Siamo a settembre del 2024 ed è già passato un anno dall’avventura di NYC. Un anno di lavoro e di burocrazia maledetta ma anche di energia positiva. Avevo già fissato due settimane di ferie a cavallo fra settembre e ottobre senza avere alcuna idea, senza pensare se fare qualcosa oppure no. Come al solito, la fregola mi parte una settimana prima.
Problema: la mia compagna non ha giorni di ferie in quel periodo, al massimo i fine settimana per gite fuori porta. I viaggetti del week end me la fanno sempre prendere male e ormai, per un viaggio più importante, non c’era più tempo, programmare qualcosa di fico richiede diversi giorni. E poi da solo dove cavolo posso andare: meglio optare per una capitale europea che con due ore di volo ci sono.
Si ma da solo?
Nel fine settimana mi metto a vedere un po’ di città papabili. Così a ridosso della partenza i voli non sono a buon mercato e per Amsterdam o Copenaghen ci vogliono 500 euro. Vengo assalito dal mio solito malumore pre ferie: vorrei fare qualcosa che veramente mi diverta ma bisogna sempre scendere a compromessi, poi i costi, poi i tempi, il meteo, pensare all’itinerario, fissare voli, hotel, prendere quelli con il miglior rapporto qualità/prezzo, ma non sarebbe meglio risparmiare per l’armadio da comprare? Mentre cerco, cullato dal tanto caro malessere, mi metto a sentire qualche disco.
Salta fuori Landau con uno fra i suoi primi lavori da solista “We Are the Best Band - Raging Honkies”, album che mi è sempre piaciuto tantissimo perché suonato in modo clamoroso, pieno di parti pensate ma anche selvaggio, ruvido e graffiante. Un disco che non ti aspetteresti da Michael perché molto provocatorio. Si sente l’energia degli inizi, meno controllata e più sprezzante. In caso non lo conosceste fateci sopra un giro.
Poi passo ad un altro mio amore: John Hiatt con “Stolen Moments”, disco del ‘90. Racconta di paesaggi che probabilmente non vedrò mai, di sensazioni, colori e profumi che posso solo immaginare. Incastrare tutto è molto difficile e più si cresce e più è complicato. Prima di andare a dormire apro skyscanner, poi booking, expedia e airbnb.
Fanculo.
Passano 4 giorni e sono su un volo diretto a Los angeles, quattordici ore e mezzo di durata.
Sono da solo. I miei bagagli consistono in uno zainetto e in un trolley piccolo, tutto a prova di controlli da parte delle compagnie aeree.
Vi ricordate del fatto che detesto fare programmi, che mi piglia l’ansia, no? Avevo fissato solo andata, ritorno, la macchina a noleggio e un appartamentino per le prime due notti, tramite airbnb da un ragazzo di origini filippine, nel quartiere Boyle Heights ad est di Down Town.
Basta.
Atterro, mi ripiglio 5 minuti, tolgo la modalità aereo e mi riconnetto. Rassicurazioni di rito a casa e vado verso i controlli. Cerco l’uscita dall’aeroporto e il punto di ritiro dell’auto. Prendo il pulmino (no raghi non si dice “navetta” si dice “pulmino” ;)) e dopo 20 min ci sono. Mi danno un suvvone 4x4 e mi dicono: “man, per uscire gira a sinistra, poi ancora a sinistra e sei in strada”. Eseguo le istruzioni e mi ritrovo, alle ore 18.00 locali, in una strada a 6 corsie dove il mezzo più piccolo era il mio. Si, confermo: è come essere in GTA, paro paro. Mi fermo al primo In & Out e mi godo un panino del secret menu mentre i Boeing mi passano scenograficamente sopra la testa.
Il mio livello di gasamento è altissimo e sono appena atterrato. Mi dirigo verso Randy’s doughnuts e mi piglio la ciambella più buona dell’universo. Imposto il navigatore verso l’appartamento prenotato e vado. Tantissime persone che vivono in strada. Ai lati, sui marciapiedi, una distesa infinita di tende da campeggio. Tantissime persone che sembrano sotto gli effetti di qualsiasi tipologia di sostanza. Così tanto degrado tutto insieme da non riuscire a coglierne pienamente la portata. Passo Compton e mi sembra di essere in Messico, quello che si vede nei film. Supero le parti più centrali e mi ritrovo su una collinetta in mezzo ad abitazioni assurde, strade tutte in forte pendenza e alternanza fra suv e auto old style. Molti resti di macchine disintegrate. Arrivo dove mi dice Maps, mi fermo, scendo e mi si para davanti LA con questa distesa di luci infinita, Down Town sullo sfondo e tanta, tantissima vita di strada. Non è Beverly Hills...meno male. E’ un quartiere di latinos. Cerco di dormire.
Parcheggio l’auto nei pressi di Sunset Blvd e mi immergo in mezzo a una folla di persone. C’è la premier di Joker 2, tutti cercano di accaparrarsi un posto in prima fila per vedere da vicino Phoenix e Gaga. Dall’altro lato c’è una fiumana di gente per Gwen Stefani, in live da Kimmel.
Ecco che compare la Capitol records, bella bella, bellissima.
Tralasciando la sezione Jazz, mi vengono in mente Bonnie Raitt, Les Paul, i Molly Hatchet, Joe Cocker, i Foo Fighters, Sinatra, i Grand Funk Railroad, i The Band, McClinton, i RHCP.
Che gruppi, che ricordi!
Becco il negozio Amoeba Music. C’è veramente di tutto, il negozio di dischi più fornito mai visto. Picchiano forte sui cd, per i vinili leggermente meno. Oggettistica varia da sballo.
E’ pieno di gente dal look Venice beach 🙂
Passo il viale, faccio 50 metri percorrendo una delle traverse e vengo assalito dalla contraddizione americana: tende da campeggio ovunque, tantissimi senza tetto e fortissimi segnali di tossicodipendenza. Parlando con qualche locals ho la conferma che si tratta di Fentanyl e altre nuove sostanze a basso costo. Come dicevo all’inizio, da italiano, è difficile fare i conti con la realtà losangelina. Da un lato sfarzo, moda, ostentazione e pacchianaggine, dall’altro, proprio dietro l’angolo, un inferno. La sensazione di pericolo è veramente forte. Dalla mia piccola esperienza, non credo che sia dovuta alla possibilità di essere derubato ma dall’imprevedibilità di queste persone, totalmente preda delle sostanze e che non sono presenti a se stesse. Sono decine di migliaia e, come detto, non soltanto relegate all’interno di Skid Row ma un po’ ovunque ci sia un marciapiede più ampio o un vicolo non troppo trafficato. E’ realmente un’ esperienza passare attraverso queste piccole ma capillari baraccopoli. Un conto è vedere alcune immagini di San Francisco in tv, nei video reportage, un altro, passarci nel bel mezzo, soli, con zainetto e macchina fotografica.
Seguo parallelamente la walk of fame.
Dopo circa 45 minuti, arrivo al 7425 di Sunset Blvd. Anche qui un caldo boia con un sole che spacca le pietre.
Il Guitar Center di Hollywood è una vera figata. Pochi cazzi, è roba da foto.
Gigantesco e bellissimo esternamente, si trova di fronte a quello che fu il mitico Sam Ash, con insegne ancora presenti ma definitivamente chiuso.
Passo velocemente oltre la prima ala e mi dirigo verso la megastanza separata vintage and rare. A questo giro c’è della bella roba. Hanno qualche pezzo da novanta vintage, un botto di ampli e un bella collezione di Collector’s choice, Murphy lab e Master built.
Nota di merito: hanno anche diverse chitarre particolari ma affascinanti: Dean anni ‘70, Guild e alcune boutique che tanto ci attizzano. Il clima è sempre molto amichevole ma per provare strumenti di una certa importanza ci vuole la supervisione dell’addetto che te li porge uno a uno. Molti sono disposti lungo la grande parete dell’area e, per forza di cosa, i commessi devono ogni volta prendere la scala per tirarti giù la roba. A differenza di quello di NYC, indipendentemente dalla maggior fornitura, sembra avere più anima. Le good vibes del pacifico, del Messico e del sole avranno pure un impatto. I clienti sembrano abituali e tutti molto “del mestiere”.
E’ un bel negozione che, fossi di LA, frequenterei volentieri di tanto in tanto.
Mi invaghisco follemente di una Cadillac del ‘79. Bellissima, fuori dal comune, azzardata nelle forme ma molto maneggevole. Ci penso un po’, faccio due conti fra spazio su aereo, iva, dazi e mazzi.
Esco con una tracolla.
Meglio.
La sera la passo al The Mint con una buona cena (Philly steak) e un bel live. Tutto, come al solito, strapieno. Parlo con qualcuno e sono tutti molto chill..
Passaggio obbligato anche al Troubadour, altro storico locale di LA.
Il giorno successivo parto da Down Town verso le 10.00, imbocco una delle solite freeways gigantesche che sto iniziando a conoscere.
Viro a destra e mi immetto sulla 101, proseguendo verso nord. Esco dalla città e all’altezza di Glendale proseguo verso sinistra. E’ sempre la 101, ma sopra i cartelli appare il nome “Ventura”...mi ricordo del pezzo degli America, parte il brivido e sento crescere il livello di epicità.
Passo Toluca lake, North Hollywood, Sherman oaks ed Encino.
Eccomi a Tarzana, piccolo quartiere fuori LA con una valanga di negozi, negozietti, esercizi commerciali disposti ai lati della strada principale. E’ un susseguirsi di costruzioni a ferro di cavallo con i posti auto nella parte centrale. Arrivo al numero 18969 di Ventura Blvd.
Parcheggio centralmente. Scendo e mi accorgo che senza aria condizionata fa un caldo boia, siamo sui 35 gradi. Mi guardo attorno e lo vedo.
E’ nell’angolo alla sinistra. Mi lascio un po’ prendere dalla botta di adrenalina. Non so voi, ma il canale di Norm è tra quelli che seguo di più. Da quando c’era Agnesi ad oggi non ho mai smesso di vedere le puntate settimanali. Vedo le prove delle chitarre e le chiacchierate con i mostri sacri della sei corde. Ci sono passati veramente tutti.
Adesso ero li davanti. Mi faccio passare i brividi ed entro. Abbiate pazienza, lo so che sembra tutto sensazionalistico ma per me è stato un piccolo shock.
Qui il livello di epicità schizza alle stelle.
Mi accoglie Norm himself. E’ un omone alto, un po’ affaticato ma cordialissimo con tutti. Gli dico che per me è un idolo, balbetto qualche cazzata. Mi chiede da dove vengo e mi dice che ha alcuni amici italiani. Chiedo una foto che mi faccio fare gentilmente dal suo collega.
Mi guardo intorno e vedo il divano più iconico di tutti dopo quello di Backroom Casting couch (siete dei vecchi porcelli 😉).
Sopra a jammare c’erano Kirk Fletcher e Roberto Vally…
Troppe emozioni tutte insieme. Non ci credo. Mi metto a chiacchierare con loro.
Dico a Kirk che sono un suo fan e che sono originario di Pistoia. Il suo volto si illumina e si ricorda del suo show alla Fortezza. Parliamo di chitarre, sta cercando un’altra 335. Parliamo di ampli, anche lui è amante del blackface sound. Il ragazzo che lavora in negozio mi spara in braccio una ES ’68 attaccata a un super del ’66. Kirk dice che è una delle chitarre che sta puntando. Prende in mano una tele slab primi anni ’60, la attacca ad un deluxe e parte una mini jam. Arriva Norm e mi espone l’elenco di quanto sostituito sulla chitarra. Poi mi fa portare alcune strato ’66, ’68 e anni ’70 tutte refin. Poi partono con le junior e le special anni ’50 e primi ’60. Cazzo che botta.
A ogni cambio commento le chitarre con Kirk. Vengo stregato da una sg special artic white ’65, poi mi ricordo di avere davanti ancora due settimane di fuoco nella west coast e desisto. Poi passo alle reissue, una explorer collector’s edition ’58 in korina con la tastiera in braz…e vorrei anche vedere per 50k. Provo alcuni ampli, tweed e brown.
Mi metto a parlare con Roberto, mi dice che i suoi erano italiani, pugliesi. Mi dice che ha suonato come turnista con alcuni personaggi pop italiani (non riporto i nomi, il lavoro è lavoro) e che in Calabria gli hanno sfondato per due volte il finestrino della macchina per prendere la strumentazione. E’ megasimpatico. Chiedo dei suoi progetti attuali, della sua strumentazione e della sua vita. Abita a LA e mi faccio raccontare un po’ di real life del posto e della scena musicale. Vally, con la ipsilon, uno di noi!
Mi permetto alcune osservazioni.
Norman’s rare guitars è un posto iconico per noi chitarristi dove è possibile trovare i propri idoli, scambiarci due o più chiacchere e provare qualche strumento. Nella ricerca casuale è possibile trovare qualcosa di interessante ma credo che il meglio lo riservi a chi ha le idee chiare. Se hai in mente qualcosa di specifico e hai i soldi, Norm è la persona giusta.. Durante la mia permanenza di qualche ora ho visto preparare per la spedizione una quindicina di strumenti. Penso che in magazzino, non accessibile al pubblico, abbiano un mondo di roba pronta a saltare fuori. Si, ma solo all’occorrenza. Ho visto controllare e imballare una tele del ’65, una V reissue di quelle fighe, una LP deluxe, una 355 ecc.
Non vi commento il posto perché orami, tramite i video, lo conosciamo tutti. Una cosa che mi ha molto colpito è l’approccio volto alla vendita: tutti ti trattano al loro pari. Norman come lo vedi, è. Non c’è alcuna pressione all’acquisto, quanto in esposizione lo puoi provare quanto ti pare e sono tutti contenti. Questo approccio, a mio modo di vedere, è totalmente vincente. Cercassi una chitarra in particolare, di uno specifico anno e colore e avessi 10k dollari da spendere sarebbe fra i primi che contatterei.
A una certa, parte il video: Norm alle tastiere, il commesso più giovane alla batteria, Kirk e l’altro collaboratore più anziano alle chitarre e Robertino nostro al basso. Hanno una ragazza a curare i contenuti foto e video dei loro canali. Assisto alla registrazione di due pezzi suonati davanti a tutti i clienti intenti a curiosare fra gli strumenti.
Machecazzodifigata. Spendo molto volentieri 100 dollari in merchandise, saluto tutti e me ne vado.
Scioccato mi dirigo verso Las Vegas, dove passo la notte 😉
Riprendo la strada e passo 8 giorni cullato dal deserto.
Decido sul momento, giorno per giorno, dove andare e dove passare le notti. Un po’ sul mito della Route 66, di Easy rider, delle ballrooms, dei baracci, dei diner e un po’...no. Stacco da tutto e me la godo.
Ripasso da Las Vegas anche al ritorno, questa volta è sabato sera 😉😉
Rieccomi a LA più infoiato di prima. A breve il volo di ritorno.
Arrivo al The Baked Potato sul presto avendo fissato per il primo show (sono 2 per serata).
Entro e mi danno uno sgabello al bancone. Il posto è molto, molto raccolto. E’ come si vede dai video, riesci a sentire il suono unplugged della chitarra…e che chitarra.
C’è Josh Smith con Travis Carlton. MACHECCAZZOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOODIFICATA.
Prima dello show mangio una, appunto, baked potato e faccio conversazione con la gente accanto. Basta dire “Italy” e vanno tutti in brodo di giuggiole. Faccio amicizia con una coppia del posto, lei super in fissa per JBono, lui invece, è forse il più grande appassionato al mondo degli Steppenwolf. Mi faccio raccontare un po’ delle loro vite, racconto un po’ del mio viaggio. Dopo un po’ lei mi sussurra ”guarda quello li è un super bluesman, si chiama Kirk Fletcher, lo conosci?”. Lo conosco? Lo conosco???????? Ormai è un bro (si vabbeh lo so…:-)), mi riconosce e mi chiede se avessi pensato all’acquisto della 335 che avevamo provato e che ci era garbata di brutto. Passo la serata e mi godo la sensazione di sogno americano, che è tutta un’altra roba ma per me va bene anche così.
Smith e gli altri spaccano i culi ai passeri.
A una certa si ferma la musica e arriva la torta: è il suo compleanno. Compaiono moglie e figli e gli regalano una Gretsch vintage che voleva da tanto.
Foto di rito, scambio il contatto IG con un po’ di nuovi amici, finisco la birra e rimonto in macchina con il trip parziale che segna 1800 miglia.
Alla fine, posso dire che sia Landau che Hiatt non sbagliavano.