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From Mars to Jupiter: un viaggio lungo 60 anni!

15 risposte in questa discussione

Due Harmony stratone del passato a confronto

 

 

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Che il viaggio intergalattico abbia inizio!

 

Da qualche tempo a questa parte mi è presa una passione irrefrenabile e illogica* di possedere un vero vintage ad un prezzo abbordabile, praticamente un’utopia se pensiamo ai prezzi raggiunti dagli strumenti anni ’50 o ’60. Per traslare un acronimo usato nel mondo degli orologi automatici (altra passione pericolosissima!) conierei lo spaventoso neologismo PMG(V) che tradotto suonerebbe come “poor men guitar” al quale però tra parentesi spunta la letterina magica che tanto piace a noi chitarristi che sta per “vintage” (negli orologi invece è PMW ovvero poor men watch) ma che tanto fa lievitare i prezzi manco fossero i tranci di margherita di Spontini, facendoci passare nottate insonni attaccati ai forum o alle aste sul ebay passando dai negozi online più remoti pensando a quale balla raccontare alla propria moglie/consorte per giustificare un’altra spesa del tutto ...ingiustificata!

Poor men guitar non è una chitarra per proveri, ma è una chitarra con un prezzo abbordabile, una chitarra buona e giusta dove la “regola” prevede che non debba superare i mille euro e diciamo che più o meno siamo lì, anche se come sempre il prezzo lo fa il mercato e tutti i migliori analisti sono concordi nell’affermare che le quotazioni delle Harmony sono destinate a salire vertiginosamente nei prossimi anni. Insomma, dopo innumerevoli calcoli e dilagazioni iperboliche forse sono riuscito a raggiungere l’ambito traguardo del miglior compromesso storico dove il caviale è uova di lompo e lo Champagne è un prosecco....ma direi che si accontenta lo stesso!!!

 

*Illogica perchè non è dettata da nessuna necessità, anzi in realtà mi servirebbe altro ma la mia mente bacata pensa solo: stratotone, stratotone, stratotone!!!!

 

Ed è proprio di miglior compromesso che voglio parlare. Chiariamoci subito, le Harmony furono prodotte su scala industriale a loro tempo da un colosso che sfornava chitarre come fossero caramelle servendo un po tutti i brands più famosi dell’epoca come Airline, Alden, Heathkit, Holiday, Silvertone, Regal, Truetone, Kay ect etc,  per cui vista la grande produzione anche le chitarre che erano considerate come meno comuni all’epoca oggi non possono essere definite “rare”, inoltre è giusto dire che queste chitarre sono sempre state definite come strumenti di seconda fascia, non certo paragonabili a Gibson o Fender..però..però..però, lasciatemi dire che il fatto di suonare questi strumenti che hanno un passato (glorioso o meno non importa, sempre un passato è), ha per me ha un valore aggiunto. Immaginare che la chitarra che imbraccio potrebbe aver suonato nelle peggiori birrerie di New York piuttosto che all’Ed Sullivan Show oppure aver suonato in qualche studio ed essere stata immortalata in qualsivoglia registrazione magari della Chess records (visto che venivano prodotte a Chicago) o, più verosimilmente essere stata parcheggiata in un salotto di una casa dell’Alabama e posseduta da qualche bluesman-ubriacone della domenica che suonava solo quando la moglie usciva di casa e non doveva sistemare il granaio..insomma..chissà cosa avranno vissuto queste chitarre!!! Purtroppo non lo saprò mai anche se sembrano volermi dire un sacco di cos, queste chitarre infatti cantano che è un piacere ed hanno una voce capace di commuovermi semplicemente suonando un accordo aperto o toccando due corde e riempiendo la stanza di “sustainitiche” (altro neologismo) note ad altissima definizione e vibrante passione!

 

Ma vogliamo partire e finalmente svelare di che si tratta?

 

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HARMONY H46

Il viaggio all’indietro nel tempo parte da Marte, ovvero dalla Harmony Stratotone H46 detta appunto “the Mars”, prodotta dal ’58 al ’65. Questa chitarra è una bellezza rara nella sua intonsa forma sinuosa, l’esemplare che possiedo, in particolare, è datato 1965. Sia sulla paletta che sul battipenna compare il mitico e bellissimo “atomic logo” come in tutte le H46 fabbricate dopo il ’62. Partendo dal body abbiamo un hollow body chambered coperto da un bellissimo top di compensato (plywood) eh sì, ve l’avevo detto che è roba per gente vera! La chitarra è leggerissima, è vintaggiosamente e rovinata al punto giusto, il sottile e leggero strato di nitro che la ricopre sembra avere assorbito anni e anni di palchi fumosi, il retro del body in acero (maple) ha una finitura sunburst caldissima. La paletta (che non riporta la Y di harmony con il long tale a conferma che è successiva al ‘59) è reliccata naturalmente che è uno spettacolo: in alcuni punti si intravede la prima mano che ha assunto un colore particolarissimo, in altri è rimasto solo il legno, alcune rondelle delle meccaniche (con ingranaggi a vista) mancano, cosi’ come alcuni cilindretti lasciando addirittura il perno di alcune chiavi appoggiare direttamente nei fori della paletta, le plastichine delle chiavi danno una sensazione di morbidezza che quasi quasi sembrano li precariamente quando si muovono..eppure gente, la chitarra tiene l’accordatura che è una meraviglia, il capotasto è in plastica ed ha il colore tipico delle cose vissute. I pick ups sono dei primissimi modelli della premiata ditta DeArmond Rowe, il modello è rivettato nella mascherina (al tempo in mancanza di forum forse alla Harmony limited non avevano messo in preventivo la GAS da pick up..) il suono che esce è dolce, tipico dei single coil a bassa uscita dato anche dai tipici pot da 50K dove convivono “coassialmente” entrambi i potenziomentri di volume e tono, ma all’occorrenza con un bel OD sono capaci anche di urlare! Lo switch è titpico a 3 posizioni e fa il suo sporco lavoro alla grande senza fruscii ma mi manca la plastichina che è comunque uguale a quella usata nelle Telecaster, farò l’upgrade a breve. Ma veniamo a mio avviso al punto forte di questa chitarrina: Il manico!! Questo è decisamente grosso, FAT , a mazza da baseball, o alla Dikembe Mutombo che dir si voglia, insomma è comodamente largo che si impugna con estrema soddisfazione! Il legno questa volta è acero e la tastiera è fatta di un sottile strato di ebano, i tasti sono accettabilissimi e bassini come quelli di una volta ma la cosa importante è che è intonata in tutte le posizioni sia alte che basse. Il manico oltre ad essere avvitato con 3 viti molto sexy al body ha la fantastica innovazione di un rinforzo di una bacchetta di acciaio al posto del trus rod, lungimirante e illuminante idea partorita dalle menti fervide della Chigago da bere e abbandonata da qualsiasi casa cotruttrice di chitarre nel mondo in seguito! Il ponte è particolare, lo stop tail è incernierato (hinged) è in metallo ed ho notato che appongiandoci la mano piano piano riesco a modulare l’intonazione come se avessi una leva (“datemi una leva e vi farò un dive bomb” disse Archimede!)  il ponte invece è in legno, forse questo potrebbe essere un up-grade da fare in seguito, ho visto diverse modifiche (vedi Dan Auerbach mod) fatte sulle stratotone, sono anche in contatto con un fanatico americano che fa dei lavori bellissimi, chissà! La scala è cortissima (24"1/4 - 615 mm) talmente corta che sembra quasi un giocattolino alle volte ma in compenso la suonabilità è eccellente..poi non so voi ma io, con un fuzz su una scala corta godo molto molto di più che con altre tipologie di guitars!

 

Proseguiamo il viaggio?

 

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HARMONY H49

Jupiter, we are landing!!! Eccoci sbarcati dopo aver viaggiato indietro nel tempo sul pianeta Giove! Si capisce subito che su questo pianeta se la passano alla grande, questa chitarra è infatti un modello “De Luxe” (de lusso come direbbero gli amici romani!).

La chitarra in questione è stata prodotta dal ’58 al ’65, la mia in particolare è una bella vecchietta datata 1959, si potrebbe definire un tipico esemplare di Cougar: chilometrato, ma ad altissime prestazioni! Partiamo anche qui dal body: questa volta le camere tonali sono coperte da un bellissimo, e ripeto, bellissimo, strato di abete (spruce) dal colore natural-caramellato che porta i segni del tempo meravigliosamente e dona al mio orecchio delle piacevoli sensazioni di chiarezza e brillantezza ma anche e soprattutto un bel sustain della madonna! (francesismo). Il back ha la stessa colorazione della H46 ma più in generale si apprezza la miglior finitura e fattezza rispetto a quest’ultima, paradossalmente la H49 sembra più nuova rispetto alla sorella minore, ma ve l’ho detto che a Giove se la passano bene! La paletta ha una forma più grande e allargata verso le estremità, le meccaniche sono naked ma in questo caso ci sono tutti i pezzi ed è presente anche il copri truss-rod (si questa chitarra ha il truss-rod!) in pieno Gibson style. Anche qui abbiamo l’ “atomomic logo” e la scritta Harmony stratotone è leggermente diversa e l’accordatura è garantita anche dopo un viaggio intercontinentale. Il capotasto questa volta è in osso e, manco a dirlo, ha una colorazione fantastica. I magneti sono uno dei punti forti di questo strumento: chi ha già sentito parlare dei mitici DeArmond S- grille gold foil pick-ups ha già capito a quale livello sonico mi riferisco! Difficili da descrive, di sicuro molto hot-road e pompati, ideali anche per generi moderni considerando la loro età, ricchezza armonica, al manico poi il suono esce grossisimo, rotondo, perfetto, al ponte invece è più difficile da domare, è tagliente e con OD o Fuzz fai tutto ciò che vuoi senza limiti. Yes Sir, I said no limits! Il tutto poi è collegato con un avveniristico sistema di gestione dei suoni dove, oltre ai normali tono e volume per posizione, spicca l’ormai leggendario e unico “blender control” che è capace di donare ulteriori sfumature alle varie classiche possibilità dialogando in perfetta sinergia con il maniglione a tre vie in plastica bianca del cambio pick-ups. In pratica direi che gli ingenieri del suono di Chicago anche questa volta sono andati talmente avanti nel tempo che nessuno gli ha più seguiti! Comunque la varietà di suoni è garantita. Il manico, in acero con tastiera in palissandro, è più umano rispetto all’H46, assomiglia al manico della mia SG,  i segnatasti sono fatti in madreperla e sono rettangolari come nella migliore tradizione custom e visto che su Giove non si fanno mancare niente c’è anche un bellissimo binding curato in celluloide così come lungo tutto il contorno del body, insomma roba buona! I tasti sono in perfetto stato di conservazione e l’intonazione è garantita in tutti i punti della tastiera. Anche in questo caso il manico è un bolt-on a tre sexy viti e il ponte è identico a quello dell’H46 così come la scala, cortissima e gustossissima.

 

DSC_1544_zpszpzpqo4s.jpg

 

Differenze

 

I due strumenti sono molto diversi l’uno dall’altro, considerando che sono due chitarre semi-acustiche hanno un notevole volume anche scollegate ma in particolare l’H49 (Jupiter) ha una volumata pazzesca da spenta, a casa si può dire che la considero come un’ acustica vera e propria. Sempre parlando dell’H49 si nota sicuramente una cura migliore nei dettagli tanto che non da la sensazione di imbracciare una chitarra così vecchia, collegandola ad un ampli poi non ci si crede che siano passati 56 anni dall’uscita dalla fabbrica.

In sala a volumi importatni bisogna stare attenti a domare il feedback essendo semiacustica ma appena si prende confidenza e si riesce ad innescare all’occorrenza le note giuste, si gode veramente forte. Un altro pregio di questa chitarra è il top in abete che davvero dona una coda lunghissima e particolare tanto che per pezzi ambient o texture varie penso sia perfetta. L’H46 invece porta di più i segni del tempo è più docile e dolce rispetto all’altra ma al tempo stesso è la chitarra più comoda da suonare che abbia mai provato. Infatti penso che il suo più grosso pregio sia sicuramente il manico enormemente comodo, perfetta per arpeggi oppure accordarta aperta e suonata in stile slide approfittando anche dei tasti piccolini di una volta. L’accesso ai tasti più alti dal 20esimo in avanti non è facilissimo per entrambe le chitarre ma è una cosa del quale non mi preoccupo poichè non sono luoghi che frequento abitualmente.

 

DSC_1537_zps8oaurebg.jpg

 

Considerazioni intertestellari

 

Come dicevo è difficile paragonare due pianeti così simili ma così diversi, ma diciamo che se mi sono spinto fino a questo punto della galassia è perchè penso che questo viaggio valga la pena di essere vissuto. Sono infatti molto contento delle due sorelline: in primo luogo non mi aspettavo da entrambe una suonabilità così immediata, sono comodissime da imbracciare, sono leggere, sono intonate (cosa fondamentale) e soprattutto sono divertenti e bellissime...ma poi cioè ma quanto sono stilose??

Al momento non penso di fare upgrades ma non nego in futuro di regalare all’H46 dei pick ups nuovi magari P90 mantendo però l’originalità dei pezzi perchè mi sembrerebbe un peccato profanare uno strumento che è arrivato fin qui intatto.

Più in generale devo dire che, al di la del fascino già discusso e soggettivo che questi vecchi strumenti suscitano, è proprio la percezione sonora che filtra da essi che cambia completamente le cose, basandomi sulla mia esperienza avvalerei questa tesi per quasi tutti gli strumenti di una volta. Sto parlando di una amalgama più avvolgente, più naturale, sicuramente imperfetta, dove la tua pennata deve abituarsi e rispettare lo strumento cercando di accomodare là dove bisogna andarci piano oppure di domare i difetti dove si sa che non si può sbordare, è una cosa vera, e proprio per questo è imperfetta, ma è proprio questo che ti fa innamorare di queste sonorità. Un po come la differenza che corre tra una pennelata di Cèzanne e una Robin Eley.

 

DSC_1548_zpslhbvgg2r.jpg

 

In conclusione vi riporto questo aneddoto carino ripreso da un libro sul gear usato dai Rolling Stones che ho trovato in rete, è noto infatti che sia Brian Jones sia Keith Richards abbiano usato chitarre Harmony (in particolare Brian Jones proprio una H46):

Brian and Keith both had Harmony guitars. It wasn’t the same price point as a Gibson, so it was much more affordable for the everyday guy. You have to remember that these guys had no money. They would pick up girls to get them to buy them food, so the term “starving musician” would be an understatement. Brian was initially the leader of the band, and I think he fancied himself as the guy who should have “real” equipment. Since these guys were huge blues fans and Harmony was a Chicago-based company, they thought if it was good enough for their blues heroes, it was good enough for them. Brian was working as a clerk in some department store, and the story goes that he pilfered some cash just so he could buy some amps and quit the job. It was a real “whatever it takes” attitude.

 

 

 

Andate in pace.



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mi associo ai complimenti, splendido articolo :ult-aaaaa (6):

e anche molto gasante

 

qui c'è ribot con una montgomery ward 8379 (tipo versione postalmarket!?!? se ho ben capito in pratica una harmony h44 gold solo il logo sulla paletta diversa

 

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mi associo ai complimenti, splendido articolo :ult-aaaaa (6):

e anche molto gasante

 

qui c'è ribot con una montgomery ward 8379 (tipo versione postalmarket!?!? se ho ben capito in pratica una harmony h44 gold solo il logo sulla paletta diversa

 

 

Adoro Ribot quando suona sudamericano,oppure sugli album di Waits (o Capossela), ma quando si fa le pippe come in questo video mi cascano le palle a terra con una tale spinta che buco irrimediabilmente il parquet di mogano dell'Honduras...  :sick:

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grande ric!

bravissimo! chitarre fantastiche (mai provate purtroppo)

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Sono contento vi sia piaciuto, ma la mia vera missione sarà conclusa solo e soltanto quando avrò instaurato il tarlo della GAS a qualcuno di voi!!! :devil: :devil: :devil:

 

PS! Mi sarebbe piaciuto allegareun samplino ma col piccolino è impossibile avere quelle due orette da spendere, quando poi capita non sono mai ispirato!

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Se ci allegavi anche un video tipo questo era l'articolo del secolo:

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