e oltre. Poco sensato attaccarle a un Kemper (amen). Ma per suonare Clapton, ZZ Top, Zeppelin, Allman Brothers, è la morte sua. Sono proprio QUEI SUONI LI’. Paragonandole alle reissue Gibson moderne, anche lì se ne trovano che suonano davvero splendidamente, aperte, presenti… il però è che non ne ho suonata nessuna che suonasse così completa sotto ogni singolo aspetto (aperta ma piena, ricca ma assolutamente non ingolfata, etc). Le boutique sono spesso strumenti eccellenti sotto tutti i punti di vista, ma, delle cose che ho suonato io, nessuna cattura il “feel” di uno strumento che sembra essere stato fatto 60 anni fa (a parte Dwight, ma rifiuta di fare repliche e fa solo le sua varianti in salsa “junior”). Possono essere chitarre anche superiori per chi cerca uno strumento più preciso o versatile, però quando suono una di queste mi sembra di avere in mano una chitarra con cui Duane Allman, 50 anni fa, avrebbe potuto registrare Jessica (avete presente la sigla di top gear). Scusate se ripeto il concetto, ma è la cosa che mi è rimasta più impressa. Pickup al manico, toni un pò chiusi e bam, sei lì. Suonano davvero (a mio umile parere) come una chitarra vintage. Ho pensato un pò quali erano gli ingredienti del “successo” di questa ricetta (parlando sempre in soggettivo), e mi sono risposto che sono chitarre fatte davvero bene, con grossa cura per i legni, metodo costruttivo e dettagli storici, e che su questa base l’hardware giusto ha la possibilità di dare quel qualcosa in più che le porta nel territorio di una vera chitarra vintage. Va aggiunto che il mio amico non solo ci ha messo su “la roba giusta”, ma che tra vari p.a.f. e compagnia, tra tanti pot centralab etc che ha in casa ha fatto una accurata selezione e una marea di prove per arrivare a farle suonare come lui voleva in testa. E si tratta di un lavoro davvero grosso, che - per una persona che ha anche altro da fare nella vita - può prendere anche mesi, considerate tutte le variabili: cover su, cover giù, valore del pot, posizione del condensatore, regolazione dei pickup con le sue infinite variabili che si influenzano a vicenda…un lavoraccio! Però, toccato con mano, devo ammettere che questo “fine tuning” alla fine fa una bella differenza: non quella che passa tra una chitarra buona e una chitarra “così così”, ma quella che passa da un’ottima chitarra a una che ti toglie le parole di bocca. Certo, dipende anche tanto dall’ampli, dal gain che si usa e dal volume a cui si fanno lavorare queste chitarre… Ho toccato con mano che quando le attacchi a un ampli molto trasparente come JTM45 o Super Reverb blackface senti davvero TUTTO, anche dettagli che sembrano clamorose pippe da forum. Tante volte mi sono state messe in mano ste chitarre senza dirmi cosa era stato cambiato per vedere se coglievo qualche differenza, e sono rimasto sbalordito di come siano percepibili, nel giusto ampli, cose alle quali mai avrei prestato attenzione (una tra tutte? la direzione del condensatore, e ora ridete pure…). Con tutto il lavoro che c’è stato penso che queste due chitarre suonino di più di tante vere burst, non delle migliori magari, ma meglio di alcune azzoppate da una coppia di p.a.f. debole o qualche altro fattore non al massimo. E qui ero arrivato fino a un mesetto fa. Avevo scritto questi pensieri ma poi avevo deciso di non pubblicare nulla sul forum perché, ho pensato, a chi interessa discutere di chitarre che hanno su ponti e pickup che costano come un’automobile? E sticazzi che suonano bene, mi immaginavo la risposta. E così ‘sto file era rimasto nel computer. Poi però l’amico mi fa: guarda che ne abbiamo fatta un’altra (in realtà diverse altre, ma un’altra che arriva qui a Padova) e ci tengo su degli stephens design, voglio capire quanto contano i pickup e quanto incide tutto il resto. Quindi ho provato un pò anche questa chitarra che serve come banco di prova per isolare diverse variabili nell’hardware, sempre con l’obiettivo di ricreare più possibile il suono di una burst. La chitarra in questione si chiama Demon, ed è, a mio gusto, di gran lunga la più bella del lotto. La fiamma è un pò più interessante, il cherry un pò più carico e vivo. Mi ricorda un pò la famosa “african burst” anche se non ha una figurazione così estrema. Bel manico, molto “neutro” nel senso né grosso né magro, spalle né piccole né pronunciate: subito confortevole. Tra le tre, da spenta, è di sicuro la più notevole, per il modo “giusto” di risuonare più secco e storicamente corretto. Mi spiega che anche con i legni sono stati fatti dei passi avanti ulteriori. Questa chitarra, che ha su un set di HD61, l’ho provata in due salse e due momenti diversi. La prima con un abr faber, e mi aveva lasciato un pò così, da dire ottima chitarra, ma lontana dalle altre due. Meno diretta, meno schiocco, qualche frequenza di troppo che la rendeva meno intelligibile. Sfumature, chiaro, ma ben percepibili. La seconda volta, pochi giorni fa. Il mio amico mi fa sempre il solito giochetto, me le consegna e mi fa “ho cambiato qualcosa, ma non ti dico cosa, dimmi come ti pare”. Io la attacco e dico “minchia”, subito chiedendo se ha messo i p.a.f. anche su questa. E invece l’unica differenza era che ora montava una combo abr/stopbar originale anni ’50. A me sono un pò cascati i maroni perché - come tanti, immagino - sono cresciuto con il mito del p.a.f. e la fregola di cambiare i pickup a tutti i costi, con la convinzione che il pickup determina più di qualsiasi cosa il suono della chitarra. E invece non ci sono cazzi, il ponte conta tantissimo. Cercando le parole per spiegarlo anche a me stesso, è come se il legno desse un certo colore alle medie, alle alte, alle basse, ma poi è il ponte in concreto a filtrare quanto e come questo colore passa e arriva ai pickup. Con il ponte giusto, dei bassi un poco invasivi diventano a fuoco, le medie non sono più confuse, le alte prendono quella qualità canterina. Un tipo di correzione del suono al quale, secondo me, un cambio di pickup non arriva con altrettanta prevedibilità. Adesso si tratta di una chitarra che senz’altro non sfigura anche con le altre, pur avendo pickup “normali” (per carità, sempre pickup costosi e boutique etc, ma acquistabili oggigiorno) e nessun magheggio nel wiring, anzi monta pot dozzinali. Certo, se fai un confronto A/B le differenze ci sono: basta fare avanti e indietro tra questa e le altre per capire che anche gli SD arrivano solo fino a un certo punto: la dinamica dei veri pickup vintage rimane inarrivabile. I p.a.f. ti seguono mooolto meglio, persino gli SD - pur essendo pickup eccellenti e forse la miglior replica sul mercato - tendono a imporre sempre un poco il loro suono, che è un gran bel suono, ma meno naturale e più filtrato. Però schiocco, apertura, ricchezza armonica sono quasi lì, le differenze si percepiscono più suonando che ascoltando, ed emergono soprattutto nel confronto diretto, non da sole: tant’è che il primo impatto con la chitarra mi aveva spiazzato. Mi viene anzi da pensare che a montare i p.a.f. anche su questa verrebbe fuori la les paul definitiva, anche perché ripeto che di “legni” è quella che il suono di base più fedele a uno strumento anni 50… Ma il proprietario mi spiega che è contento così, che ognuna delle tra ha la sua personalità e che non ha senso cercare l’unicorno facendo scambi selvaggi di pickup e potenziometri, con tutto il lavoro poi di ritocchi, setup e selezione dei componenti che ci va dietro. Ci penso un pò, e trovo che abbia ragione. Ognuna delle tre chitarre ha il suo perché, BH è esageratissima, e quella che personalmente preferisco, Phoenix molto simile ma più compatta, un filo più “ritmica”, Demon leggermente più normale come chitarra, ma comunque splendida e la più facile da suonare. Ognuna, francamente, sarebbe la benvenuta in casa mia. Adesso, mi viene spiegato, la sfida è trovare in commercio l’hardware che più possibile suoni come uno degli anni 50/60, di modo da offrire la replica migliore che si possa fare con hardware di oggi, e spero che ci riescano! In conclusione sono chitarre che mi hanno lasciato davvero impressionato. Il realismo dei suoni, il feel e la cura che si percepisce nel replicare uno strumento degli anni d’oro e palpabile. Anche il relic è molto bello, per chi lo ama; lo trovo paragonabile a quello della mia Dwight, e senza dubbio anni luce avanti a qualsiasi cosa abbia mai visto fare a Gibson. Tant’è che, a conferma della bontà di queste chitarre, il mio amico mi spiega che le stanno distribuendo tramite un grosso nome europeo nel settore makeover/repliche. Avrete senz’altro fatto caso alla circostanza che non faccio alcun nome.. un pò perché parlare di repliche è un argomento taboo, un pò perché non vorrei che questo post/articolo sembrasse una marchetta. Il mio unico guadagno nella situazione invece è di passare dei bei pomeriggi a divertirmi, imparare e farmi sanguinare le orecchie, e fare un pò incuriosire anche voi sui “segreti” delle burst. Incrocio però le dita per progetto che ormai ho vicino al cuore e che a mio parere, compete senza paura con nomi tipo Bartlett, Yaron e compagnia, anzi, forse ha già da insegnargli un paio di trucchi. A presto spero di pubblicare dei video!
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